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anni5060

Anni 50-60 così si giocava, ci si divertiva e si cresceva

                                



                                                    Prefazione


Abbiamo tutti uno scrigno in fondo al cuore dove sono gelosamente riposti i nostri ricordi di vita più cari; molti sono legati agli anni dell’infanzia, fanciullezza e gioventù perché più emozionanti, momenti affrontati e vissuti in modo esclusivo, nostro e solo nostro. Quello scrigno, nel corso della vita, succede di aprirlo in momenti di nostalgia giusto per "rispolverare un po’ ", ma lo si richiude presto perché la vita, il presente, ti richiamano alla realtà delle cose. Solo inoltrandoci negli anni si trova sempre più tempo per aprirlo spolverandolo per bene.




                                                          

   Dedica

A figlie e nipoti









                                                        introduzione

Era il lunedì di Pasqua del 2002 ed in compagnia di mia moglie partii in macchina per una piccola gita. Nel scegliere la destinazione ci eravamo affidati qualche giorno prima alla consultazione di un fascicoletto riportante i vari musei sparsi per l'Italia; eravamo intenzionati a visitarne uno che ci desse dell'interesse.Fummo attratti dal museo della bambola e quindi partimmo verso la località dove si trovava convinti che avremmo visto delle cose interessanti. Il museo si dimostrò non molto ricco e visitabile velocemente per cui una volta usciti, decidemmo di raggiungere una località non molto lontana per visitare, a Canneto sull'Oglio, il museo del fiume con il suo eco sistema. Lo raggiungemmo nelle  prime ore del pomeriggio; entrati nel vasto salone del pianterreno potemmo osservare il materiale informativo ed ascoltare da apposite apparecchiature, munite di cornetta per l’ascolto, il verso degli uccelli e dei  vari animali presenti nei dintorni. Veramente tutto interessante; la visita poteva quindi proseguire al piano superiore dove si potevano visitare gli ambienti tipici contadini ed artigiani dei tempi passati. Si accedeva al piano superiore da una scala con due rampe. Salita la prima si apriva  un ballatoio con una capiente nicchia dove, tra il mio più grande stupore, erano posti i giochi e gli strumenti di gioco degli anni cinquanta. Fu per me una specie di folgorazione rivedere gli archi fatti a mano e tesi con lo spago che terminava, dopo l’annodatura, con l’immancabile penna di gallina; "il carrettino" con le tre ruote di cuscinetti che mi fece tornare alla mente quello condiviso con gli amici dei miei tempi e  che mi aveva provocato , per la sua instabilità, sbucciature a mani e ginocchia a non finire; un  camion in legno con rimorchio di color verde scuro,  identico a quello che avevo sempre invidiato ad un mio caro amico e compagno di giochi, e poi pistole a tamburo inserite su foderi del tempo   con  l’immagine della testa del capo indiano sul calcio,  il  fucile ad aria compressa "Diana", uguale al mio, che tenevo come una "reliquia" e che sparava dei pallini di gomma rossi; soldatini ed altri giochi del tempo. Tutto quel materiale mi aveva d’un tratto fatto capire che la mia fanciullezza non era stata solo mia ma, come me, era stata condivisa  da tutta la mia generazione. Un modo di giocare e divertirsi non più attuale, ma che ha saputo lasciarmi dei ricordi bellissimi.
Perciò come io avrei avuto piacere conoscere di più sulla fanciullezza di mio padre,  penso che  qualcuno possa trarre piacere dalla lettura di come ci si divertiva in un tempo passato, che è stato il tempo della mia fanciullezza e prima gioventù.



















                                                         
                                                          Primi ricordi


Se ne sono andate nel freddo dicembre 1999 Italia e Vittoria, due madri  presenti nelle loro realtà famigliari negli anni che mi hanno visto crescere; di loro mi  tornano subito alla mente due  ricordi. Il primo di Italia: era l'estate del 1958, alla televisione imperversava Mike Buongiorno e molti erano i suoi fans. Anche tra noi  ragazzi si era inventato un gioco che scimmiottava "lascia o raddoppia"; la persona di Mike Buongiorno era interpretata da un amico la cui madre, e lui stesso, stravedevano per quel personaggio televisivo tanto che anche il loro bel gatto, bianco dal pelo lungo, si chiamava Mike. L'amico imitava il personaggio mettendosi e togliendosi spesso un paio di occhiali (senza lenti ), indossava  una giacca e parlava con pause ed intercalari tipici di quel grande presentatore. In mano teneva una cartellina con  un foglio dove s’era scritte alcune domande relative a facili materie. Si passava così quell'oretta prima o dopo cena con questo ed altri passatempi. Quella sera, come succede nei battibecchi tra ragazzi il nostro "Mike" aveva apostrofato ingiustamente con il termine di "ladra", per motivi che solo lui conosceva, la figlia maggiore di Italia che, risentita perché non era  la prima volta che ciò accadeva, era corsa a casa in preda ad un pianto dirotto. Il gioco lascia o raddoppia era per noi iniziato,  Mike aveva cominciato ad imitare il personaggio televisivo aprendo la cartellina delle domande,  mettendosi e togliendosi di continuo gli occhiali e pronunciando le parole riconducibili al personaggio televisivo mentre uno di noi fungeva da concorrente. D’un tratto, dal buio della sera, noi infatti  eravamo messi seduti sui gradini di accesso ad una abitazione, giusto sotto una delle due lampade  presenti nel vicolo per l’illuminazione pubblica,  sopraggiunse Italia  come una furia, chiese spiegazioni del perché la figlia era stata chiamata in quel modo e non avendo risposta (da colui che era notoriamente  un ragazzo di lingua  e non impressionabile) mollò un ceffone al nostro "Mike " facendogli cadere  occhiali e cartella  ( delle domande) e lasciandolo di sasso, come noi del resto, che rimanemmo per un bel po’ tutti zitti interdetti ed intimoriti mentre Italia (di nascita Veneziana) se ne tornava a casa. Quella sera ci fu impartita una lezione sul peso e l’importanza delle parole. L’indomani Italia si era scusata con la madre del nostro Mike che, saputa la storia, fu solidale con l’amica. In quegli anni le madri non erano "di parte" e se si trattava di dare un insegnamento ai figli non lesinavano anche qualche ceffone purché crescessero rispettati e rispettosi del prossimo. Anche di Vittoria ho un ricordo significativo: era una mattina di fine giugno o primi di luglio di fine anni ‘50, un giorno di vacanza e verso le  dieci del mattino, dopo un comodo risveglio, mi ero ritrovato con un amico seduto sulla muretta di recinzione dell’abitazione di Vittoria. Era una muretta  alta poco più di mezzo metro  con inserita nel mezzo una solida ringhiera,  larga abbastanza perché ci si potesse sedere.  Quando  ci si trovava tra ragazzi, nei vari momenti della giornata, ci sedevamo lì per parlare delle nostre cose. Ad un tratto, dalla curva della strada, vedemmo spuntare Vittoria in sella alla sua bicicletta stracarica di roba; dal manubrio, parte per parte, pendevano due capienti borse di stoffa piene di frutta e verdure ed una terza era inserita nel portapacchi posteriore . Per un momento mi ero detto "come farà a fermarsi?", ma Vittoria con decisione, una volta azionati i freni era scesa d’un balzo dalla sella  e piantandosi con i piedi (come solo con le biciclette da donna si può fare) aveva  salvato la stabilità del mezzo. Si recava , specie al sabato, nelle prime ore del mattino a far compere  "nelle Piazze" (dei Frutti e delle Erbe) di Padova ." Il mattino ha l’oro in bocca"ci disse guardando le nostre facce  ancora assonnate per il recente risveglio. La sua giornata era invece iniziata già da un po’;  era partita di buon mattino  sia per evitare il caldo delle ore successive, sia perché i "banchi" del mercato, appena aperti, permettevano una  migliore scelta dei prodotti in vendita. La bicicletta di cui si serviva non si poteva considerare a norma; il fanale anteriore era ammaccato e non si sa se funzionante o meno,  del  posteriore rimaneva un mozzicone di gemma quasi inesistente. In quel periodo  anche noi ragazzi giravamo spesso in sella a biciclette più o meno a norma presenti in famiglia e s’era creata la psicosi dei vigili  urbani che multavano chi  non aveva il mezzo in regola. Specialmente nel centro di Padova, per coloro che vi transitavano,  i controlli si erano fatti serrati ed era menzionato un certo vigile  pignolo che, se ti fermava, trovava sempre il modo per multarti. Il mio amico, che chiamava Vittoria zia anche se non c’era parentela tra loro se non di qualche grado che io non capivo e non ho mai approfondito, chiese se aveva trovato dei vigili urbani  nel passare per il centro. "Si caroo….!!!" fu la risposta "pensete…" ed iniziò a raccontarci l’accaduto. Prima di arrivare alle piazze era sbucato fuori un  vigile che l’aveva fermata  e dopo aver squadrato per bene la bicicletta le aveva detto che la doveva multare. Lei aveva atteso che il vigile le dicesse ciò che non andava e cioè la  gemma posteriore della bicicletta;  come capì che il motivo era quello comincio' una sceneggiata inveendo all'indirizzo di "quel ragazzino" che poco prima gli era andato addosso ed oltre a farla cadere dalla bicicletta  aveva anche staccato la gemma posteriore  e  se ne era scappato via senza aiutarla, lasciandola a terra dolorante. In breve tempo aveva attorno un "capannello" di persone che le davano solidarietà. Il vigile a quel punto non se l’era sentita di continuare nel verbale di contravvenzione, anzi l’aveva  aiutata a ripartire.  Il mio amico ed io non avevamo perso una sola virgola di quel racconto e, mentre Vittoria si apprestava a far rientrare dal cancello di casa la bicicletta, noi ridevamo di gusto per gli sviluppi di quella storia. Italia e Vittoria sono state due grandi madri che hanno solo pensato alla famiglia ed a far crescere i figli nel miglior modo possibile in una via dove, tornandovi ora, ritrovo tutto piccolo. Poche automobili riempiono il vicolo rendendolo inaccessibile; eppure come mi sembrava tutto grande allora, quanti ricordi mi si affollano alla mente ma andiamo per ordine. Il mio vicolo, via G. B. Vico aveva (si perché ora è un vicolo di passaggio tra due vie) la forma di T dove la base era chiusa da due abitazioni, la mia al civico 6 e quella dei miei vicini (appunto la famiglia della signora Italia) al civico 8. Nella parte alta il vicolo dava da un lato in  via delle Rose mentre dall’altra era chiuso confinando con terreni coltivati da locali ortolani. La zona limitrofa, ora completamente piena di case, aveva allora ampie zone di verde e così la mia abitazione confinava a "ovest" con una bella estensione di terreno libero; per noi ragazzi era "il campo" dove sarebbero poi sorte case e condomini per una decina di proprietà. La mia famiglia si trasferì da Maserada sul Piave a Padova a fine agosto del 1950, io avevo solo due anni e non ricordo quindi nulla di quei primi tempi ma potrei aver avuto quattro anni quando in un"flash" mi vedo sul triciclo di ferro intento a spingere sui pedali e quello di destra cedere di schianto. Da quel momento cominciarono ad imprimersi nella memoria i miei ricordi  e l’unico problema può solo essere la loro precisa datazione. Nel maggio/giugno 53, in una bella giornata di sole, giunse in una casa poco discosta dalla mia una macchina. Mia madre mi disse che erano i proprietari della casa al civico 10 che venivano ad abitarvi.  Mi sistemai curioso sul cancello della mia abitazione per vedere i nuovi arrivati con la segreta speranza di vedervi qualche bambino della mia età. Con i genitori scesero dalla macchina due ragazzi, entrambi più grandi di me ma uno dei due non di tanto. Venivano da Lendinara e Iulo, questo era il nome con il quale i suoi genitori lo chiamavano,  scese dalla macchina con ai piedi un paio di zoccoli e con in mano un pallone. Come mi vide mi chiese "sai giocare a calcio???" ed al mio si continuò  "mettiti in porta!!" indicando il cancello grande dove finiva il vicolo e mentre  prendevo posizione cominciò a tirare pallonate che io mi sforzavo di prendere come potevo. Avrei fatto qualsiasi cosa, avevo trovato un amico con cui giocare al pallone che tanto mi piaceva. Tutte le famiglie del vicolo erano composte da giovani coppie con bambini e bambine per cui si crearono, tra i ragazzi, gruppi di coetanei con gli stessi interessi ma, se si trattava di giocare si trovava sempre il modo per essere tutti coinvolti specie se si giocava a nascondino od a ruba bandiera o se maschi a calcio. Essendo nato nel mese di febbraio non avrei potuto frequentare la scuola prima del compimento dei sei anni per cui, per farmi apprendere qualcosa, a  5 anni compiuti, nel settembre 1953, fui iscritto all’asilo presso le suore di San Francesco di Sales con sede a Santa Croce. I giorni precedenti l’inizio mia madre fu molto premurosa nel cucirmi il grembiule di stoffa celestina e nel procurarmi  " l’attrezzatura necessaria" e cioè  un bel cestino di vimini con piatto e scodella in alluminio, posate, bicchiere e tovagliolo. Io non condividevo il suo entusiasmo anzi il pensiero di mangiare fuori casa mi creava un senso di rivolta. All’asilo si entrava da un ampio portoncino posto sotto i portici, sulla sinistra vi erano due stanze dove stavano i bambini, sulla destra i servizi. In fondo al corridoio si usciva nel giardino dove, in un altro edificio al piano terra c’era il refettorio; un grande stanzone con tavoloni dipinti di celeste con  ai fianchi lunghe panche per sedersi. In quei primi giorni di frequentazione tutto mi rimaneva impresso essendo per me novità. Gli odori così particolari e penetranti, i  sapori, i  comportamenti, ricordo che rimasi non poco incuriosito da un mio compagno che portava nel cestino giornalmente una bottiglia di latte. All’ora di pranzo la suora provvedeva a fargliela riscaldare per poi versarla nella scodella con del pane; quello era tutto il suo pranzo. Comunque di li a pochi giorni dall’inizio mi ammalai di morbillo e durante i giorni trascorsi a casa capii che mio padre non era favorevole a farmi rimanere all’asilo per il pranzo, ed io feci di tutto perché questo suo pensiero fosse condiviso anche da mia madre.
Nell’asilo, per intrattenere i bambini, vi erano parecchi giochi ma soprattutto dei mattoncini di legno ed ognuno voleva costruire il suo muro per cui ci si rubavano i mattoncini a destra e sinistra con immancabili litigi. Il problema sorgeva quando le giornate erano piovose e non si poteva uscire altrimenti le suore preferivano tenerci all’aperto. Ci si rincorreva e si giocava o a nascondino o a "tegna" alta (saltarello) che consisteva nel salire un punto rialzato a discapito di chi era a terra e doveva toccare chi scendeva per poter a sua volta salire. A lato della mia abitazione, al civico 8, una famiglia con tre figli, due ragazze ed un ragazzo. La maggiore era più giovane di me di un anno ed il padre, titolare di una piccola attività artigiana per prodotti in zucchero, "lecca lecca" e sigarette a torciglione colorate, portava al mattino la figlia al mio stesso asilo ed a mezzogiorno la riportava stabilmente a casa. Essendo venuto a sapere tramite la moglie (per confidenze di donne) come la pensava mio padre, si offrì di portare e prelevare anche me agli orari della figlia. Dopo qualche reticenza da parte di mia madre, con mia somma gioia fu dato l’assenso e vidi così limitarsi la mia presenza all’asilo per la sola mattinata. A scanso di ripensamenti lasciai il cestino all’aperto in modo che, alla prima pioggia, il vimini inzuppandosi perse brillantezza e le parti in lamierino presero un po’ di ruggine rendendolo impresentabile; mio padre  si prese la scodella di metallo utilizzandola al mattino nel radersi per sciacquare  pennello e  rasoio; il piattino finì come sottovaso di una delle tante piante di mia madre e le posate vennero riciclate tra quelle di casa. Partivo e tornavo quindi in compagnia della mia amica e di suo padre o del suo dipendente che confidenzialmente veniva chiamato "Cochi" .Un giovane molto disponibile e gentile che nei momenti di pausa del lavoro si appartava in un posto tranquillo per dar sfogo alla sua passione che era quella di leggere dei giornalini. Il trasporto veniva fatto con una bicicletta massiccia come quelle in uso ai panettieri munita di due grandi portapacchi. Su quello anteriore  era fissata una capiente cassa in legno che il vicino utilizzava soprattutto nel trasporto dei grandi sacchi di zucchero necessari per il suo lavoro. La mia amica ed io  venivamo infilati e seduti l’uno contrapposto all’altra per sfruttare al meglio lo spazio disponibile. Per evitare problemi, in quel trasporto insolito, il cassone veniva ricoperto con un telo costituito da un  gran sacco di juta. Il divertimento più grande per me e la mia amica era l’individuazione di dove fossimo, ecco quindi al ritorno il ciottolato di via Marghera, il rimbombo diverso nel transitare sotto Porta S. Croce, la leggera salita del ponte antistante e la discesa fino allo stop per passare la "strada grande". Si entrava quindi in via delle Rose e tra scossoni e rimbalzi  la si percorreva fino al "Capitello" con curva a sinistra e subito a destra, ultimo sballottamento per la successiva curva a destra e si giungeva a casa. All’asilo non ci durai molto perché tra morbillo, pertosse ed altri motivi erano più i giorni che passavo a casa. Feci comunque in tempo a preparare un lavoretto che sarebbe poi stato il regalo di Natale per i miei genitori. Le  suore mi fecero punteggiare i personaggi principali del presepio che furono poi incollati su di un foglio nero da me portato a casa ed infilato sotto il piatto di mio padre il giorno di Natale del 1953. Relativamente alla pertosse presa sia da me che dalla mia amichetta d’asilo, ricordo le levatacce che mia madre mi imponeva alle 6 del mattino per andare lungo l’argine del canale scaricatore, non lontano dalla nostra abitazione, per respirare l’aria sana  del mattino. Partivamo in quattro (due madri e due figli) e mentre loro avevano un sacco di cose da raccontarsi noi seguivamo come automi e ricordo la desolazione che mi pervadeva sia per il sonno che per la mancanza di gente in giro o per la presenza della nebbia che si levava dal fiume. Comunque il mio tempo ed ogni mio interesse erano rivolti al gioco e dal mattino alla sera non pensavo ad altro che giocare. Come detto, il lato ovest della nostra piccola proprietà confinava con una grande estensione di terreno libero "il campo"  che  era uno sfogo per noi ragazzi. La rete di recinzione  della mia abitazione, in corrispondenza del punto del nostro passaggio  per accedere al campo,  era andata sempre più guastandosi fino ad un vero e proprio grande buco che mio padre aveva rinunciato a chiudere visto che, immancabilmente, andava riaperto. Al di là della rete passava un fossato quasi asciutto e superabile facilmente per cui si  era subito  pronti al divertimento.
Si giocava a calcio od agli "indiani" costruendo capanne, archi, frecce, utilizzando il materiale in loco molto abbondante per alberi ed arbusti cresciuti lungo i fossati che verranno a poco a poco tombinati, ma questo avanti nel tempo. Nella costruzione dell’arco si metteva gran cura scegliendo il legno "la rama d’albero" più adatta perché flessibile al punto giusto. Le frecce venivano fatte con cura ed era  importante la bilanciatura del dardo. Relativamente allo spago ci si guardava sempre in giro  durante il giorno e se capitava di trovarne qualche pezzo lo si metteva da parte. Si passavano delle mezze ore con il coltellino od anche con qualche vecchio coltello di casa a tagliare e spellare le rame per l’arco e qualche freccia. Naturalmente, nella realizzazione, chi aveva qualche anno in più dava suggerimenti ai più giovani e se qualcosa non andava bene "il maestro" interveniva per il tocco finale. Come l’arco era pronto iniziavano le gare di chi tirava più lontano e certamente i più grandicelli avevano sempre la meglio. L’arco veniva personalizzato  dall’estro del proprietario che vi aggiungeva  le penne di gallina più belle tra quelle che riusciva ad ottenere dall’amico che aveva un pollaio. Anche il filo di ferro che veniva arrotolato in testa alla freccia per bilanciarla era scelto di spessore e malleabilità adatte. Mio fratello, più grande di me di cinque anni, si vantava del suo arco sia per la cura che aveva messo nel costruirlo  sia per le caratteristiche del legno usato che per la distanza raggiunta dalle sue frecce. Un parente acquisito, in procinto di emigrare in Australia, essendoci venuto a trovare volle sfidare mio fratello e con la scusa di costruire a me un arco che potesse reggere il confronto, se ne partì nelle prime ore del mattino con una delle biciclette di casa , da donna, diretto alla periferia di Padova dove riteneva di poter trovare del materiale migliore di quello che "il campo" ci offriva. Tornò all’ora di pranzo con una rama verde che aveva prelevato lungo un fossato in periferia e che gli era costata una sgridata da parte del proprietario del campo. Me la fece spellare con cura per poi inserirvi lo spago. Quando l’arco fu pronto cominciarono le prove, ma mio fratello dimostrò la superiorità del suo arco con disappunto del cugino. All’arco in legno esisteva anche una versione in ferro , fatta con i ferri pieni degli ombrelli di quel tempo. Naturalmente bisognava avere il supporto di un qualche tavolo da lavoro ed io lo avevo avendo alcuni amici, figli di un fabbro, che mi permettevano di fare nei tempi morti della bottega tutte le operazioni per limare la punta dei freccini o per creare l’incavo per lo spago. Dall’arco in ferro qualcuno si ricavava una balestra con supporto in legno ad imitazione di quelle medioevali. Se si doveva poi fare  una fionda, senza dover ricercare il manico in legno a forma di Y dalle siepi od arbusti vari, nella morsa della bottega si attorcigliava un  filo di ferro di medio spessore creando il manico e dalla successiva biforcazione i due rami dove sarebbero stati fissati gli elastici. Questi erano ricavati da vecchie camere d’aria mentre per la parte finale, dove veniva messo il sasso, si ricorreva alle parti morbide situate sotto i lacci di vecchie scarpe. Tutte queste attività tra la scelta dei materiali e l’esecuzione del lavoro facevano si che si accentuasse il fai da te presente in ognuno di noi.

                                                         La scuola

Ai primi di settembre del 1954 andai con mia madre alla Upim nel centro di Padova per l’acquisto del "necessaire" per la scuola che andavo ad iniziare; mi comperarono una cartella di stoffa a quadroni verdi con riquadri bianchi che aveva due chiusure metalliche triangolari. Entravano in due asole rinforzate di lamina ferrosa ed una piccola lamina era pure di rinforzo nella parte interna del risvolto di chiusura in corrispondenza del manico. Mi fu preso un astuccio in legno con matita, gomma, pennini e cannuccia (o come dicevamo noi canotto). Iniziarono dunque le scuole;  ero iscritto alla Scuola "Cavalletto" che potevo raggiungere tagliando per il campo o facendo il giro più lungo per via delle Rose , via Giordano Bruno e via  Costa. Il primo giorno fui accompagnato a scuola da mia madre, avevo un grembiule blu che lei mi aveva fatto su misura  dopo numerose e noiose prove  ed un colletto plastificato bianco e rigido con tanto di fiocca azzurra. Fu una giornata indimenticabile; dopo una breve attesa nel giardino antistante la scuola fummo fatti entrare nel corridoio interno  dove sostammo in attesa della chiamata delle classi. Mia madre aveva incontrato una sua amica che aveva abitato per qualche anno dietro la nostra abitazione  e si era impegnata in una grande partita di chiacchiere, io invece fui invitato a fraternizzare col mio neo compagno figlio dell’ "amica". Dopo poche parole di presentazione fatte dalle madri,  loro ripresero la chiacchierata e noi a guardarci. L’amico si mise a camminare con le  mani dietro alla schiena su e giù per il corridoio guardando in su dove non c’era nient’altro che dei grandi finestroni ai quali non si arrivava per vedere oltre ed io ad osservarlo, chiedendomi che cosa di interessante vedesse in quei finestroni e soffitti. Di li a poco la nostra maestra, che di cognome faceva Vendramin,  fece l’appello dei suoi alunni tra i quali io, che ne fui subito felicissimo. Capitare con lei, giovane, bella, dai modi gentili   e dall’espressione dolce era il massimo che potevo aspettarmi. La classe era la prima a ovest del caseggiato, si entrò e fummo invitati a prendere posto. Mi sedetti al secondo banco con a fianco un ragazzo col quale avevo già una certa simpatia per qualche parola scambiata e che mi incuriosiva per tante sue piccole particolarità come l’essere mancino, il ruotare come una trottola tenendo aperte le braccia ed i pugni chiusi nei litigi tra ragazzi, ed altro. Davanti a noi la cattedra con la grande lavagna ed appese da sinistra a destra grandi immagini di lettere e per ognuna il come scriverle in maiuscolo e minuscolo oltre al disegno di qualcosa iniziante con quella lettera, A di aereo, B di bandiera, C di cane D di dado E di elefante F di farfalla G di gatto Gn di gnomo e così via con l’imbuto, la mano , il naso,l’orologio, fino all’uva, al vaso ed allo zaino. Tutto era nuovo per me, i banchi erano di legno massiccio  quelli posti in fondo all’aula, più leggeri  e di costruzione più recente quelli delle prime due file con il ripiano addirittura in formica verde che a quei tempi era, a mio avviso, una nota di qualità visto  che il ripiano della credenza della mia cucina di casa era pressoché uguale. Nell’angolo destro del ripiano di scrittura del banco stava inserito il calamaio. Il primo giorno trascorse tra appelli e brevi colloqui conoscitivi con l’insegnante che entrava ed usciva dall’aula chiamata, ora da una collega, ora dal bidello ed ogni volta si raccomandava che stessimo buoni e per esserne sicura incaricava un nostro neo compagno, grande grosso e ripetente, di controllarci. Il secondo giorno entrò in classe, chiamato dalla maestra, il bidello con in mano uno strano contenitore munito di un beccuccio e passando per i banchi versava nei calamai, che vi erano incorporati, quel liquido scuro in modesta quantità,  ritraeva poi l'alambicco con gesto rapido e puliva il beccuccio con uno straccio. Tutta la classe seguì in silenzio e con grande interesse quell’ operazione. Come il bidello uscì dall’aula ci fu un rilassamento generale, tutti erano curiosi e qualcuno, credulone, invitato a soffiare dentro il foro dove era stato versato l’inchiostro, lo fece provocando la fuoriuscita di  parte del liquido e sporcandosi anche il viso. In quel periodo tra dietro la lavagna o fuori della porta c’era sempre qualcuno di noi in castigo. Le prime esperienze con cannuccia e pennino furono disastrose e la maestra aveva il suo bel d’affare ad asciugare le macchie ed a strappare le pagine divenute illeggibili; erano pagine di aste o di O per poi iniziare a scrivere le vocali.   I quaderni per questi continui interventi andavano via via assottigliandosi perché per ogni pagina strappata se ne andava anche la corrispondente. Per quanto avessi una bella dotazione di pennini di più forme, preferivo comunque quelli più normali e resistenti perché  la mano era pesante e la pazienza poca per cui le punte presto si allargavano ed i pennini, come dicevamo noi, si" schincavano".Avevo comperato una bella carta assorbente bianca e spessa delle dimensioni della pagina ma ben presto, prima gli angoli, poi i bordi e poi quasi tutta era diventata scura per l’inchiostro . Seguendo il consiglio dei miei compagni,  raggiunsi nel pomeriggio un vicino negozio di pizzicagnolo dove tenevano un angolo dedicato al materiale scolastico e dove, nei vari momenti dell’anno, si potevano trovare ora le maschere di carnevale, ora le statuette del presepio in gesso colorate ed in pose anche originali. Tenevano delle belle carte assorbenti spesse e di tutti i colori, ne presi un paio di blu pensando che così le macchie si sarebbero mimetizzate di più. Si era cominciato facendo pagine di aste, di vocali ed un po’ alla volta si iniziò a scrivere qualche piccola parola. Il mio compagno di banco era mancino e, cosa strana, era autorizzato a scrivere con una penna "la biro" che iniziava a fare la sua comparsa, ma che non era ancora autorizzata anzi, per la bella calligrafia, era decisamente vietata.  Ero seduto al secondo banco e davanti a me stavano due gemelli che non si assomigliavano per niente; Massimo magrolino e scuro di carnagione e Oscar di carnagione chiara più grosso e tarchiatello. Erano inseparabili e tra di loro chiacchieravano senza sosta indispettendo la maestra. Un giorno, dopo averli più volte richiamati senza esito, si arrabbiò e volle  dividerli per cui fece  passare Oscar nel secondo banco al mio posto ed io al suo posto nel primo. A malavoglia passai nel primo banco anche perché  Massimo, che era il più introverso dei gemelli, dimostrava di essere molto contrariato da quella decisione e da li a poco, dopo lo scambio di un paio d’occhiate per niente amichevoli, chiuse il pugno sulla cannuccia e con mossa veloce  mi  piantò il pennino nella gamba destra, poco sopra al  ginocchio. Tragedia greca, più che il dolore mi impressionava la vista di quel taglio  che faceva uscire del  sangue scuro perché frammisto all’ inchiostro. Fu chiamato il bidello che mi disinfettò con un batuffolo imbevuto di alcool.  Di li a poco la maestra prese per mano me e Massimo e con piglio cattivo ci disse "ora venite con me dal Preside!!!!".Come gli fummo davanti, con mio sommo stupore fui rimproverato anch’io per aver provocato il compagno. La maestra non disse nulla in mia difesa ed io mi resi conto che quei favoritismi, che avevo già notati nei confronti dei gemelli figli di professionisti della ristorazione operanti nel centro di Padova, erano una realtà e che "l’occhio di riguardo" è insito in tante persone. Da quel momento la mia bella maestra "dalla piuma rossa" non la vidi più come quell’angelo etereo e celestiale dei primi giorni. La sua permanenza durò poco e per  motivi di salute fu sostituita da una supplente, alta , snella e dall’atteggiamento molto formale e serio. Ero iscritto alla prima classe elementare e mio fratello  frequentava la quinta classe nella stessa scuola. Un giorno la mia maestra mi mando' nella sua classe  per chiedere in prestito il vocabolario. Bussai alla porta dell’aula da dove proveniva un certo brusio ma, non avendo sentito risposta ribussai più forte, questa volta si sentì, nel silenzio creatosi, un "avanti" imperioso e forte che già mi mise una certa agitazione, quando poi aprii la porta e  mi ritrovai addosso gli occhi puntati di tutta la classe, mi inibii ancora di più. Da sopra la cattedra il maestro "Tombolan" serio e burbero mi chiese cosa volessi. Nel silenzio generale dissi "sono venuto a prendere il vacabolario!!" , queste mie poche parole causarono un generale scoppio di risa ed io avvampai di vergogna. Avevo fatto una figura di "merda" che non finì lì visto che mio fratello, presente al fatto, aveva riferito ai nostri genitori ed agli amici l’accaduto mettendo in evidenza la mia ignoranza e vergogna.
Alla fine del primo trimestre mi fu consegnata la pagella, avevo tutti voti discreti, unico neo un sei. Io ne ero contento e nel rientrare a casa, mentre attraversavo il campo che mi divideva dalla mia abitazione, vidi mia madre in giardino intenta a stendere i panni e mi misi a gridare "mamma… mamma….mi hanno dato la pagella!!!", mia madre alzò gli occhi e guardò nella mia direzione mentre io mi apprestavo a mettermi a correre ed io soggiunsi "ho tutti sette e otto, e solo un sei !!". Mia madre, che riteneva vergognoso avere un voto così basso in prima elementare, si ritirò in casa  come se non mi avesse sentito e quando anch’io vi entrai mi rimproverò severamente. Io non capivo di che cosa dovevo vergognarmi e continuai a non capire, a suo dire  avrei dovuto starmene in silenzio o tutt’al  più nominare i bei voti e non i mediocri. A mia discolpa c’era da dire che fuori dalla scuola si parlava il dialetto e quando,  specie in seconda classe, si doveva scrivere qualche piccolo riassunto, poteva scappare la parola dialettale. Fu  così  in occasione di un riassunto su un capitolo del libro delle avventure di Pinocchio. In sintesi avevo scritto che Pinocchio, ritornato a casa, aveva una gran fame e trovate delle pere le aveva sbucciate e mangiate. Poiché aveva ancora fame s’era mangiato anche le bucce ed il torsolo ma io, non conoscendo questo termine, avevo scritto "lo scattarone" italianeggiando il termine che in dialetto era "scataron".  Con la seconda elementare il maestro Tombolan, che aveva avuto la quinta elementare frequentata anche da mio fratello, prese la mia classe per la gioia di mia madre e delle madri dei miei compagni che stimavano moltissimo il maestro. Il nuovo insegnante aveva le idee chiare ed intendeva metterci al passo con il programma. All’inizio di quel secondo anno scolastico nuova "visita" alla Upim di Padova con l’acquisto di quaderni con le righe della seconda classe ed accessori, tra gli altri un astuccio in legno a due "piani"che apprezzai subito perché aperto me lo faceva vedere, nella mia fantasia, come un’imbarcazione "un galeone" con tanto di tolda cosicché, anche nei momenti dedicati allo studio, guardandolo la fantasia mi portava altrove. La mia cartella di stoffa fu rimpiazzata da  quella di mio fratello che, andando alle medie e seguendo la moda del tempo, portava i libri a braccio tenuti da una fascia elastica. La cartella che avevo ereditata era molto più capiente della mia, di pelle  bruno/rossa, in qualche punto un po’ consumata ma con una passata di crema da scarpe rossa mia madre l’aveva fatta tornare nuova. L’anno cominciò ma io non mi sentivo preso più di tanto dal desiderio di imparare, facevo a scuola il necessario perché quello che più mi interessava era giocare. Quando fummo invitati a comperare per il disegno una squadra ed una riga  di 50 cm.  io, come molti altri ragazzi, vidi in quest’ultimo strumento più una spada e grande era la tentazione  di "incrociarla " con quella dei compagni. Ben presto comunque cominciarono le ammaccature e quando si ruppe i miei genitori si rifiutarono di comperarmene un’altra per cui dovetti "arrangiarmi" con la squadra ed un righello di mio fratello, il che era sufficiente per i disegni che si facevano. Durante le ore di lezione, specie prima dell’intervallo della mattina, ci si inviava foglietti  con messaggi sugli amici e nemici  e quando suonava la campanella già si usciva desiderosi del confronto e probabile litigio. Si proveniva da località limitrofe alla scuola, ma alcuni arrivavano da zone meno inurbate e (a torto) venivano guardati con un po’ di sospetto e timore sia perché tra loro qualcuno era ripetente, sia per il comportamento ed il parlare un po’ "villano". Parlavano di "bande" particolarmente organizzate ed armate di fionde e di elmetti della 1 e 2 guerra mondiale. Anche un mio amico, più grande di me di un paio d’anni, ne aveva in casa un paio; uno  americano della recente guerra che doveva essere appartenuto ad un qualche ufficiale medico, visto che era  tinto di rosso  con tanto di grado sul davanti dato da una lineetta bianca, ed uno italiano della prima guerra mondiale. Aveva inoltre  due bandiere italiane una classica ed una con lo stemma dei Savoia che amavamo in certi giochi o festività sventolare. La guerra non era poi terminata da molto tempo e tutto quello che la riguardava aveva per noi ragazzi un fascino particolare. Anche nella scuola erano presenti cartelloni che invitavano a non prendere in mano oggetti sconosciuti che potevano essere degli ordigni; girava sempre la storia di alcuni ragazzi che avevano raccolto delle bombe "farfalla" che scoppiando avevano causato loro  la perdita di mani ed occhi.  Se nella Ia elementare il ripetente era uno solo, nella seconda se ne aggiunsero altri quattro, erano per noi un po’ i "fratelli maggiori"  e venivano designati, quando mancava l'insegnante, a capiclasse. Loro si imponevano grazie al fisico dato dalla maggiore età. I loro grembiuli sarebbero stati da incorniciare, portavano sulle maniche chi 2, 3 lineette bianche, chi una lettera "V" su grembiuli un po’ corti o ridotti a giubbini e tutto ciò li rendeva "diversi" e rispettabili. In occasione di una nevicata due di loro si presentarono a scuola con scarpe particolarmente solide che chiamavano "sgalmare", con dei veri e propri rinforzi in ferro sotto la suola. Quando terminarono le lezioni ci invitarono a seguirli perché già prima di entrare a  scuola avevano adocchiato nella vicina strada un lungo tratto ghiacciato dove poter scivolare e divertirsi ed ora avevano la possibilità di farlo. Partirono quindi in spericolate esibizioni scivolando ed eseguendo figure incredibili (a due appaiati, piegandosi sulle gambe, facendo versi con le mani ed anche qualche mezza capriola). Rimanemmo basiti ai lati della pista ad osservarli e, se non fossimo stati attesi a casa per il pranzo, saremmo rimasti li molto di più. Se non avevano la nostra stima scolasticamente parlando, la avevano certo nelle cose pratiche. Fu così anche in occasione della giornata del "risparmio", con immancabile compito in classe, e con l’apertura fattaci dalla "Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo" di un libretto e  la consegna di un salvadanaio fatto in metallo di color grigio, ovale con un foro laterale per i soldi di carta ed uno superiore per le monete. L’apertura era munita di una piccola ghiera mobile che evitava la fuoriuscita del denaro. Lo dico perché dopo l’entusiasmo del primo giorno, che ci aveva fatto depositare qualche monetina elargitaci dai  genitori, già si cercava il modo di riavere quel denaro infilando di nascosto forcine e fili di ferro per estrarre quei pochi soldi. Fu dunque Arnaldo, così si chiamava il nostro compagno più grande, ad assolvere alle formalità presso la banca per ritirare libretti e salvadanai che ci furono poi distribuiti in classe.
Nella cucina di casa mia avevamo una grande tavola con sopra una pesante lastra di marmo di color giallino e bianco con leggere e fini striature di colore scuro.  Nel lato lungo  della tavola era inserita  una tavoletta di legno larga poco più di un metro che estratta diveniva lo scrittoio dove fare i compiti per casa mentre mia madre svolgeva le consuete faccende domestiche. Su quella tavoletta erano passati mia sorella e mio fratello ed avevano lasciato un'infinita' di segni, disegnini, ogni imperfezione del legno era stata evidenziata ed accentuata ed anch'io conoscevo ormai tutti quei segni e simboli per cui spesso, anziché compitare, mi incantavo su quei disegni a volte aggiungendo qualcosa. Essendo nella cucina avevo modo di seguire tutto ciò che succedeva in casa visto che era il luogo più vissuto perché più caldo, specie d'inverno, e cosi mi distraevo nel vedere i preparativi della cena o il passaggio ora di mio fratello ora di mia sorella che  studiavano o nella camera o nella sala da pranzo e che, ogni tanto, si concedevano un break per mangiare o bere qualcosa.. Un giorno invitai a fare le lezioni  con me un mio compagno abitante non molto lontano da casa mia, non avevamo lezioni da fare e, quel pomeriggio, presi un album di disegno che mi era stato regalato e lo invitai a disegnare e colorire le figure. Erano disegni tracciati su un foglio a quadretti che andavano ricopiati nella pagina accanto e quindi colorati. Eravamo seduti affiancati davanti alla tavoletta, arrivo' mia zia Maria da Bovolenta e con mia madre iniziarono una fitta conversazione che ottenne subito tutta l'attenzione del mio amico. Si era bloccato ad osservarle con la bocca semi-aperta e non perdeva una parola di quei discorsi. Io, che li ritenevo  estremamente privi di interesse, lo richiamai più volte anche perché  stava colorando con i pastelli fuori del disegno, ma non ottenni risultato. Ben presto fui costretto ad invitarlo ad uscire ed a fatica lo portai all’aperto  per un gioco. Dunque, con la seconda classe, avevo un maestro che mi incuteva una certa soggezione anche perché nella classe era presente  suo figlio Dario nei cui confronti era particolarmente severo strappandogli a volte il foglio del quaderno dove aveva" pasticciato", e dando  indirettamente a noi un monito a non imitarlo.
E’ da dire che sfogliando un quaderno di quei tempi era praticamente impossibile non trovare qualche pagina senza "le orecchie" o con qualche macchiolina o sbavatura d’inchiostro o cancellatura. Chi ha usato cannuccia e pennino lo sa bene quanto questa scrittura necessiti pazienza  ed accortezza. Per il Natale del 1955 il maestro ci propose, al costo di 500 lire, un libro di poesie la cui edizione era stata da lui curata. Portai anch'io la somma ed ebbi il libro con tanto di dedica del  maestro. Quel Natale la tradizionale poesia da recitare in famiglia fu scelta da quel libro e chi non lo aveva fu costretto a copiarsela o a rinunciare a recitarla, comunque faceva così " campana piccina sospesa lassù intona il tuo canto che nasce  Gesù …ecc.ecc" Quando mia madre andò a parlare per la prima volta con il  maestro, se ne tornò a casa sconsolata, il quadro che aveva avuto del mio profitto era alquanto scadente. Cominciò allora  a seguirmi nei compiti per casa  finché non migliorai e mi misi al passo. Il maestro, che godeva di una buona fama di uomo severo e burbero ma capace di ricavare il meglio dai ragazzi, aveva fatto in modo che avessimo una piccola biblioteca scolastica dove prendere in prestito dei libri da leggere a casa. Dopo un paio di libri che presi ma che lessi parzialmente perché non li trovai interessanti, presi il libro "I ragazzi della via Pal" di Molnar; svogliatamente e prevenuto lessi la prima pagina del racconto e poi via via le successive facendomi prendere da quella storia cosi' avvincente  che mi era molto vicina per le vicende che vivevo anch'io nel campo vicino a casa dove si parlava sempre di "bande" di "nemici" di battaglie con fionde ed elmetti, di guerre tra caw boys ed indiani. Lessi quel libro in meno di una settimana e questo mi avvicino' alla lettura. In seguito trovai  interesse solo per i libri di Salgari, anche se con tempi di lettura più tranquilli. Mio padre aveva capito, ed io non lo nascondevo, che con quel maestro non avevo tanto "feeling" , sapeva inoltre, da quello che riferivo io alla sera quando mi chiedeva della giornata scolastica passata, che era molto patriottico, aveva fatto il servizio militare da alpino ed abitando in via  Cantore  ci aveva raccontato la storia di quel valoroso Generale che era stato colpito alla testa da una fucilata sparata da un cecchino austriaco mentre, sprezzante del pericolo, visitava le prime linee del fronte. In anni precedenti aveva impegnato dei ragazzi di quinta classe per la realizzazione nel giardino della scuola di una piccola arena dove fare lezione all’aperto ed in coro  cantare una qualche canzone. Sempre con questo proposito  aveva pure impegnato tutta la mia classe per cantare un coro alpino che era "la montanara". Per far questo, un’ora alla settimana era dedicata al canto. Purtroppo anche in questa occasione non ebbi le sue "grazie" ed infatti, il primo giorno che si cantò, dopo una prova corale che presto interruppe ci fece provare dei piccoli brani, prima in gruppetti e poi ad uno ad uno, individuandomi subito come stonato e facendomi uscire, per quell’ora, fuori della classe in compagnia di un paio di compagni. Mi sentivo un escluso, ma poi mi rassegnai e nelle ore di canto successive mi fu permesso di rimanere presente al mio posto purché in religioso silenzio. Si leggevano dei racconti in classe ed in special modo le avventure di" Sissi e Biribissi" e le letture del libro Cuore di De Amicis. Quando fu letto il racconto inerente  la piccola vedetta lombarda la classe lo seguì in un silenzio di tomba e non fu persa una virgola anche perché, ad integrazione, veniva proiettato un film a diapositive. Era uscita anche una raccolta di figurine del libro Cuore, con album offertoci gratuitamente ai cancelli della scuola. Per invogliarci avevamo avuto qualche bustina di figurine in omaggio e molti iniziarono la raccolta. L’album terminava con quattro racconti minori di poche figurine che erano " la piccola vedetta lombarda"," dagli Appennini alle Ande"," sangue romagnolo" ed" il piccolo scrivano fiorentino".   Le figurine del primo racconto erano una decina circa ma furono le prime ad essere reperite perché richieste negli scambi delle doppie. Inutile dire che in quel periodo l’intervallo di metà mattina era spesso dedicato allo scambio delle figurine doppie tra coloro che facevano la raccolta. Non erano pochi e tra loro io che le iniziavo tutte ma non riuscivo poi a completare l’album  più per la scarsa disponibilità economica che per l’inesperienza negli scambi. Così non sarà più avanti nell’età ultimando raccolte come Ben Hur od in occasione del centenario dell’unità d’Italia 1861/ 1961. All’immancabile annuale raccolta sui calciatori, seguivano altre come furono quelle sulle armi o sui film come Marcellino pane e vino e appunto Ben Hur oltre alle figurine della Ferrero. Le figurine erano spesso presenti nelle nostre tasche e con esse spesso si facevano giochi per vincerne come nel gioco del" muretto" o in quello del "mago", ma da quest’ultimo spesso uscivano malconce. C’è stato poi un anno che con le figurine dei calciatori uscirono anche dei dischetti di lamierino tondi poco più grandi delle 100 lire. Avevano su di un verso lo scudetto della squadra  di calcio mentre sull’altro erano di color grigio. Si prestavano a nuovi giochi come il testa o croce o venivano tirati verso un muretto e chi si avvicinava di più vinceva il dischetto dell’avversario o, se si era in più giocatori, chi si avvicinava di più raccoglieva i dischetti e,  gettandoli in aria sceglieva testa o croce prendendo quelli che avevano il verso da lui chiamato. Gli altri giocatori allo stesso modo dividevano i restanti dischetti. Si giocava in ogni modo ed il testa o croce era molto usato. Le nostre tasche con questi dischetti si appesantirono non poco. Dunque mio padre,  in considerazione delle preferenze storiche del maestro,  mi disse :"ti faccio io imparare  una cosa che se la dirai al maestro gli farà cambiare totalmente idea su di te". Un giorno se ne tornò a casa dall’ufficio con un foglio dattiloscritto, era il bollettino della vittoria firmato da Armando Diaz in occasione della  fine della I a guerra mondiale. Erano parole un po’ particolari ed io non ne’ fui attratto più di tanto ma per non deludere mio padre mi misi un po’ alla volta a memorizzarle e lui, di tanto in tanto alla sera me le ascoltava. Ed io partivo sempre sparato con"la guerra contro l’Austria-Ungheria che sotto l’alta guida di Sua Maestà il re duce supremo …..ecc.ecc"..ma verso la fine c’era, e facevo in modo di trovare,  qualche intoppo anche perché il pensiero di recitarla davanti al maestro ed a tutta la classe mi creava disagio. Comunque si rimandava perché la declamazione doveva essere perfetta. Passavano i giorni e si avvicinava la fine di quell’ anno scolastico, nel frattempo il mio rendimento era migliorato grazie all’assidua presenza di mia madre nei momenti di studio a casa. Così  era stato  per farmi entrare "in zucca" le divisioni. Mi aveva sequestrato un pomeriggio intero scrivendo su tutti i pezzi di carta presenti in casa compresi i sacchetti del pane e non mi aveva mollato se non quando aveva avuto la conferma che avevo capito e così fu anche per farmi capire  gli aggettivi. In occasione di una interrogazione fattami dal maestro sugli aggettivi qualificativi lo avevo lasciato semplicemente sbalordito tanto da congratularsi con me .Io, d'altro canto, avevo ritenuto sempre meno opportuna quella "esibizione" che mio padre continuava a sollecitarmi per cui, quando il maestro comincio’ ad assentarsi per suoi problemi di salute, lasciai cadere la cosa anche se ormai sapevo a cantilena quel bollettino. Con la quarta elementare il mio maestro cominciò a farsi sempre più assente e la supplente dava poche garanzie di portarci preparati agli esami di quinta. Quando poi ci fu data conferma che il maestro, colpito da un male incurabile non sarebbe tornato al suo posto, mia madre comincio' ad informarsi dove iscrivermi per farmi arrivare agli esami di quinta preparato. Il desiderio dei miei genitori era di farmi continuare la scuola così come stavano facendo i miei fratelli. Per la quinta elementare lasciai la scuola pubblica e fui iscritto per l'anno scolastico 1958-59 presso le  suore di San Francesco di Sales in Santa Croce, dove già avevo frequentato l'asilo, ed ora tornavo per essere preparato a superare la quinta elementare e gli esami di ammissione alla scuola media. Tra la scuola pubblica e la privata la differenza era notevole, la nostra insegnante era Suor Quirina dal carattere molto deciso, ci faceva rendere al massimo pretendendo con severità  impegno e profitto oltre ad un comportamento rispettoso ed educato. Si compitava nel silenzio più assoluto,  al quaderno a quadretti per la matematica facevano seguito per l’italiano 2 quaderni a righe l’uno per la " bella " dove si scrivevano i dettati ed uno di brutta per  temi, riassunti ecc. Nella mia classe c'erano pure alcuni ragazzi che dopo le elementari sarebbero stati avviati al lavoro o a qualche scuola professionale per cui non rendevano più di tanto in impegno e profitto e mal sopportavano l'autorità' dell'insegnante. Un giorno successe un fatto che mi rimase impresso; l’insegnante dopo il rientro dalla pausa di metà mattina si era messa a spiegare quando un mio compagno alzò la mano e chiese di poter uscire per andare ai servizi. La risposta fu ovviamente negativa essendo passati una decina di minuti dall’intervallo. Di lì a poco l'amico alzo' nuovamente la mano chiedendo di uscire perché il bisogno era impellente. Il suo amico e compagno di banco "sghignazzava" tenendosi accucciato per  non farsi vedere ed anche lui, nel vederlo ridere, aveva un mezzo sorriso tra le labbra, il che indispettiva non poco l’insegnante che  irritata  gli ordinò di rimanere seduto e, alle reiterate  rimostranze, lo mandò in castigo dietro la lavagna. Tutta la classe era  nel più completo silenzio e l’insegnante riprese quindi la spiegazione mentre il compagno, di li a poco, si girò nell'angolo dell'aula e fece il suo bisogno. La chiazza giallognola andò via via allargandosi finché non fu notata anche dall’insegnante che rimase basita e con il volto paonazzo uscì dall’aula . Se ne tornò di li a poco in compagnia della suora bidella  che, con scopa e segatura, pulì il pavimento  mentre il compagno veniva invitato ad uscire fuori dalla porta  fino alla fine di quell’ora, per poi vedersi scrivere una nota sul quaderno e doversi  presentare il giorno dopo in compagnia di un genitore. Era stato un momento "particolare" per tutti noi ed il nostro compagno ebbe la nostra solidarietà ed ammirazione volendo credergli che, nell’intervallo, non aveva potuto usufruire dei servizi igienici perché occupati. Che la scuola privata fosse diversa dalla pubblica lo potei subito rilevare dalla diversa importanza che venivano ad avere le cose religiose. Si frequentava al mattino ed un paio d'ore al pomeriggio. Quando il campanile della vicina chiesa di Santa Croce suonava le 12 ci alzavamo in piedi e Suor Quirina recitava "l’angelus domini nunziavit Mariae ..ecc." che noi facevamo per abitudine senza conoscere bene il perché di quella preghiera. Ai primi di ottobre e precisamente il 9 ottobre, eravamo rientrati dalla pausa del pranzo e la nostra insegnante ci disse "e' morto il Papa!!", " per quest'oggi non si fa lezione, andate a casa!!!!" a noi o meglio a me' non sembrava un fatto così importante anche perché del Papa poco si parlava, ma anche i giorni successivi furono di tensione tra le suore che attendevano con ansia la nomina del nuovo pontefice ed ogni giorno  commentavano la fumata nera fino alla bianca del 28 ottobre con la nomina di Giovanni Roncalli a Pontefice. La televisione, allora in bianco e nero, la avevamo in casa da poco e la guardavamo incantati senza perdere una virgola. Naturalmente assistei alle prime apparizioni e discorsi del Papa come il discorso passato poi alla storia come "della luna"  ed imparai ad apprezzare nei giorni e mesi successivi quel Papa semplice e pieno di bontà. Anche la festa del patrono,  il 24 gennaio (San Francesco di Sales),  era celebrata con una giornata di vacanza tanto più gradita per noi scolari che vedevamo gli altri andare a scuola. Fu un anno molto proficuo, dovetti dedicarmi allo studio sia per il timore degli esami di ammissione che mi dicevano difficili sia per non deludere i miei genitori che pagavano per me una retta. Di quella primavera del 1959 ricordo un sabato, mentre stavo tornando a casa a piedi in compagnia di un mio caro amico e compagno di classe, come giungemmo all'inizio di via delle Rose incrociammo un suo fratello poco più anziano di lui che  in sella ad una bicicletta pedalava di gran carriera. Si fermò un momento ed alla domanda del fratello di dove andasse la risposta fu:" è caduto un aereo in via Goito.. alla fornace!!!!…vado a vedere!!" .L'amico non esitò un momento,"vengo anch’io!!!" disse e dopo avermi consegnato la cartella pregandomi di portarla a casa,  salì sul ferro della bicicletta ed i due  dirigendosi verso ovest e la fornace sparirono dalla mia vista. La cosa mi lascio' sconvolto e quei momenti impressi nella memoria. Seppi poi che il pilota dell'aereo era morto, rinunciando a lanciarsi per poter portare l'aereo dove non vi erano abitazioni. L'impatto era stato però fortissimo ed era rimasta visibile solo una buca attorno alla quale era stato fatto un cordone di sicurezza per cui i tanti curiosi nulla poterono vedere.
Le suore ci prepararono molto bene e dopo gli esami di quinta, per coloro che dovevano affrontare gli esami di ammissione alla scuola media,  furono fatte delle  ore di istruzione suppletiva.  Furono ripassati  i programmi  e gli esami molto temuti furono affrontati nel miglior modo possibile.  


            
                                                             La latteria


Tolto mio padre, di latte in casa mia ne andava consumato una certa quantità essendo presente al mattino ed alla sera  nell’alimentazione. Mia madre, in special modo, ne era una grande consumatrice e mi sembra ancora di vederla seduta discosta dalla tavola, con la sua capiente scodella in mano, mangiare la sua "zuppa"  di pane biscotto e latte. La teneva in mano per sentirne il calore che, molto probabilmente, aveva apprezzato da giovane specie nei mesi freddi. Comunque il latte veniva "annerito" con una miscela di malto e caffè che mia madre preparava  in una apposita pentola  conservata in uno scomparto della stufa economica;  il suo contenuto veniva consumato nell’arco della settimana. All’inizio degli anni cinquanta il latte ci veniva portato da un contadino con piccola stalla nell’immediata periferia di Padova ( Salboro) che, in compagnia del figlio, portava la sua produzione giornaliera direttamente al consumatore. Arrivava tra le sette e le otto del mattino annunciato da un caratteristico suono di trombetta, su di un carrettino a due ruote trainato da un cavallo. Sul carro due grossi contenitori ed un bidoncino  dove veniva travasato il latte da consegnare alle famiglie che  rinnovavano di giorno in giorno la quantità a loro necessaria. Il bidoncino aveva agganciati sul bordo due mestoli un po’ particolari con manici ad angolo retto, uno più  grande da un litro ed uno più piccolo da mezzo. La consegna veniva fatta dal figlio che andava prendendo il lavoro del padre quindi, sceso dal carrettino, indossava due manicotti bianchi che gli giungevano al gomito e versava (alternando i mestoli per il mezzo litro o il litro), nei contenitori che gli venivano presentati dai clienti, il latte richiesto. Poiché non si aveva ancora il frigorifero, il latte veniva conservato nel luogo più fresco presente in casa. Per noi, nella fredda e mezza stagione, era il davanzale della cucina. Pur essendo rivolto ad est era coperto da una vicina abitazione a due piani che lo teneva  in ombra e permetteva una temperatura un po’ più bassa. Nella stagione calda si ricorreva all’acquisto di qualche pezzo di ghiaccio per evitare che il latte inacidisse o andasse "a male", ma anche in questo caso mia madre riusciva ad ottenere una ricottina acidula e mangiabile. Mentre il ragazzo era intento alle consegne prendendo nota di chi pagava o lasciava da pagare e le ordinazioni per il giorno dopo, cavallo e carrettino stazionavano nel vicolo osservati speciali dalle signore e madri di famiglia residenti. Spesso il cavallo faceva i suoi bisogni e quello sterco era ambitissimo dalle donne che, munite di badile, cercavano di raccoglierne il più possibile per ingrassare le piante di rosai che erano il loro vanto. Sul finire degli anni cinquanta il lavoro passò totalmente al figlio del lattaio (che per noi era il" lattarolo") che si munì  di un camioncino volkswagen effettuando da solo le consegne. Con l’apertura di latterie e la comparsa del latte "Sfai" in bottiglia, la sua clientela andò via via diminuendo ed anche la sua venuta cessò.
Nei dintorni della mia abitazione vi erano vari negozi  dove si reperivano le cose necessarie quotidianamente e dove mia madre mi mandava per qualche commissione facendomi  interrompere a malavoglia il gioco. Venivo mandato dal pizzicagnolo per prendere anche  poche lire di conserva o di cioccolata e crema contenute in mastelline di legno e vendute sfuse come molti altri prodotti, o mandato nella piccola osteria e rivendita di vino munito di bottiglia da litro per comperare un mezzo litro di vino rosso  sfuso, che era sempre del "bardolino", o in merceria per qualche rocchetto di filo, o a casa di una vicina per avere in prestito  un uovo o un limone o dello zucchero o dal panettiere o dal calzolaio od alla latteria posta appena fuori del vicolo. Tutte le commissioni erano per me sofferte e mia madre era costretta a ripetermi l’ordine più volte ma, quando dovevo andare nella  latteria, trovavo in fretta la disponibilità essendo il posto in assoluto più gradito.
Se mi dicessero deve essere fatto un monumento  con soggetto un  "lattaio" per me non potrebbe avere che le sembianze di "Pasquale", il lattaio che ha svolto questa attività  nei dintorni della mia abitazione cambiando più indirizzi ma rimanendo sempre nel circondario. Nei periodi in cui andavo a scuola alle elementari del Cavalletto lui gestiva una latteria molto piccola (ora vi è un garage) in via Tempesta,  era proprio un buco che tra le otto e le  otto e trenta del mattino si riempiva in modo inverosimile perché molti scolari  amavano comperarvi quella che sarebbe stata la merenda di metà mattina. Dopo un anno di gestione a quell’indirizzo aveva chiuso riaprendo l’attività in un locale nei pressi  della chiesa del Cuore Immacolato di Maria. Anche qui, specie alla domenica, alla fine della messa del fanciullo la latteria era letteralmente presa d’assalto dai ragazzi che vi entravano con poche lire in mano (a volte anche solo  per accompagnare un amico) e sognavano di prendere un sacco di cose perché i desideri e le scelte erano tanti . Ecco quindi che molti sostavano un po’ prima di decidersi ma Pasquale lasciava il tempo ad ognuno anzi dava consigli  e solo a chi vedeva convinto ritirava i soldi e dava la merce. Aveva sempre un sorriso sulle labbra e sembrava divertirsi di quelle situazioni, se qualcuno continuava nell’indecisione proponeva lui tre quattro scelte fino a che non leggeva, nel volto del bambino, l’assenso. Anche in questa posizione la sua latteria era rimasta aperta qualche anno per poi aprire nuovamente in via G. Bruno. Era in una posizione un po’ scomoda, poco inserita tra le abitazioni ed a ridosso di una strada molto trafficata. Dopo qualche anno cambiò nuovamente rilevando  un locale a Santa Croce, sotto i portici, dirimpetto alle Suore di S. Francesco di Sales. Anche qui una permanenza di un paio d’anni per poi passare, a metà degli anni sessanta, in via delle Rose subentrando alla precedente titolare della latteria esistente e trovando nelle vicinanze  un’abitazione per la famiglia. Ovunque fosse la sua latteria lo vedevamo passare  per portare il latte nelle famiglie o, nella stagione estiva, fine anni 50, il ghiaccio. I frigoriferi dovevano ancora prender piede  ed il ghiaccio comperato a pezzi serviva a tante cose. Pasquale girava con il suo mezzo che era stato nei primi tempi una motoretta con nel retro un carrettino a due ruote coperto da un tendone dove stavano le bottiglie di latte (Sfai) da consegnare e tre o quattro parallelepipedi di ghiaccio che venivano tagliati con un picchetto a seconda di quanti soldi se ne voleva; con 50 lire se ne aveva un bel pezzo. Noi ragazzi seguivamo l’operazione perché qualche piccola scheggia scappava sempre e, chi era più lesto (Pasquale lasciava fare) se la prendeva e metteva in bocca. Nel retro il moto-carrettino aveva, in quel piccolo "cassoncino", una spondina  che era sempre abbassata per cui i ragazzi, appena il mezzo partiva,  saltavano su sedendosi al volo e facendosi trasportare fino alla tappa successiva. Pasquale si divertiva ad avere tutto quel codazzo di ragazzini attorno ed era anche un modo per far sentire il suo arrivo alla clientela. La motoretta aveva spesso difficoltà di accensione ma c’era sempre chi più portato per i motocicli insisteva sui pedali accendendola e lasciandola in folle per la ripartenza . Pasquale conosceva bene il suo mezzo e se qualche ragazzo si dimostrava maldestro, ed il pericolo era che gli ingolfasse il motore, lo allontanava in fretta. Temeva solo che qualcuno si potesse fare del male e se vedeva il pericolo si fermava allontanando deciso lo spericolato di turno.
La latteria era il luogo dove, per noi ragazzi,  si concretizzavano molte soluzioni di gioco e seguivamo con estremo interesse ogni novità. I dolciumi ed in special modo le liquirizie , i "cordoni", le ruote di liquirizia, i pesciolini che costavano 1 lira erano molto desiderati, 5 lire per una liquirizia fina dal sapore leggermente più dolce e 10 per quella più grossa e più concentrata; ci si procurava poi in casa un mezzo limone ed era fatta, limone e liquirizia erano una leccornia. C’era poi la bustina di "castagnaccio o farinella " , farina di castagne in polvere, veniva comperata con poche lire ma difficilmente mangiata tutta e fra ragazzi con la bocca piena, impossibilitati a deglutire per insufficiente salivazione, si finiva soffiandocela addosso. I piccoli giocattoli erano sempre le novità che attendevamo; vi fu il periodo dei soldatini in bustina dove erano uniti ad una scadente gomma da masticare. Erano  caw-boys ed indiani in varie posizioni, di plastica grigia con un piedistallo colorato verde giallo o rosso, le posizioni dei caw-boys erano numerose ed il soldatino poteva essere in piedi, in ginocchio, coricato, in corsa ,con il fucile o con le pistole mentre gli indiani avevano invece poche posizioni con la lancia o con l’arco. Questi erano gli appiedati ma vi erano poi quelli a cavallo ed allora in una bustina si trovava il cavallo, che poteva essere bianco o nero, ed in una seconda bustina il cavalleggero che se caw-boy aveva o il lazzo od il fucile o le pistole, se indiano la lancia o l’arco. Per i più fortunati nelle bustine si poteva trovare un biglietto con scritto un ulteriore premio che poteva essere il totem, la capanna indiana, la canoa con rematore inginocchiato, o la diligenza. La lattaia faceva il possibile perché non si "palpassero" più di tanto le bustine ma avevamo un amico scaltro  che sapeva ingraziarsela ed al quale era sufficiente dirgli la posa del soldatino che si desiderava e lui, in un battibaleno, ti consegnava la bustina che lo conteneva e che potevi tranquillamente acquistare. C’ eravamo fatti tutti un piccolo esercito di soldatini e da soli od in compagnia si passavano ore a giocare specie nelle giornate di pioggia o nelle giornate estive, troppo calde per giocare al sole. Si trovava allora un angolo all’ombra ed  ognuno portava i suoi soldatini e si andava avanti inventando battaglie fino a che qualche altro amico non ci veniva a chiamare per il gioco del calcio o per altro divertimento. I soldatini venivano conservati in una scatola ma, se si aveva la fortuna di avere per le mani una qualche scatola in legno come quella del caffè Frank, la si lavorava ricavandone un forte che era sempre Fort Apache. Vi fu un periodo che nella latteria si poterono acquistare dei piccoli razzi di plastica  della grandezza di 10/12 cm. circa con una piccola ogiva svitabile e lì, in una piccola base di ferro, veniva deposta la "cappelletta", l’ogiva aveva un piccolo percussore con molla che avvitato rinserrava il tutto. Lanciando il razzo in aria questo ricadeva facendo il" botto", in un’altra occasione furono venduti dei "paracadutisti" di plastica verde o grigia della grandezza di  5 o 6 centimetri con 4 cordicelle di filo bianche ed un paracadute quadrato di cellophane. Dopo l’operazione di fissaggio delle cordicelle costituenti i tiranti del paracadute, l’omino poteva essere avvolto su se stesso e lanciato in aria più alto possibile per vederlo poi scendere lentamente. Molti finirono appesi ai fili elettrici, qualcuno li lanciava con la fionda ma spesso si andava sopra un poggiolo di una casa a due piani e si lanciavano da li. In un altro periodo, all’inizio della stagione estiva, vi furono delle piccole pistole di plastica ad acqua; si componevano di un grosso calcio di plastica morbida che faceva da contenitore  e di una parte più piccola, con la forma della parte anteriore della pistola, recante un bottone di plastica forato ed una piccola cannuccia che entrava nel calcio. Andarono letteralmente a "ruba" e ci si sparava acqua a volontà ma la stagione era calda e dalle pistole si passò ai contenitori morbidi di liquidi vari che cominciavano ad essere commercializzati. Svuotati e riempiti d’acqua davano la possibilità di bagnare in modo maggiore. Vi fu poi il periodo delle cerbottane che all’origine avevano degli stoppini di plastica subito persi e sostituiti dagli stoppini fatti con fogli di carta. I quaderni vecchi furono i primi ad essere tagliati ed in special modo quelli dei primi anni delle elementari come quelli con la copertina nera. Avevano una pasta di carta che ben si amalgamava con la saliva nell’ effettuare la punta dello stoppino. Se recuperato poteva essere riutilizzato specie nei momenti più concitati di "battaglia". Per un periodo si girò con cerbottana alla mano ed infilati nei calzoncini pacchi di  strisce di carta lunghe e strette date dalle pagine dei quaderni tagliate verticalmente. Per un periodo si videro stoppini volare ovunque; una variante fu il tiro a segno ma poiché vi era contestazione non riuscendo a vedere dove finiva lo stoppino, si trovò il modo di inserire in punta uno spillo e quando si lanciava contro un bersaglio di legno rimaneva infisso. La passione per la cerbottana durò tutta quell’estate, qualcuno per aver prestazioni "balistiche" migliori usò dei pezzi di tubo un po’ più lunghi come le aste di certi lampadari. L’interesse  in seguito continuò e  furono messe in vendita cerbottane a più canne. Nella latteria c'era quasi sempre una pesca in corso o per prendere l'uovo di Pasqua  od il pallone o altri regali. Nella primavera del 1957 era venuta a  trovarci mia nonna e mio cugino  di un anno più giovane di me. Alla latteria da una decina di giorni era presente una pesca che aveva come premio  un bel pallone di plastica, non molto grande e di color nocciola; il desiderio di averlo per giocarci era veramente grande. Anche mio cugino dimostrò di condividere il mio desiderio e poiché di biglietti ne erano già stati pescati parecchi, ritenemmo che le probabilità di vincere il premio fossero buone. Cominciammo ad insistere con mia nonna per avere qualche soldo, poi con mia madre ed ogni volta si faceva la spola fino alla latteria comperando ora due ora tre biglietti. La lattaia aveva notato quello strano andirivieni e la delusione che ci prendeva quando aprivamo i biglietti (costavano ognuno 20 lire) per cui ci disse "se venite qui con 100 lire vi pesco io 5 biglietti e senz’altro il pallone lo pescate!!".Non  ci sembrava vero, tornammo ancora dalla nonna a chiedere soldi e dopo parecchia insistenza ci furono date le 100 lire. La lattaia fu di parola ed uno dei 5 biglietti conteneva il pallone. Una gioia immensa ci pervase, lo prendemmo e fummo subito a casa. Si giocò per pochi minuti  prima di andare a pranzo con una cautela incredibile, rimandando al pomeriggio il piacere di gustare appieno il gioco. Nel primo pomeriggio giunsero dei parenti a trovarci e tra questi un cuginetto di qualche anno più giovane di me e di mio cugino, fummo naturalmente invitati a farlo giocare con noi mentre gli adulti si dilungavano in discorsi fumosi. Il primo calcio che tirò al pallone lo fece finire sulla pianta del fior di pesco dove si piantò su una grossa ed appuntita spina e, come lo  si rimosse, si sgonfiò immediatamente e completamente riducendosi ad una "scodella" inutilizzabile. Io e mio cugino rimanemmo basiti, se avessimo preso due ceffoni in faccia non sarebbero stati tanto dolorosi come quella circostanza. Dopo tanta fatica eravamo ancora senza pallone.  In latteria c’erano alcuni prodotti per l’alimentazione dei ragazzi molto desiderati come i Krapfen, le  paste confezionate e non, il famoso "bovolino " che molti acquistavano per la merenda a scuola o le cioccolate surrogate da 10 lire o i gianduiotti da 15 lire con sul davanti la figurina per la raccolta Ferrero con tematiche diverse ma la più seguita era quella dei personaggi di Walt-Disney. Ultimato l’album di 100 figurine (per la Ferrero andava bene che le tematiche fossero anche  frammischiate), si poteva avere un regalo che poteva essere più o meno consistente a seconda degli album completati. Per un periodo furono messi in vendita nella latteria dei lunghi sigari conici ripieni di semi di finocchio. Con difficoltà si riusciva ad accenderli ma davano poi l'illusione di fumare e scimmiottare i grandi. Fu una moda di un mese o due. Nel periodo di carnevale, nella nostra latteria, si vendevano anche piccoli petardi ed i più rumorosi e d' effetto furono quelli che esplodevano se lanciati con forza per terra. Inutile dire che le vittime preferite erano le ragazzine, nostre coetanee, ed era un piacere poterle spaventare per sentirle gridare e magari essere rincorsi..

                                                           Le stagioni
Ricordo fanciullo il piacere più bello
era vagar sotto la pioggia con l’ombrello.
Qua e là saltando rivoli e pozze
mentre scendevano mille e più gocce.
Sotto la nera cappa di seta
io mi stringevo con anima lieta
e quando il vento soffiava con lena
tosto voltavo a lui la mia schiena.
Solo il vibrante fragore del tuono o la sferzata di una saetta
mi ridestavano a volte in fretta.
Quando alla fine spuntavano in cielo i 7 colori dell’arcobaleno
estasiato miravo quell’incanto di tinte come se fossero state dipinte.

In questi ultimi anni ho avuto la netta impressione che non esistesse più la separazione tra una stagione e l’altra mentre i miei ricordi delle stagioni degli anni ‘50 e ‘60 sono di periodi dell’anno con tutte le caratteristiche stagionali tipiche. Con la fine di agosto la prima pioggia indicava il cambio del tempo e si diceva "la prima pioggia d’agosto rinfresca il bosco" indicandola come portatrice di frescura e cambio stagione, lo si dice anche al giorno d’oggi ma allora veniva detta con enfasi come i tanti proverbi che le generazioni più vecchie ti citavano. A giornate soleggiate si alternavano le giornate piovose che a volte persistevano per più giorni. Comunque le piogge più forti ed improvvise erano quelle primaverili. Mia madre non era una persona paurosa,  ma i temporali con lampi e tuoni la inquietavano non poco. Come iniziavano, se erano particolarmente violenti, accendeva un lumicino davanti il quadro della Madonna di Pompei che nell’occasione staccava dalla parete della sua stanza da letto per recitare delle preghiere . Ogni qualvolta cadeva una saetta e seguiva il tuono le sue parole erano sempre le stesse : "Gesù mio misericordia!!!" io mi ci divertivo e lei si arrabbiava. Quando poi a scuola mi fu spiegato che dopo il lampo l’intervallo con il tuono permetteva di capire quanto lontano fosse il temporale, avevo cercato di farlo capire a mia madre ma inutilmente, ormai era una paura più forte di lei. Che il temporale sia  temuto da tante persone e che fosse una brutta paura lo avevo potuto riscontrare direttamente e le cose erano andate così: un giorno durante la frequentazione della terza elementare, all’ora di uscita trovai mia madre ad aspettarmi con in mano il nero grande ombrello di  mio padre. Il tempo minacciava pioggia e lei era venuta a prendermi per evitare che mi bagnassi. Nel venire aveva dato una  voce ad una vicina di casa informandola che avrebbe prelevato anche suo figlio, mio compagno di classe. Ci prese dunque per mano e ci avviammo per quello che era il percorso più lungo per arrivare a casa, (io di solito tagliavo per via Tempesta e per il campo).Il traffico presente in via Giordano Bruno era discreto  ma lei ci teneva come se avessimo dovuto scappare da un momento all’altro. Come entrammo in via delle Rose cominciarono a cadere dei grossi goccioloni, mia madre aprì l’ombrello sempre tenendoci ai suoi fianchi  e ci invitò ad affrettare il passo. La pioggia divenne molto intensa, dopo una cinquantina di metri, quando giungemmo  all’altezza di una vecchia segheria, un lampo luminosissimo  cadde  nel piazzale antistante la stessa seguito da un tuono ed un boato che fece tremare il suolo. Restammo impietriti senza parole guardando dove il lampo era caduto perché dal terreno usciva del fumo. Dopo un po’ mia madre, guardandosi attorno spaventata disse:" e Sergio dov’è???".Attorno a noi non c’era nessuno ed anche il rimanente tratto che ci rimaneva da percorrere per arrivare al Capitello era deserto. Mia madre, che aveva preso con la madre di Sergio l’impegno di prelevarne il figlio, fu presa dall’ansia  ed a passo veloce percorremmo la strada che ci separava da casa. Suonò il campanello dell’abitazione dell’amico, ne uscì la madre   sorridendo perché aveva intuito come erano andate le cose. Ci invitò ad entrare dicendoci "eccolo là!!!"; il mio amico era disteso nel sottoscala che portava al piano superiore sopra un baule con la mani sulla testa che coprivano le orecchie. Mia madre si rasserenò mentre l’amica replicava "è il suo posto preferito durante i temporali". Certe paure crescendo ed affrontandole con raziocinio si sconfiggono e so che quel mio amico le ha vinte facendosi amante della montagna con scalate e ferrate dove lampi e tuoni non mancano.
A scuola, negli anni delle elementari, il libro di lettura ci portava ad osservare costantemente il tempo che passava e le sue caratteristiche; ecco quindi l’autunno con la caduta delle foglie e l’immancabile tema in classe con le riflessioni che tale stagione ci dava. Durante la frequentazione della quarta elementare, un giorno venne nella nostra classe una maestra della seconda, parlò un po' con la nostra insegnante che rivolta a noi disse: "adesso vi sarà letto un tema fatto da un vostro compagno di seconda classe, ascoltatelo con attenzione perché è molto ben fatto". Era in effetti un componimento molto bello anche se mi suonava un po’ strano e particolare; parlava dei contadini che preparano il letto caldo per le mucche e tanti altri particolari di cose ed attività che nemmeno conoscevo e che mi fecero rimanere a bocca aperta ad ascoltare. Il mondo contadino non lo conoscevo e quando dopo un po’ di tempo ebbi l’occasione di visitare l’abitazione rurale  dei genitori di mio zio, ne fui piacevolmente sorpreso. In quella stalla con buoi e vitelli dove ogni animale aveva un nome dato dai padroni,( in quell’occasione sentii "buona Vespa!!!""spostati Lambretta!!!"), mi fu offerto del latte appena munto ricco di panna e così, come la stalla, tutte le infrastrutture della casa rurale, dal fienile al granaio, dalla rimessa all’ estensione di orto e campi seminati a spagna e granturco, al pollaio con galline, fagiani e tacchini, mi avevano svelato un mondo che ignoravo e che mi lasciò entusiasta. A san Martino c’era la lettura della storia del santo, delle castagne e del vino. L’autunno veniva vissuto da noi ragazzi con un po’ di disagio, le giornate  si accorciavano e si doveva rientrare a casa sempre più presto, la stagione andava via via raffreddandosi ed i pantalancini corti ci facevano rientrare alla sera con le gambe ghiacciate ed arrossate nei punti più sensibili (interno cosce). I più  fortunati che avevano dei fratelli maggiori potevano mettere qualche calzone lungo da loro smesso perché il riciclo del vestiario era all’ordine del giorno. Mia madre aveva frequentato nella prima gioventù le suore Canossiane che erano presenti nel suo paese e le avevano insegnato il ricamo, aveva poi fatto un corso di   taglio e cucito per cui riusciva ad adattare molte cose ed io, essendo il più piccolo, ne usufruivo maggiormente.
Mi adattava sistematicamente i  pantaloni smessi da mio fratello o le camice cachi smesse da mio padre che diventavano i miei calzoncini estivi con elastico in vita.
Spesso durante il giorno la vedevo alla macchina da cucire Singer con a fianco qualche vicina di casa  intenta a cucire e sistemare qualche indumento o qualche tendina sfilacciata e, quando l’amica se ne andava ringraziandola, le parole di mia madre erano sempre  quelle:" eh.. coxa vola che sia pa un gaso". Era per me una piacevole vista perché sapevo che per tutto quel pomeriggio non sarei stato minimamente cercato e disturbato. La scuola concedeva un po’ di riposo nei primi 4 giorni di novembre; nelle lezioni per casa era immancabile il tema  sulla ricorrenza dei morti ma delle tre festività  il 4 novembre era la più attesa. Nel Prato della Valle, in occasione della festa delle forze armate, venivano esposti carri armati e cannoni oltre a tende ed altro materiale militare. Al termine delle cerimonie con relativi discorsi che terminavano intorno alle 11 o 11,30 del mattino, veniva permesso  agli astanti la visita ai mezzi  militari presenti.. Io mi ci recavo sempre in compagnia di qualche amico e quando veniva dato il via ci lanciavamo letteralmente all’assalto dei carri per vedere e toccare quelle armi. Quando si saliva su quelle torrette od all’interno di quei carri, la fantasia ci portava altrove sulle ali dei film di marines, tedeschi ecc. ecc. .Solo il timore di fare tardi per il pranzo ci faceva prendere la via del ritorno a volte di corsa per l’ora tarda. La stagione invernale era veramente fredda forse perché nevicava o perché il riscaldamento nelle case non era un gran che. Negli anni 50 la cucina era il locale più caldo della casa perché  in essa era presente la stufa economica che serviva nei primi anni per cucinare e poi, una volta soppiantata da stufe più grandi o dal gas, veniva utilizzata in appoggio a questi. L’accensione della stufa era sempre un momento di impegno non comune; per evitare il più possibile il fumo  si doveva preparare della legna fina che bruciasse facilmente per poi inserire o per lo sportello o per i cerchi sovrastanti i pezzi di legna più grandi. La legna ci veniva portata su ordinazione all’inizio dell’autunno con un motocarro; mio fratello ed io eravamo subito mobilitati per la sistemazione che facevamo con un certo ordine nel ripostiglio di fianco alla casa. Oltre alla legna veniva acquistato un po’ di carbone che, quando il freddo si faceva maggiormente sentire, veniva aggiunto nella stufa (già scoppiettante per la legna) dalla parte superiore spostando i cerchi in ferro che la chiudevano ed allora il calore si faceva notevole tanto che, a volte, si arroventavano  e qualcuno si spezzava. Spesso per l’accensione della stufa  i pezzi di legna risultavano un po’ grandi ed allora bisognava intervenire con la grande accetta per ridurli alle misure adeguate e di questa operazione mio fratello  aveva l’esclusiva. Dunque la cucina era il luogo più caldo per la presenza della stufa e dei fornelli, le altre stanze erano al freddo e soltanto il tubo di una stufa warm morning , sistemata intorno agli anni 60 nell’entrata di casa, permetteva di stemperare il freddo degli ambienti avendo un tubo del camino che, prima di uscire all’esterno,  transitava  per l’entrata ed una stanza da letto  Se le stanze da letto erano al freddo, si rendeva necessario riscaldare lenzuola e coperte ed i sistemi erano o le bottiglie d’acqua calda o la           " fogonara" o "munega" i cui ottimi effetti avevo potuto riscontrare presso la casa di mia nonna dove era sistematicamente usata. Una sera fui messo a dormire in un grande letto dove era stata appena tolta; abituato com’ ero ad infilarmi totalmente sotto le coperte per cercare il maggior caldo corporeo, mi vidi costretto a tirar subito fuori la testa ed accaldato aprire le coperte. Pur possedendola da noi fu usata pochissimo poiché in un’occasione le braci, poste sull’apposito contenitore, erano saltate facendo una bruciatura nel lenzuolo. Usammo invece moltissimo le bottiglie o "bosse" in metallo a forma ovale che poste sotto le coperte, dopo essere state riempite con l’acqua bollente del contenitore presente nella stufa, permettevano di trovare il letto tiepido quel tanto che bastava fino a che non si creava il calore naturale del corpo. Le "bosse" avevano anch’esse degli inconvenienti specialmente sulle giunture o sul collo dove era avvitato il tappo; si potevano rompere o come dicevamo noi "crepare"e cosi’ una sera ( eravamo da poco coricati), sentimmo mio padre inveire per la rottura e relativo versamento d’acqua calda della sua bottiglia. Fortunatamente la teneva nelle vicinanze dei piedi e la scottatura fu modesta. Nei pressi della chiesa della Madonna Pellegrina, in un piccolo vicolo a ridosso di via d’ Acquapendente, abitava e svolgeva la sua attività "Gnao". Era così chiamato per la difficoltà di capirlo quando parlava a  causa del suo  labbro leporino. Era un  mago delle stagnature e  fui mandato da lui con urgenza per la riparazione della bossa anche se da quel giorno mio padre preferì il freddo delle lenzuola a qualsiasi tipo di riscaldamento del letto. Gnao era un personaggio unico, sempre con la testa sulle nuvole ma buono d’animo.  Girava con una bicicletta munita di portapacchi e sempre carica di cose strane. Il Cappellano della mia parrocchia (il Cuore Immacolato di Maria) lo vedeva di buon occhio e  si serviva di quel personaggio per qualche piccolo lavoretto. " Gnao" invece frequentava la parrocchia con la segreta speranza di vedere realizzato il suo sogno segreto, la costruzione di una giostra ed insisteva col cappellano per averne l’autorizzazione. Finalmente un  giorno riuscì a strappargli un si e da allora iniziò a portare nel patronato tavole, pezzi di compensato ed oggetti vari. Tanta fu la quantità introdotta da rendere il patronato saturo. Ormai tutti attendevano curiosi la realizzazione dell’opera ma il Cappellano, visto il disagio creatosi, fu costretto a ritirare il permesso e l’opera non fu compiuta . Gnao a malavoglia si riportò via ogni cosa.
La stufa  presente nella nostra cucina  permetteva che si facessero nel suo forno delle mele  molto buone ed anche il pane raffermo veniva biscottato ottimamente per essere poi mangiato nel latte di colazione e cena. Sopra le piastre ed i cerchi della stufa venivano poi messi, nei mesi di ottobre e novembre, i marroni o le castagne debitamente incisi. Come si aprivano si faceva a gara (mio fratello ed io) per prelevarli, sbucciarli e mangiarli. La fame era sempre presente. Avevamo in casa un gatto che si avvicinava alla stufa per trovare un po’ di calore; una sera mia madre aprì lo sportello posto nella parte bassa della stufa per prelevare del caffè dalla capiente pentola che lo conservava e nel breve tempo di quell’operazione il gatto  s’introdusse nell’apertura senza che nessuno di noi se ne accorgesse. Mia madre richiuse lo sportello e di li a poco cominciammo a sentire un sordo miagolio e quando se ne comprese la provenienza provvedemmo subito ad aprire lo sportello. Il gatto schizzò fuori come una saetta mentre già il pelo fumava un po’. Per qualche giorno non si fece vedere.
Nella stagione autunnale oltre alle caldarroste erano molto amate anche le castagne secche, i semi di zucca, i lupini e la farina di castagne fatta in Padova a mo di polenta e chiamata "nacia"; cucinata e versata in contenitori con uno spessore  di tre centimetri circa veniva venduta al taglio  e con 50 lire ci si toglieva la voglia. Vi era una piccola rivendita in corso Vittorio Emanuele II° ,vicino al Prato della Valle, ed un’ altra era in via Roma nei pressi del Ponte delle Torricelle. Una versione più sofisticata era costituita da focaccine del diametro di 12/15 cm., cosparse anche di pinoli, che venivano vendute per qualche lira in più. Noi, io ed i miei compagni, preferivamo comunque quella al taglio e con 15 /20 lire se ne aveva un bel pezzo. Verso la fine degli anni cinquanta giravano ancora per Padova, nei mesi di novembre e dicembre, venditori di pere cotte; con un grande contenitore di rame sulle spalle servivano la pera infilata in un bastoncino e nel darla aggiungevano una spruzzata di zucchero. Per quella unica  volta che la mangiai, la trovai buonissima. Mi fu offerta da mio padre in occasione di un nostro camminare per raggiungere il centro città dal Prato della Valle. Prima di offrirmela aveva ben osservato il venditore ed evidentemente deve avere avuto un qualche amarcord della sua infanzia. Infatti, in occasione della visita di un suo fratello, s’erano messi seduti nella veranda di casa a parlare nel loro dialetto e lo zio  lo aggiornava sulle persone del paese. Ad un tratto i discorsi s’erano fatti confusi perché non si capivano su di una certa persona quando ad un tratto mio padre era sbottato dicendo "ah….u  peracottaro!!!!!" ed in quella parola c’era tutta la sua Sicilia. Nell’invernata, prima o dopo Natale,  scendeva la neve sempre accolta con grande gioia. Dico prima o dopo Natale perché ad oggi non l’ho mai veduta cadere il giorno di Natale o la vigilia, cosa che  avrei voluto a giusto coronamento di quella che è la festa più bella dell’anno. La osservavo cadere e come il marciapiede di casa ne veniva coperto, con la scusa di liberarlo,  uscivo in quello spettacolo magico che solo la neve sa dare. D’improvviso i rumori si ovattavano, tutto si faceva silenzio e con le ombre della sera quel biancore e quel silenzio sembravano di favola. Nella mia parte di vicolo l’unica luce era data da una  lampadina coperta da un piatto metallico e sostenuta da un filo che passava da un lato all’altro della via. Che meraviglia di ombre con l’oscillare di quel piatto tra il continuo nevicare. Finivo  sempre per raccogliere la neve in palle per tirarla ora all’amico di passaggio o a qualsiasi bersaglio, anche alla lampadina che oscillava sempre di più. Le nevicate erano abbondanti e la neve rimaneva per più giorni. Il nostro vicolo e la principale via delle rose (non asfaltata) rimase per un periodo di qualche giorno coperta di neve e di ghiaccio. Inutile dire che per noi ragazzi fu una vera "manna" dal cielo. Mio fratello aveva portato da Bovolenta una slitta di legno fatta in casa; era un ripiano di legno orizzontale con due fianchi verticali che nella parte a contatto con il terreno avevano inseriti due lunghi ferri che la facevano scivolare magnificamente sul ghiaccio e sulla neve compatta. Fu  usata ininterrottamente per tutto il periodo che fu presente la neve ed il ghiaccio, a spinta o a traino di una corda tirata da più ragazzi. Si percorreva su e giù la via senza sosta essendo il traffico inesistente. Nell’inverno 57/58 vi fu una copiosa nevicata ed i campi a ovest della mia abitazione si ricoprirono di uno strato di una ventina di centimetri di neve. Non ci sembrava vero avere tanta neve a nostra disposizione;  dopo l’immancabile battaglia a palle di neve qualcuno notò che la neve era compatta  nella maniera giusta perché si potessero fare delle grosse palle di neve o come dicevamo noi delle" valanghe" e quindi con più valanghe un igloo. L’idea fu subito accolta ed ognuno parti ad arrotolare la sua palla di neve finché non fu della misura stabilita. Fu il lavoro di un intero pomeriggio, ogni tanto qualcuno andava a casa per la merenda ma soprattutto per riscaldarsi un po’ le mani che erano gelate. Il nostro abbigliamento lasciava un po’ a desiderare, ci mettevamo i pantaloni più pesanti posseduti ed un maglione di lana; se troppo leggero un altro veniva infilato sopra. Per i guanti ci si metteva quel che si trovava anche vecchi guanti di pelle che bagnati lasciavano il colore nelle mani ed in breve diventavano inutilizzabili. Se si avevano le "manopole" o i guanti di lana prima o poi si inzuppavano e ghiacciavano per cui si doveva ricorrere o al cambio o a rimanere a mani nude che diventavano ben presto viola. Si doveva allora  forzatamente rincasare per un po’. Le "valanghe " che ognuno di noi aveva provveduto a fare vennero alla fine riunite ed assemblate a corona di una buca/trincea scavata in precedenza;  ne uscì un igloo con una parte semi interrata, ma noi eravamo felici e soddisfatti dell’opera tanto da accendervi dentro, per riscaldarci un po’ , un piccolo fuoco fatto con sterpaglia umida che ci affumicò tutti. Il fuoco era sempre amato e molte volte  specie quando le sterpaglie ed i piccoli arbusti si facevano secchi, come nei mesi centrali dell’anno, si accendeva un gran falò con immancabili imitazioni agli indiani ed alle loro danze di guerra. A volte qualcuno riscaldava una pannocchia rubata nelle vicinanze  creando un rudimentale spiedo che gli permetteva di arrostirla per poi sgranocchiarla un po’ con tutti. Il mangiare fuori casa aveva sempre un fascino particolare e così era quando si adocchiavano i frutti della stagione, uva mele susine (amoli per noi) erano le più gettonate, se poi la pianta era nella proprietà di un amico si faceva una mezza indigestione.
Le primavere tra la metà degli anni 50 e 60 furono classiche e cioè ventose e  ricche di temporali. Il lungo caseggiato che delimitava a est il nostro vicolo aveva davanti le abitazioni un rudimentale marciapiede  che nel tempo era leggermente sprofondato creando una fascia più bassa del piano  stradale. All’angolo del caseggiato, all’uscita in via delle Rose, vi era una grande caditoia o  "musina" per il deflusso delle acque. Le strade attorno non asfaltate facevano si che qualche ciottolo prima, qualche ramo, delle foglie o della sporcizia otturassero quelle fessure. Quando in certi pomeriggi primaverili il cielo cominciava ad oscurarsi e nel giro di un breve tempo, dopo qualche folata di vento, si scatenava un gran temporale con lampi e tuoni, noi eravamo già preparati; ci  chiudevamo in casa di uno o dell’altro per giocare a monopoli o a qualcosa d’altro tenendo sempre gli orecchi tesi allo sviluppo del temporale. Come finiva si smetteva di giocare e chi li aveva calzava gli stivali neri che gli arrivavano al ginocchio, (in precedenza comperati al mercato di Prato della Valle) e si usciva in strada con il segreto desiderio di trovare più acqua possibile dove sguazzare ed appunto la "musina" otturata permetteva che quasi la metà di quel tratto di strada in pendenza finisse sott’acqua e tale restava finché la Signora Ester, che abitava nella casa d’angolo, non usciva con un lungo ferro e percuotendo l’acqua, per niente trasparente, dove doveva esserci  lo scarico, sbloccava la situazione e l’acqua defluiva. Ma nel frattempo noi avevamo già avuto il tempo di bagnarci, di passare con le biciclette, di far navigare qualche piccola barchetta e così via.
Il gioco più praticato era il calcio; se qualcuno aveva un pallone (di plastica) nuovo o vecchio che fosse veniva continuamente sollecitato ad uscire per giocare e se doveva trattenersi in casa per fare i compiti od altro finiva sempre che, per essere lasciato in pace, lo prestava agli amici. Se il pallone era di cuoio era sconsigliato giocare nel vicolo ed allora si partiva in quattro o cinque per il campo a ridosso delle mura di Santa Giustina, dove ora c’è il pattinaggio, ed in quel grande spiazzo si giocavano anche più partite da parte di ragazzi provenienti dai dintorni. Quando si decideva di andare, ognuno faceva un salto a casa per munirsi dell’attrezzatura di cui disponeva; il nostro capitano aveva la tenuta completa del Padova con tanto di scarpe e calzettoni ma, d’altro canto, lui era stato selezionato dal signor Tansini tra i pulcini della squadra cittadina. Gli altri erano un  po’ improvvisati,  uno solo aveva una maglietta regolare e cioè quella della juventus, qualcuno indossava una maglia tinta unita, spesso bianca, che richiamava quella del Padova e così era per i pantaloncini che si cercava di avere bianchi. Le scarpe  erano ereditate dai fratelli maggiori e potevano essere anche di un qualche numero in più o si avevano scarpe da ginnastica o le scarpe di tutti i giorni ma, con il cuoio, era facile scivolare sull’erba. Eravamo un po’ un’armata Brancaleone ma non ci interessava del giudizio di nessuno. Il nostro capitano in testa con il pallone in mano e noi dietro in fila indiana. Al Bonservizi, sotto le mura dov’ e' ora presente la pista di pattinaggio, vi era un grande prato con due piccole murettine di mattoni faccia-vista semicircolari  che delimitavano un vecchio precedente anello di atletica. Tutto il resto era erba ed in quel grande spazio si trovavano a giocare anche tre o quattro squadrette di ragazzi di varie età. A volte i palloni si confondevano e qualcuno correva dietro a quello sbagliato. Giunti nel campo, si individuava un angolo, si reperivano le pietre per segnare le porte  e ci si metteva a giocare. Andando a giocare in 4 o massimo 5, si finiva per giocare con poca soddisfazione facendo, come dicevamo noi, un’ambrosiana con un solo portiere o se si facevano due squadre  i portieri erano  volanti potendo  giocare anche fuori dalla porta. Spesso il nostro portavoce e  capitano cercava in loco degli avversari così come quella volta che sfidammo dei ragazzi "sordomuti" dell’Istituto Configliacchi. Fummo sonoramente battuti sia come goal che come pedate o"scarpate"a dir nostro che ci elargirono in grande abbondanza. L’arbitro dell’incontro era il loro accompagnatore per cui "Iulo" (il nostro capitano) vedendolo di parte e restio a fischiare i falli di gioco, ritenne bene ritirare presto la  squadra per evitare danni maggiori.  Si giocava finché le gambe reggevano e poi stanchi ci sdraiavamo nell’erba alta  con il naso all’insù  osservando le nuvole e le loro forme con immancabili osservazioni , commenti e risate. Nella  strada il traffico non era eccessivo e seduti sul ciglio della strada, durante un po’ di riposo dal calcio, si trovava il tempo di giocare "a macchine" e stabilendo un ordine tra noi, quella che passava più bella o di maggior cilindrata faceva vincere chi si combinava in quella successione. In quel periodo c 'erano  ancora molti mezzi che avevano fatto la guerra come i camion americani o inglesi o vecchie balilla con bombole di gas sul tetto, molte topolino e camioncini dagli scappamenti inquinanti al massimo.     Ci fu un periodo in cui girò voce che prendendo un certo numero di targhe di macchine si poteva inviare la documentazione ad un concorso per avere un premio ma era soltanto  una bufala. Comunque qualcuno tra i miei amici ci cascò e lo vedemmo seduto lungo la strada a riempire fogli su fogli. In quegli anni erano ancora in circolazione alcuni carri  trainati da un cavallo. Fu così in occasione del cambio di abitazione di due miei amici vicini di casa che si trasferirono a nord di Padova. Il trasporto della mobilia fu fatto su di un grosso carro trainato da un cavallo ed anche noi amici, in due o tre per volta, nei viaggi che si fecero accompagnammo il trasporto seduti comodamente sul retro del carro tra le macchine che ci sfioravano. Tornando dal "Bonservizi", dopo il gioco del calcio, facevamo immancabilmente sosta alla grande fontana posta all’inizio di via delle Rose. Era massiccia, di metallo ed  a colonna; girata la grossa maniglia l’acqua fluiva fresca e ristoratrice. A turno ci si alternava per tenerla aperta permettendo agli amici di sguazzare in quell’acqua meravigliosa dove quasi tutti vi infilavano la testa ed alla fine, di comune accordo, ci si riempiva la bocca d’acqua per vedere chi riusciva a conservarla più a lungo ed in maggiore quantità nel rimanente percorso verso casa. Da quel momento in poi si facevano tanti e tali versi che l’acqua veniva o ingoiata o persa tra il divertimento generale molto prima di giungere alla meta.
Con l’estate non c’era ancora la passione della villeggiatura se non in pochi sporadici casi; le vacanze si passavano a casa e qualche volta si poteva, con una gita parrocchiale, raggiungere una località montana. Si dormiva al mattino un po’ più del solito e le giornate venivano passate con giochi da tavolo nelle ore calde e giochi di movimento nelle ore più fresche. Di tanto in tanto pur di toglierci una giornata di torno le nostre madri ci davano le 200 lire per andare alla piscina comunale al Bassanello. Era stata da poco aperta una seconda piscina del Coni molto bella e funzionale. Si partiva al mattino a piedi con il sacco sulle spalle con dentro oltre al costume ed asciugamano un paio di panini preparati dalle mamme, si perché da là ce ne andavamo alla chiusura o meglio quando iniziavano i corsi dei nuotatori provetti e cioè alle 18 e ci "cacciavano" letteralmente via..
 
                                               
                                                           I Giochi


Oltre al gioco del calcio, che era praticato in ogni ritaglio di tempo, avevamo un’infinità di altri giochi che venivano fatti in compagnia e che erano di continua scuola per i più giovani. Così era per il gioco detto dei "verbi": due si appartavano e tornavano poi dicendo la lettera d’inizio del verbo e la sua desinenza, chi indovinava poteva a sua volta uscire con uno dei due dopo una selezione  molto veloce così fatta; gli si chiedeva un argomento di sua preferenza es: macchine, fiori, attori ecc.ecc., i due si appartavano e l’uno prendeva un tipo e l’altro un altro proponendo poi la scelta. Colui che veniva nominato faceva coppia con il nuovo venuto. Un gioco molto praticato era "il nascondino" che noi chiamavamo "cuco" e tutti grandicelli e piccolini si partecipava. Vi erano poi le corse, la "tegna alta" (e cioè solo chi era sopra un rialzo era al sicuro dall’essere preso).Si poteva giocare poi a "bandiera" , a palla avvelenata ed a palla schiavi; in quest’ultimo gioco due squadre si fronteggiavano con una palla che veniva lanciata da una parte all’altra e se presa da avversari causava la prigionia fino al sopravvento completo di una squadra sull’altra. Il pomeriggio di un sabato il vicolo ci aveva visti , ragazzi di otto/dieci anni , dividerci in due squadre di quattro cinque elementi per il gioco della palla schiavi. Il vicolo era adatto e furono segnate le due righe sul terreno per delimitare i due campi e la zona franca. Si cominciò a giocare con un certo fragore ed entusiasmo, ogni tanto qualche fratello maggiore usciva ed incoraggiava il suo famigliare più piccolo dando suggerimenti ma poiché anche altri fratelli maschi e femmine si unirono non solo per dare suggerimenti ma anche per entrare nel gioco a due a due, ben presto le squadre si infoltirono con un agonismo e battibecchi molto belli ed esilaranti. In breve il gioco fu portato avanti dai più grandi e noi, che l’avevamo iniziato, ci ritrovammo "prigionieri" nella partita e nella libertà di giocare a nostro piacimento. Quella partecipazione di massa era stata simpaticissima e strascichi e commenti, anche maliziosi, proseguirono per un po’ di tempo. La palla avvelenata metteva invece una squadra all’interno di un cerchio e quelli dall’esterno dovevano riuscire a colpire ed eliminare tutti gli avversari. All’inizio di ogni gioco c’era sempre il problema di chi iniziava in una veste od in un’altra, ecco dunque la "conta" per stabilire le priorità. Se c’era una bambina un po’ grandicella, la conta era cosa sua e la più diffusa era la seguente: tutti in cerchio si  esponevano i pugni e chi faceva la conta iniziava la cantilena, toccando alle cadenze delle parole i pugni di tutti, eliminando sempre un pugno di un partecipante finché, chi rimaneva senza pugni era il protagonista nel bene o nel male. Pente ponente pinta pità pità pirugia, pente ponente pinta pità pità pirin , questa era la filastrocca che veniva cantata. Ce n’erano comunque altre e le bambine in particolar modo ne erano le tenutarie. Succedeva a volte che due bambine volessero imporre ognuna la sua conta ed allora, se c’erano un paio di maschietti, si eclissavano velocemente cercando un gioco diverso. Tra ragazzi la conta era un pari e dispari magari con l’imbroglio di chi alzava un mezzo dito, ma poi ci si metteva d’accordo velocemente per non far aspettare il gioco ed il divertimento. Al calcio, che era il più desiderato e praticato, facevano da corollario una serie di altri giochi. Si giocava a "mago"in numero di due o più; sotto una mezza pietra messa in piedi ognuno puntava delle figurine che sarebbero poi andate al vincitore. Ad una certa distanza dal " mago" veniva tirato un segno per terra e quindi ognuno, munito di scaglia o pietra leggera, tirava  cercando di atterrarlo o scalzarlo dalle figurine sulle quali cercava di mettere sopra la sua scaglia. Veramente un magro bottino visto che spesso le figurine uscivano mal conce. Finché il nostro vicolo non fu asfaltato si giocò anche con le palline di terracotta prima e di vetro poi. Il gioco più comune era fatto con tre piccole buche, (ottenute nel terreno ruotando il tacco della scarpa in tondo,) poste a triangolo dove giravano le bilie dei giocatori sbocciando gli avversari. C’era poi il gioco della "Lippa" o da noi chiamato "Pindolo" o "Ciango", ci si muniva di un manico di scopa, se ne tagliava un pezzo di 10 cm. circa e si appuntivano i due lati. L’altro  pezzo, di mezzo metro circa, veniva usato a mo di mazza colpendo la punta del pezzo più corto e nel rimbalzo che faceva lo si colpiva lanciandolo più lontano possibile. Il battitore era posto in un cerchio di circa 2 metri di diametro e doveva difendersi con il bastone quando, chi recuperava il pezzo lanciato, cercava di gettarlo nel cerchio per eliminare il battitore. Quando si usciva di casa si chiamava subito qualche amico o lo si trovava già fuori e si organizzava un gioco. Si giocava con chi c’era ecco allora che si poteva giocare a Scalone o Campanon (dove le bambine la facevano da padrone) o alle belle statuine, o a saltare con la corda, a mosca cieca e a tutto ciò che era possibile. C’erano naturalmente dei posti stabiliti dove ci si poteva mettere e, per i giochi da fermo, il posto preferito era su due grandi gradini posti all’entrata di un’abitazione. Spesso i giochi venivano inventati scimmiottando i grandi e così fu per "Lascia o Raddoppia" la trasmissione di Mike Buongiorno o per il "Musichiere"la trasmissione di Mario Riva. Le bambine giocavano a "Teatro" inventando storie. Tra ragazzi maschi si giocava a "mussa" altrimenti detta cavalca cecio, da fermi od in corsa oppure a "schiaffetta" o schiaffo del soldato o a "biscia" prendendoci tutti per mano con il primo che tirava il gruppo e l’ultimo che veniva sballottato di qua e di là. Una volta  un amico schizzò letteralmente via da quell’ultima posizione e cadendo si sbuccio ginocchia e testa per cui, per un po’, quel "divertimento" fu abbandonato.
Si trovava sempre qualcuno con cui organizzare un gioco e se poi si era veramente soli, con una palla e con una grande fantasia si andava su e giù per il vicolo calciando e passando il pallone ora all’uno ora all’altro compagno (di fantasia) in quella squadra del cuore fino a giungere in prossimità o della rete di recinzione da una parte o del cancello dall’altra, per lasciare andare un tiro (che nella mente era meraviglioso) e fare gol. Del vicolo, per molto tempo non asfaltato, si conoscevano tutte le piccole imperfezioni; il sasso in leggera evidenza che poteva deviare il pallone, le varie buchette dove si fermava l’acqua dopo la pioggia, la rete di recinzione rotta dove il pallone poteva entrare, il cancello  che vibrava rumorosamente se colpito da una pallonata violenta. Il vicolo era quasi sempre libero ma c’era pur sempre qualche minimo problemino rappresentato dal rientro a casa di un vicino che tornava a bordo della sua 600 color oliva nuova fiammante. La manovra che faceva era un po’ elaborata ma doveva necessariamente concludersi con il rientro nel giardino di casa essendo l’unico posto che riteneva sicuro dalle nostre pallonate. Come arrivava noi fermavamo il gioco e seguivamo i suoi movimenti per aprire il cancello e fare entrare la macchina, ma non si limitava a questo perché brontolando diceva "Dio Bono!!!" "Sempre qua …andate da qualche altra parte!!!" e "Dio Bono" era il suo intercalare preferito che ripeteva a denti stretti tra una parola e l’altra tanto che, nell’attesa che ultimasse la manovra, tra noi si sussurrava quell’intercalare unito a qualche altra parola, e non si sbagliava riuscendo a prevedere ogni sua espressione. Un giorno però rimanemmo tutti un po’ interdetti perché, mentre noi cominciavamo già a sussurrarci l’intercalare, lui esordì con un "Porca vacca" che ci lasciò di sasso e che da quel giorno divenne il suo nuovo intercalare.
Ci si divertiva con poco anche alle spalle di personaggi un po’ particolari, ed a volte approfittandone. Al "Bonservizi" c’era un chiosco, giusto vicino alla fermata del pullman per Bovolenta/Arre/Candiana di frutta e verdura gestito da un signore che noi chiamavano "Checchetto"con uno strabismo accentuato e questo faceva si che qualcuno di noi, un po’ più vispo, cercasse di approfittarne rubacchiando qualcosa specie quando vi era ressa attorno al chiosco o quando "Checchetto" era intento alla pesatura di qualcosa con la bilancia a mano con piatti e pesi. Riusciva comunque a fare i suoi interessi e spesso la pesata era veloce e, a dir di chi acquistava, imprecisa e di parte. Da lui ci si fermava per acquistare soprattutto la frutta secca, "bagigi""stracaganase""patate merica""carobe""fave""semi de suca""castagne". Nelle domeniche con feste cittadine o partite di calcio lo si trovava col suo triciclo/carrettino davanti allo stadio o in punti chiave dove riteneva più probabile fare affari. Erano molti quelli che non riuscivano a resistere senza comperarsi uno di quei coni fatti di spessa carta (da macelleria gialla)  di lupini o  castagne arrosto o quant’altro come sopra scritto. Nei giochi si vedevano pochi giocattoli nuovi se non nei primi mesi dell’anno in conseguenza della befana; esisteva comunque un certo riciclo e di tanto in tanto qualcuno usciva con giocattoli ritrovati in cantina od in soffitta appartenuti ai genitori od ai fratelli più grandi come un  monopattino, una trottola in legno o un cerchio sempre di  legno con le relative bacchette usato in giochi ginnici d’altri tempi o pattini con rotelle in legno consumate in modo irregolare o vecchi tamburelli. Erano lontani i tempi dell’usa e getta e per qualche giorno l’interesse era rivolto a quegli oggetti ed a come si usavano nel gioco. Quando fu introdotto l’hula-hoop grande fu l’interesse delle bambine che si dimenavano non poco con quei cerchi reclamizzati in televisione e pure grande fu il loro interesse per l’avvento dello scooby-doo e per giorni si videro le nostre amiche e compagne intente a ricoprire penne o  matite con cavi e cavetti di vari spessori. Erano pur sempre cose di pazienza ed  i maschietti non vi dedicavano più di tanto tempo. Quando la via delle Rose fu asfaltata  si sentì l’esigenza del carrettino fatto con tre ruote di cuscinetti a sfera, due piccoli per la parte posteriore ed uno grande per lo sterzo anteriore. L’asfaltatura  con il modesto traffico restava nella nostra via troppo granulosa per cui si andava in vie limitrofe come via fratelli Bandiera od a città giardino dove il manto stradale era ben levigato ed il traffico quasi inesistente, tra carrettino e pattini ci si sfogava parecchio riportando a casa molte volte sbucciature a mani e ginocchia.  
Comunque, fino all’età di  10 anni circa, il primo divertimento io ed i miei amici lo avevamo dal "campo"che fiancheggiava la mia abitazione fino a che non cominciarono le costruzioni e via via si rimpicciolì fino a scomparire. Anche la costruzione delle prime palazzine ci vide presenti per trovare nuovi motivi di divertimento ed alla sera , dopo che se ne andavano i muratori , ci si precipitava per effettuare dai vari terrazzi delle case in  costruzione dei bei salti nel sottostante mucchio di sabbia. Restavamo comunque sempre vigili per non farci sorprendere dal "capo" o "dall’omo" che altro non era che il geometra direttore dei lavori  che minacciava ogni giorno di prenderci e di punirci. Noi non rinunciavamo  per questo, ma eravamo sempre pronti a scappare al suo apparire. Solo una volta riuscì a prendere il fratello maggiore di un mio amico e le cose andarono così: la palazzina in costruzione era di due piani , siamo saliti in tre , io ed il mio coetaneo giunti al primo piano abbiamo cercato il poggiolo e , trovatolo, dopo un po’ di esitazione siamo saltati giu’ sul gran mucchio di sabbia sottostante  ma mentre ne uscivamo scrollandoci la sabbia di dosso  ci accorgemmo che stava sopraggiungendo "l’omo". Ci siamo un po’ allontanati cercando di avvertire, chiamandolo, il terzo amico ma lui, più grande di noi di un paio d’anni, era nel frattempo uscito sul poggiolo del secondo piano ed era saltato. Come era giunto  sulla sabbia era stato afferrato saldamente per i capelli "dall’omo". Assistevamo alla scena spaventati ed impotenti quando abbiamo visto l’amico uscire letteralmente dalle mani di quel personaggio e raggiungerci di gran velocità. Subito gli abbiamo chiesto come era andata e lui di rimando"quando me so sentio ciapà pai cavei me so messo a sigare aiuto aiuto me faso dosso!!!"," lui ha mollato la presa ed io sono scappato". "Bravo!!!"gli abbiamo detto noi , "hai avuto una bella presenza di spirito" e lui "si però deso vago casa parchè me so fatto dosso davero!!!!". Nel campo si faceva di tutto e la prima cosa erano le capanne. Un giorno in cinque o sei ci mettemmo all’opera per fare una serie di capanne, l’intendimento era quello di ricreare un accampamento indiano ed il  palo della tortura, dato da un piccolo tronco infisso nel terreno, era già pronto. Ognuno doveva fare la sua capanna per cui, scelto il punto sul terreno, aveva cominciato a mettere i suoi paletti a forma di cono e quindi a portare frasche per ricoprire la sua struttura. Chi finì per primo aiutò gli amici finche i "tepee" non furono tutti ultimati. Un amico a quel punto disse "non vedo l’ora di sedermi nella mia capanna!!! " e così facendo si pose davanti all’entrata della capanna e, tenendosela alle spalle, incrociò le gambe e piegandosi si sedette dentro. Il terreno da lui scelto per la costruzione era un po’ in pendenza, lui a gambe incrociate era poco equilibrato sta di fatto che come s’è seduto ha fatto una capriola all’indietro tirando con sé tutta la struttura. E’ stato un momento di ilarità collettiva ed ogni qual volta si doveva fare una capanna qualcuno interpellava l’amico per avere, dalla sua esperienza, un qualche consiglio. In ogni casa c’era qualche vecchia bicicletta  con la quale si facevano i primi tentativi per imparare ad andarci, io fui fortunato ad avere in casa una bicicletta da donna con la quale feci presto ad imparare, ma qualcuno doveva apprendere con una bicicletta da uomo ed allora doveva correre con la bicicletta piegata su di un fianco, il che era abbastanza scomodo. Una bicicletta personale la si poteva avere solo in casi particolari come nel mio caso che mi fu acquistata a seguito del superamento degli esami di terza media. Comunque, anche se vecchie, le biciclette erano ben viste per gli spostamenti od anche solo per giocarci, ecco allora che diventavano nella fantasia delle motociclette e per imitarne il rumore si inserivano nelle forcelle delle ruote delle cartoline rigide illustrate trattenute da una molletta da bucato. Se si forava una gomma, e non era difficile visto che le strade non asfaltate erano ancora numerose, ci si metteva all’opera coadiuvati da qualche amico più grandicello ed esperto. Si apriva  con gli appositi ferri il copertone per estrarre la camera d’aria con il suo bel colore rosso aranciato; si individuava la foratura servendoci di un recipiente d’acqua e si riparava con  mastice e pezze di gomma ben pulite con carta abrasiva. A volte le riparazioni si susseguivano e le camere d’aria diventavano dei veri e propri mosaici di pezze. Se diventava inutilizzabile e se ne doveva acquistare una nuova, ecco che la vecchia veniva "lavorata" per ottenerne o dei lunghi elastici per la fionda o degli elastici della larghezza della camera d’aria che  venivano usati in vario modo. Uno di questi era avvolgerli su se stessi fino ad ottenere una pallina rotonda,  di media grandezza, molto elastica, con la quale giocare specie a rimbalzo. Con gli elastici, riuniti tra loro in numero di tre o più, si creavano delle munizioni per rudimentali pistole o fucili funzionanti con una molletta da bucato fissata in un pezzo di legno più o meno lungo. Un pomeriggio a casa di un mio cugino  ci ritrovammo in cinque o sei ed usufruendo di un vecchio grande stanzone ci demmo battaglia elasticandoci a volontà. Pur cercando di stare nascosti, ogni tanto qualcuno gridava "sbandi" per interrompere il gioco perché colpito al viso od in parti sensibili, ma si riprendeva quasi subito ed il colpito cercava "vendetta".  Il pensiero di trovarci per giocare assieme faceva si che si cercassero sempre nuovi giochi, era un continuo "spremersi le meningi" per trovare cose nuove e divertenti. Il campo finché fu accessibile era sempre una fonte di gioco ed anche quando qualcuno iniziò a scaricarci del materiale da eliminare si trovò il divertimento. Un vecchio catino od un vaso da notte smaltati divenivano un ottimo bersaglio per le nostre fionde per il particolare rumore fatto dallo smalto che colpito "crepitava". Tra i ruderi di  un vecchio casolare raso al suolo , le cui poche pietre rimaste erano esposte alle intemperie ed al sole cocente, s’erano moltiplicate a dismisura le lucertole. Furono un grande teatro di prova per misurare la nostra mira con la fionda. E così successe anche alle molte rane nei fossati delimitanti il campo. Un giorno, che ci ritrovammo armati con archi e frecce ottenuti dai ferri pieni degli ombrelli, furono in gran parte uccise con quella forma insensata di barbarie che si aveva e che ci faceva superare ogni pensiero per il bene del gioco. Si giocava e scherzava con tutto; un giorno , volendo fare uno scherzo ad un amico un po’ credulone e pauroso, lo si portò in una zona del campo dove le sterpaglie e l’erba erano molto alte ed anche il terreno un po’ acquitrinoso per un vicino scarico d’acqua. Lo avevamo convinto che tra quell’alta vegetazione c’era una specie di mostro ed un  nostro amico si era nascosto mettendosi in testa un elmetto italiano della prima guerra mondiale e strisciando nel terreno muoveva l’erba. Senza che potessimo prevederlo, la vittima dello scherzo aveva velocemente preso da terra un grosso sasso e lo aveva lanciato con forza tra la vegetazione dalla quale uscì un suono metallico così forte da farci preoccupare non poco. Allontanata la "vittima" dello scherzo andammo in soccorso dell’altro che fortunatamente usci fuori da solo un po’ frastornato e con l’elmetto in mano segnato dal colpo subito. Nei pressi  della latteria era presente una fiaschetteria il cui titolare era il padre di tre ragazzi maschi, di età ravvicinate, che erano un po’ il riferimento ed il ritrovo per i coetanei. Il primo pensiero, negli incontri giornalieri, era il gioco del calcio e si calciava di tutto (che rimbalzasse o meno) ma nelle ore calde o a ridosso del pranzo, usciva fuori anche il mazzo di carte per una partitella a quattro. Un giorno,  che nelle prime ore del pomeriggio eravamo intenti ad una partitella, il più giovane dei fratelli ed un suo coetaneo stavano in disparte lungo la strada intenti a districare e svolgere del filo di bava terminante con un amo. Intendevano agganciarvi un vecchio portafogli per fare a qualcuno quello scherzo e ridere un po’. Erano quasi le tre ed era l’ora che sistematicamente passava una bella ragazza snella e dai capelli tinti di rosso diretta al posto di lavoro. Aveva una camminata che era  ritenuta eccitante specie da chi stava confezionando lo scherzo. L’amico aveva sollevato gli occhi dall’intrico dei fili e vedendo giungere questa signorina, più grande di lui di un 4/5 anni ed alla quale non aveva mai osato rivolgere neanche un buongiorno per timore di ritrovarsi rosso in viso come un peperone, gli era letteralmente caduto il groviglio di fili dalle mani ed  era indietreggiato di pochi passi ad osservare il passaggio. La ragazza, che indossava un vestitino svolazzante, gli era passata davanti  e sopra quei fili senza incespicare ma tirandosi dietro, appeso alla falda della gonna, l’amo ed il groviglio di bava. C’eravamo tutti girati a seguire la scena quando l’amico, allungando un braccio verso la ragazza e poi seguendola per qualche passo se ne era uscito dicendo "Signorina l’amo!!!!" lei si era fermata diventando tutta rossa  con un’espressione che era un programma mentre l’amico si era reso conto solo allora di quel che aveva detto ed ammutolito era a sua volta diventato paonazzo. Fu la scusa per gli altri ragazzi presenti  per intervenire quali chiarificatori dell’accaduto e con l’occasione farsi amici di quella bella ragazza con la quale, da quel giorno, ci si salutava e scambiava qualche parola in amicizia.
Lo scherzo del portafoglio veniva fatto con una discreta frequenza e più di qualche vecchiotto era disposto anche a scendere dalla bicicletta per avvicinarsi guardingo a quella che riteneva una fortuna insperata.


                                                     La partecipazione


Una cosa che veniva naturale, e nessuno ci faceva caso, frequentandoci tra ragazzi si accedeva nelle abitazioni degli amici venendo a conoscenza di cose e fatti inerenti i rispettivi fratelli, specie se più grandi, i loro giochi,  i loro studi, le loro iniziative ed essendo più piccoli si vedevano con curiosità ed ammirazione. Nei primi anni cinquanta frequentavo la casa di un amico residente in una delle tante abitazioni del complesso del conte Ferri. Erano case affiancate con i rispettivi interni disposti a specchio. Erano costituite da un piccolo giardino chiuso verso l’esterno da una rete di recinzione e da un cancello con un alto montante dove stava inserito un singolare campanello costituito da un’asta scorrevole con pomello finale collegata ad un filo di ferro volante che entrava nella casa dove era apposta una campanella dal suono argentino. All’entrata un corridoio al cui termine una scala portava al piano superiore dove stavano due stanze ed un servizio. Al piano terra, lungo il corridoio, si aprivano due stanze la seconda delle quali era  adibita a cucina. Aveva annesso un piccolo disbrigo con secchiaio da dove si poteva uscire in un cortiletto posteriore, con uno scoperto di pochi metri quadrati  dove era pure presente un piccolo ripostiglio. L’amico e la sua famiglia (i genitori e 7 figli) vi abitavano in attesa fosse pronta l’abitazione che si stavano costruendo non lontano da lì con annessa bottega per l’attività del padre.
Per le volte che ci trovammo all’interno a giocare ci ricavavamo un posticino appartato nel sottoscala perché l’andirivieni di fratelli era veramente considerevole.
Logicamente si cercava  sempre di giocare all’aperto o a casa mia. Una mattina che lo andai a chiamare mi invitò ad entrare mantenendo il più stretto silenzio perché i due fratelli, più grandi di lui, erano intenti in un’operazione che richiedeva la massima prudenza e silenzio. Stavano cercando di catturare dei passeri o come dicevamo noi "seeghete" e bisognava evitare ogni rumore. Era una giornata di autunno inoltrato e nella notte era pure caduta una spruzzata  di neve per cui, nel cortiletto del retro casa erano state notate molte impronte di uccellini. Questo fatto aveva messo in movimento i due fratelli maggiori che probabilmente immaginavano tante prede; la versione del mio amico era un po’ diversa e si doveva prendere un uccellino per addomesticarlo e magari poterlo tenere sulla spalla come certi pirati. Comunque l’interesse dei due fratelli maggiori era tutto concentrato nell’operazione; avevano messo un crivello quadrato nel giardinetto sollevato da un lato e tenuto su da un bastoncino di una quindicina di centimetri con annodato , alla sua base, un lungo spago  che entrava dalla finestra della cucina dove, in un angolo basso, stava una piccola rottura del vetro che sembrava fatta apposta per quella operazione. Come esca sotto il crivello avevano posto delle briciole di pane e dei grani di mais. Mentre noi restavamo silenziosi, tra i due fratelli c’era un continuo bisbiglio e scambio di opinioni sul da farsi, considerazioni sulla neve che stava riprendendo a cadere, sulle esche usate, ma d’un tratto si zittirono perché una preda era in vista. Un passero era giunto, aveva zampettato un po’ per poi andarsene. Così fecero altri volando via tra il nostro disappunto. La cosa andò avanti un bel po’ tanto che la madre dei ragazzi aveva cominciato a minacciare lo sfratto essendo quasi l’ora di pranzo. Finalmente un passero più temerario si infilò sotto il crivello e la trappola scattò. Fu catturato un passerotto decisamente molto battagliero che continuava disperatamente a beccare quella mano chiusa su di lui dal fratello maggiore. Una volta presolo e rientrato nella cucina, all’ulteriore beccata lo aveva mollato ed il volatile, spaventato , aveva cominciato a volare finendo addosso alle pareti e cosa più grave defecando. Tra le imprecazioni della madre fu aperta la porta ed il passerotto riacquistò la libertà. Addio sogni di addomesticamenti, la realtà era un’altra cosa. Avevo in ogni modo vissuto quei momenti con entusiasmo e partecipazione e così era ogni qual volta si era ammessi ad assistere a giochi e passatempi dei fratelli maggiori. C’era chi aveva la passione dei modellini e con la balsa creava motoscafi, aerei o navi, chi sapeva suonare uno strumento, chi riusciva a camminare con la testa all’ingiù, chi sapeva modellare del fil di ferro creando immagini molto particolari, e tutto veniva da noi assimilato con curiosità e meraviglia. Una mattina d’estate, svegliatomi nella tarda mattinata, avevo avuto la bella sorpresa di trovare mio fratello ed alcuni amici intenti alla costruzione di una teleferica in miniatura con tanto di stazioni di partenza ed arrivo, con vagoncini improvvisati per il trasporto di legna e paglia in miniatura che, sfruttando le parti esterne più  alte della mia abitazione permettevano lo scorrimento dei vagoncini. Un gioco elaborato, fatto con impegno e maestria da chi ci era maggiore e quindi più abile, ma che sapeva trasmetterci fantasia ed iniziativa. Inutile dire che tutti i giochi in scatola, dalle carte al monopoli, dallo shangai alla pulce, dal non t’arrabbiare agli scacchi, dalla dama al filetto o " trea"  venivano insegnati dai maggiori che avevano l’unica scontata soddisfazione di vincere facilmente con i neofiti dei giochi.
         
                                                           La Falegnameria                                         

Entrando in via delle Rose da via Acquapendente, sulla destra, poco prima di via Copernico, vi e' un  edificio di pietre a forma di parallelepipedo intonacato di  malte grigie. Al centro una grande entrata, chiusa da un portone di legno scorrevole su rotaia e munito di riquadri in vetro .  Ricordo di averlo sempre visto o chiuso o socchiuso quel tanto che bastava per far passare una persona. Ai lati del portone due finestre con vetri piu' o meno opachi o resi tali dalla polvere della falegnameria. Il titolare era "Ettore" un falegname come solo negli anni sessanta settanta poteva esserci. Non di grande statura, tra tutte e due le mani aveva cinque o sei dita, lavorava in silenzio ma era molto generoso e quando vedeva spuntare sulla porta un ragazzino lui sapeva che cosa cercava, a volte ti rivolgeva una domanda a bruciapelo : " e ti coxa vuto??!!"se non aveva risposta non la pretendeva, continuava il suo lavoro e vedeva di allontanarsi un po' ed era allora che l'intruso, vedendolo disattento o meglio ritenendolo disattento, prendeva dagli scarti di lavorazione "una stecca", un pezzo di legno che nella fantasia già sembrava una spada e sgattaiolava via a volte con un mezzo assenso di Ettore. Segatura e scarti di lavorazione non avevano  l'importanza che hanno oggi in cui tutto si ricicla e con le segature vengono fatti anche i pannelli  per mobili. In quegli anni in ogni casa se ne aveva  un sacchetto più o meno consistente. Venivano procurate in occasione dell’effettuazione di  lavori specie se si tinteggiavano i muri e c'era poi il problema di lavare il pavimento in paladiana o in mattonelle di granito o marmo; segature ed acqua erano l'ideale per la pulitura. Al centro della falegnameria stavano poco distanti tra loro la grande sega a nastro ed una seconda grande sega a trasporto. Il pavimento era in terra battuta e tutto attorno vi erano scarti di lavorazione, piccoli mucchi di segatura, tavole e tutto ciò che serviva in quel lavoro. Le aperture presenti nello stabile non davano  all'ambiente una grande luminosità ed il  portone, aperto solamente per una cinquantina di centimetri, creava in noi ragazzi un certo timore nell’ entrare poiché venendo dalla luce del giorno si faticava a vedere ciò che poi ci interessava vedere e cioè se tra gli scarti di lavorazione vi era una qualche "stecca" che potesse essere trasformata in un pugnale od in una spada. Un sabato tornando dalla chiesa dove il pomeriggio si andava per la confessione, mi infilai nella stretta apertura della falegnameria, Ettore non c'era, mi avvicinai alla sega a trasporto dove alla sua base erano presenti parecchi scarti e vidi subito un paio di pezzi che facevano al caso mio; li presi in mano ed in quel momento entrò Ettore, sbiascicai qualche parola, lui mi fece un cenno col capo ed io con un grazie scappai via veloce e contento. Il giorno dopo con il mio temperino mi impegnai a trasformare quei due pezzi di legno in una spada (tipo fioretto) ed in un pugnale intarsiando con cura i manici. Ci lavorai tutto un pomeriggio ed alla sera, prima di coricarmi, misi quei miei due gioielli sotto il letto. I miei movimenti erano però stati osservati da mia madre che lo riferì' a mio padre ed il giorno dopo, al mio risveglio, sotto il letto non trovai nulla. Chieste spiegazioni mio padre sentenziò " li ho fatti sparire io, con quelli potevi solo cavarti gli occhi !!!!".Quando con più amici si riusciva ad avere ognuno  una stecca si incrociavano le spade ed allora si litigava per chi  era il Dartagnan di turno od uno dei moschettieri, o Zorro, o il corsaro Nero, Rosso o Verde od altri eroi di cappa e spada che si vedevano nei film di quei tempi. Con il legno si potevano costruire molte cose come delle eliche di una decina di centimetri, venivano intagliate con il coltellino e poi levigate con della carta abrasiva di grana fine o, in mancanza, con un pezzo di vetro. Venivano fatte girare col vento o installate sul manubrio della bicicletta . Di legno si costruivano delle piccole fusoliere per apparecchi con le ali in  cartone che si andavano poi a lanciare dai posti elevati come le mura di Padova od il terrazzo di un’abitazione a due piani. Sempre di legno venivano fatte delle piccole imbarcazioni con elica posteriore in lamierino funzionante con l’avvolgimento di un elastico, tutte cose di modesta fattura e breve funzionamento ma che ti facevano acquistare manualità ed inventiva.


                                            Le Feste


Le festività e le giornate di festa sono state da me vissute, come penso da parte dei miei coetanei, in modo molto intenso e partecipativo. La domenica era una giornata diversa, a casa mia mentre mia madre e mia sorella maggiore  di me di 8 anni provvedevano alle pulizie della casa ed al pranzo io, vestito per l’occasione "da festa", mi recavo nella mia parrocchia per la "messa del fanciullo" che veniva celebrata alle ore 9 e che  era un’occasione di incontro con i ragazzi della mia  età. Al termine del rito ci si informava del film in programmazione nel patronato per il pomeriggio e si assisteva alla partita che la locale squadra parrocchiale giocava nel campo di calcio posto di fianco alla chiesa. Prima di ritornare a casa, senza fretta, si faceva una sosta alla latteria posta nelle vicinanze della chiesa dando un’occhiata alle "novità" ma soldi in tasca ce n’erano pochi e ci si limitava all’acquisto di qualche gomma o dei pesciolini di liquirizia che costavano una lira all’uno o soltanto a guardare con la scusa di accompagnare un amico. Il pranzo domenicale in casa mia consisteva in un primo piatto che per la maggior parte delle volte era  un pasticcio di lasagne con ragù e ricco di verdure, fatto con la pasta preventivamente preparata da mia madre, ed era questo il simbolo della domenica. Nel pomeriggio alle 14 vi era la dottrina presso la canonica della chiesa ed al termine le funzioni che si cercava di evitare in tutti i modi scappando al maestro di dottrina anche perché, se si voleva andare da qualche parte, dopo le funzioni che terminavano alle 15,30 non si poteva fare granché. La dottrina cristiana era una cosa a cui mia madre teneva moltissimo, (sarà perché da giovane l’aveva insegnata) e perché la frequentassi si affidava a mia sorella più grande che mi rincorreva fin quasi sulla porta della canonica per assicurarsi che non prendessi altre vie. Una domenica al cinema "Marconi" davano il film "Guerra e pace"ed io riuscii, dopo tante insistenze, ad ottenere il permesso di andarci e soprattutto le 200 lire  per l’entrata. Ci andai con alcuni miei amici marinando la dottrina ma alle 14 era talmente tanta la ressa per entrare e noi talmente ragazzini  piccoli che quella folla c’impedì di fare il biglietto per entrare al 1° spettacolo e per il 2° sarebbe stato troppo tardi perché il film durava quattro ore. Il cinema era la meta più ambita per il pomeriggio della domenica. Si andava al cinema Lux o Marconi e raramente in quelli più lontani. Nelle vicinanze dei  due cinema vi erano spazzi (allora accessibili) a ridosso delle mura cittadine dove immancabilmente si andava a sfogare la tensione del film o a rincorrerci in nome di uno o dell’altro protagonista. Al cinema Lux assistei al film "I Tre Moschettieri" fu per noi ragazzi un "capolavoro" unico, ci eravamo portati anche il panino mangiato nell’intervallo tra l’uno e l’altro spettacolo ed alla fine, dopo averlo visto 2 volte si usci e solo l’ora tarda ci impedì di andare sulle vicine "montagnole dei bastioni" a correre, ma fino a casa Dartagnan, Porthos, Aramis eravamo noi stessi. Anche nel patronato della parrocchia era presente un cinema ed il biglietto costava la modica cifra di 50 lire, ma  non soddisfaceva le aspettative. Erano proiettati film di "Stanlio ed Ollio" o di "Peppone" con Fernandel e Gino Cervi o film di Caw Boys, ma immancabilmente all’arrivo dei nostri o in occasione di scene particolari la platea si alzava in piedi ed urlava il suo incitamento e la proiezione veniva interrotta fino a che non tornava il silenzio.   
Con il riordino delle festività ne sono state annullate alcune tra cui quella di San Giuseppe che veniva negli anni 50/60 festeggiata con importanza specie dai lavoratori, così era per la Azienda del Gas di Padova posta in via Trieste all’ex Gasometro per intendersi (così’ veniva detto per indicare un luogo ben preciso posto sulla sponda del fiume che passa la città) ed in occasione di una di queste feste il mio "santolo" di Cresima, il cui figlio era mio coetaneo ed amico, mi portò a questa festa dove stavano tavolate imbandite con vassoi di paste , pasticcini bibite ed ogni altro ben di Dio. Per quei tempi era per me la prima volta che vedevo tanta abbondanza e ne rimasi impressionato, ma non abbastanza per non "rendere onore" a quel banchetto.
Pasqua è sempre stata una festa molto partecipata, di solito con il cambio della stagione mi veniva comperato qualcosa di nuovo, le scarpe od anche una giacca come quella tipo velluto raso di color nocciola scuro che per due anni portai nei giorni di festa con camicia e cravatta a bandiere munita di  elastico al collo.
Verso la metà del mese di maggio giungono in Padova, sistemandosi nella grande piazza del Prato della Valle, le giostre che vi rimangono fino al 13 giugno, festa di S. Antonio. Da quando venivo a conoscenza della loro presenza, ancora piccolino, insistevo giornalmente ora con mia madre ora con mio padre per esserci portato ed alla fine veniva esaudito il mio desiderio. Le giostre erano sempre numerose anche se non sofisticate come quelle del giorno d’oggi. Il massimo del brivido erano le "montagne russe", vi erano poi 2 o tre autoscontri, la ruota panoramica, gli aerei (poi disco-volanti), la pista a 8, le gabbie, le catenelle  e qualche giostra  per i bambini tra le quali  le "barchette", che permettevano un contatto con l’acqua, e la giostra dei cavalli che per salirvi bisognava essere aiutati e che potevano essere oscillati più o meno da chi vi saliva. Io non mi agitavo molto anche perché già il movimento della giostra faceva perdere un po’ la bussola. Vi erano poi una grande quantità di "baracchini" per il tiro a segno, per la pesca dei pesciolini rossi ed immancabilmente al rientro a casa si aveva il sacchettino con il pesciolino rosso che, dopo tutti quegli sbalzi, di li a pochi giorni moriva perché poco amorevolmente accudito.Tra i baracchini ricordo uno dove dovevano essere piantati in un’asse dei chiodi con un sol colpo di martello. Mio padre ed un vicino, che per l’occasione si era unito a noi con la sua famiglia, ci provarono più volte ma non combinarono nulla. C’era poi il pungiball o il treno da spingere sulla rotaia per fargli fare più giri possibile ed anche questo era un motivo di sfida tra i maschi. Non c’erano molti soldi da spendere alle giostre ed oltre al pesciolino si rimediava un bastoncino di zucchero filato ed un paio di giri in giostra, ma tutto l’insieme e la camminata ti facevano tornare a casa stanco ed appagato. Per quanto riguarda la festa di S. Antonio diciamo che, pur avendo il santo in casa, molti padovani non la partecipano come si potrebbe pensare, ricordo di essere stato accompagnato una sola volta alla Basilica in occasione della festa e successiva cerimonia e processione ma era tanta e tale la "ressa" di persone che non si riuscì a vedere quasi nulla e si tornò a casa stanchi e delusi con il commento di mia madre che diceva "a!!…. se sapevo così non ci sarei andata!!", lei però aveva sofferto più per il male ai piedi dovendo portare le scarpe con i tacchi.
Con l’estate e le vacanze le domeniche avevano un ritmo più blando, non si andava in villeggiatura ma si alternava a qualche cinema la giornata passata in piscina. Con l’autunno le domeniche prendevano una diversa importanza, cominciavano le prime nebbie ma anche le prime "sagre" che erano allora molto partecipate anche se modeste nei confronti di oggi, dove tutto è luci e colori ma il divertimento blando. Noi si rideva moltissimo, ricordo che nella mia parrocchia, in occasione della festa, nel piazzale ora adibito a posteggio ma allora sterrato e limitato verso l’esterno da una siepe, prendeva posto un capannone per la pesca di beneficenza, una giostra (le gabbie o le catenelle) ed il palo della cuccagna cosparso di grasso con in cima premi in cibarie. Era questa la maggiore attrattiva e noi ragazzi non la si voleva perdere. I giovanotti (tra i 15 e 25 anni) formavano due o tre squadre e poi a turno davano l’assalto al palo con immancabili cadute;  i primi si prendevano l’incarico, indossando dei giubbotti smessi, di fare le prime passate per pulirlo e si lordavano di quel grasso che a volte si tiravano dietro tra le urla ed il divertimento dei presenti. Alla fine l’obbiettivo veniva raggiunto tra la gioia di tutti. Un’altra "sagra" che attendevo con ansia era quella di Bovolenta, nella seconda domenica di settembre. I miei famigliari ed io eravamo per una giornata ospiti di mia nonna materna e dei miei zii. Un mio cugino, di un paio  d’anni più giovane di me, era il mio compagno di giochi ed assieme ci si divertiva moltissimo. La nonna per l’occasione preparava un pranzo domenicale che consisteva in un brodo di gallina con dentro tagliatelle fatte in casa e finemente tagliate, (un po’ le odiavo perché nel mangiarle si doveva spesso "tirarle su" aspirando con la bocca in aiuto alla forchetta ed immancabilmente qualche goccia di brodo caldo finiva sulla faccia o, più drammatico, in un occhio) c’era poi la verdura cotta ed il pollo lessato. Alla fine del pranzo una bella fetta di dolce che era la "smeiassa" fatta con mele uvetta pinoli ed altro, simile (ma più morbida) della "pinza"o la torta margherita che ad ogni boccone ti faceva bere per poterla mandar giù.  Poiché’ nella tavola grande i posti non erano sufficienti per tutti, noi bambini mangiavamo in una tavoletta posta a fianco e liberi da richiami si mangiava volentieri in quella semi libertà dovuta all’impegno dei "grandi" tra loro. Da bere ci veniva preparata una bevanda posta su una bottiglia d’acqua miscelata con un po’ di vino e zucchero.  Dopo un pomeriggio passato alle giostre ripulendo le tasche della nonna e dei genitori per effettuare più giri possibili, con l’imbrunire, poiché la casa della nonna dava sul corso principale dove andava formandosi un fiume di persone che salivano e scendevano verso la piazza, ci si sistemava sul davanzale di una stanza ad osservare il passeggio. A volte si spruzzava con la pistola dell'acqua che ricadeva sulla gente con le reazioni  a volte strane, c’era chi non vedendo il cielo per il buio della notte diceva"comincia a piovere, è meglio che andiamo a casa!!!" e ci si divertiva così osservando le reazioni. Con le sagre e l’autunno riprendevano le scuole ma l’attenzione era sempre sul calendario per poter vedere le feste in arrivo. Per i defunti ed il quattro novembre si avevano 4 giorni di festa, si cercava di sfogarsi nei giochi ma le giornate si erano fatte fredde ed il buio veniva presto per cui il gioco effettivo ne veniva penalizzato. Nel  Prato della Valle mettevano le tende in vari momenti dell’anno, ma  di solito nel mese di dicembre, i grandi circhi come il Togni, il Krones, il circo Americano o  l’Orfei. Anche se non ci sarebbero stati i soldi per andarvi pur tuttavia la presenza  del circo dava curiosità ed allegria. In prossimità delle feste natalizie giravano per le vie di Padova i zampognari e quelle musiche davano allegria e felicità essendo il preludio della festa. Nel Prato della Valle più camion vendevano i pini di Natale che erano per quei tempi rigorosamente veri. Dopo le festività ti rimanevano in casa e se avevi un po’ di giardino li piantavi pensando al risparmio per l’anno successivo. La tradizione dell’albero iniziava a prendere piede in quegli anni e per illuminarlo si provvedeva con vere e proprie candeline che venivano fissate all’albero con  piccoli porta candela muniti di una clip. Venivano accese il giorno di Natale perché la loro durata era breve. Le palline erano di vetro soffiato e nell’aprirle o nel riporle dopo le feste  molte si rompevano.  La neve era fatta con il cotone che veniva aperto con le mani fino ad ottenere una sottilissima pellicola da deporre sui rami. Ad ogni modo era molto diffuso il presepio e tra ragazzi si girava durante il periodo delle vacanze per vedere i vari presepi presenti nelle chiese. Per quelli che si facevano in casa molta cura era riservata alla ricerca e raccolta del muschio, la struttura della capanna e dei rilievi attorno era garantita e fatta con i grossi pezzi di legna che venivano usati nelle stufe per il riscaldamento. Per raggranellare qualche soldo si andava a cantare la "Chiarastella" e si creavano gruppi di ragazzi ben organizzati che si spingevano anche verso le vie centrali di Padova.  
                                                           
                                                            L'Epifania
Negli anni '80 qualcuno , che forse aveva avuto un'infanzia infelice o talmente felice da non accorgersene, aveva ritenuto giusto abolire la festività dell'Epifania perché ritenuta una festa fascista. Fortunatamente dopo qualche anno, nel 1985, e' stata ripristinata e si e' capito che è ed è stata solo e soltanto una festa dei bambini e tale deve essere considerata . Al nominarla mi riaffiorano alla mente ricordi e sensazioni sopite ma non dimenticate. Gli anni tra il 1950 e '60 erano anni in cui le possibilità di oggi sarebbero sembrate pura e semplice fantasia, il tenore di vita era molto basso , i giocattoli erano un lusso e molti bambini attendevano un anno per avere un regalo ed in quell'anno fantasticavano, cambiavano idea, stavano buoni per paura di perdere quel dono e scrivevano lettere promettendo bontà in cambio di un giocattolo.
Poteva essere il mese di febbraio o qualsiasi altro mese dell’anno che se mi capitava di passare con mia madre davanti ad un negozio con giocattoli in vetrina (e questo succedeva passando per via Santa Lucia dove stavano i negozi di Testi e Frigo Beretta ) e mi fermavo esternando il desiderio di un qualcosa, mia madre era subito perentoria e decisa dicendomi la solita inesorabile frase"te lo porterà la Befana…!!!!!".Dopo un anno di attesa, finalmente arrivavano le festività natalizie ma la Befana arrivava alla fine e la sua attesa diventava spasmodica. Si contavano i giorni che mancavano all'evento e tra amici ci si confidavano le speranze ed aspettative. Quella notte, la notte della vigilia, accettavo di andare a letto presto perché non vi fossero imprevisti, qualche amico raccontava di preparare anche del cibo nei pressi del camino perché la Befana potesse rifocillarsi, cibo manco a dirlo sistematicamente consumato. Finche' credetti alla" befana" anche il mio era un mondo incantato. Nell'anno 1954 avevo continuato a chiedere che la befana mi portasse dei soldatini per poterli aggiungere a quelli che già possedevo e fare le mie consuete battaglie immaginarie. Come figlio di un Maresciallo dei Carabinieri avevo anche diritto ad un regalo da parte della befana riservata ai figli dei militari; mio fratello Francesco, maggiore di me di cinque anni, ne poteva usufruire per l’ultima volta. La festa della consegna veniva effettuata presso la caserma della legione situata in Piazza Mazzini nel Palazzo Maldura e la befana del 1955 mi portò forti emozioni. Mio padre, mio fratello ed io partimmo da casa per prendere in via Acquapendente  la filovia numero 4 che ci avrebbe portati vicini alla caserma. Allora le filovie avevano le stanghe ed immancabilmente durante il tragitto il bigliettaio, che era presente all'entrata del mezzo in una specie di sedile  protetto da un corrimano metallico e più' elevato degli altri, scendeva dal mezzo per rimettere sul filo qualche stanga che ne era uscita. Man mano che mi avvicinavo alla caserma la mia impazienza ed il mio nervosismo aumentavano. Infine giungemmo contemporaneamente all’arrivo di un ufficiale superiore per il quale fu chiamata e schierata la guardia. Fu per me uno spettacolo unico vedere tutti quei militari con elmetto e fucili, con tanto di baionetta ripiegata, allinearsi e scattare sull'attenti al comando impartito dall'ufficiale di servizio munito di sciabola e fascia azzurra. Un grande scalone con due rampe laterali permetteva l’accesso al piano superiore dove in una grande sala,  sopra tavoli disposti a ferro di cavallo e ricoperti con fogli di carta bianchi stavano, divisi per età e sesso i regali. Al centro in primo piano un treno di lamiera colorata composto da una locomotiva, un primo vagoncino per il carbone e due belle vetture passeggeri. Poggiava su un giro ovale di rotaie con nei pressi una stazione, una piccola galleria, un segnale su piedistallo di stop ed avanti. Per quei tempi era un regalo bellissimo anche se per farlo camminare si doveva  caricare la molla con l'apposita chiave per una corsa lunga poco più di un giro. Mio padre ci accompagno' a prendere il  regalo a noi destinato, a mio fratello fu consegnato un modellino di aereo bimotore di linea di color bianco argento cromato, a me fu consegnato un autoblindo di color rosso granato con carica a molla. Fummo poi tutti riuniti per l'estrazione del treno, il super regalo che tutti guardavamo con invidia. Fu fatto il sorteggio e con mio sommo sbalordimento usci' il nome di mio fratello ed a lui consegnarono il premio dopo le immancabili fotografie (in quella che ci fu data, uscii tagliato giusto a meta'). Per i giorni successivi avrei continuato ad assillare mio fratello perché montasse il treno e si potesse giocare. La befana dei Carabinieri veniva festeggiata qualche giorno prima della vera festività  ma era per me un di più, quello che avevo atteso per tanto tempo era la befana in casa per cui la sera del 5 gennaio ‘55 ero in una tensione incredibile, andai a letto presto e mi addormentai quasi subito ma verso mattina mi svegliai per un bisogno e subito misi a fuoco il momento particolare; saranno state le cinque, corsi in cucina e li sul tavolo poco distante dalla cucina economica stava una bella scatola di soldatini, erano otto giubbe rosse in carta pesta su piedistalli rettangolari di color verde leggermente più grandi dei miei soldatini di plastica. Avevano varie pose, uno con la tromba, uno con la sciabola, uno in ginocchio e cosi' via. Sul grande tavolo di marmo li schierai subito ed iniziai fantastiche battaglie con l'autoblindo ed altri soldatini. La cucina era al freddo ma io non lo sentivo finché alle 6 del mattino, quando si alzò mia madre che era solita andare alla messa delle sette,  vedendomi infreddolito mi mando' a letto a riscaldarmi. Cedetti all’imposizione ma due giubbe rosse, le mie preferite, me le portai tra le coperte per continuare a giocarci. Il giorno dell'Epifania come uscivo di casa avevo un pensiero fisso, sapere cosa avevano avuto in regalo i miei amici. Ognuno esaltava i suoi regali ma invidiava quelli degli altri. Quasi tutti ricevevano un regalo ma c'era chi non riceveva nulla  o chi aveva avuto la classica calza vecchia con dentro della frutta o qualche dolcetto o del carbone per giustificare il perché i regali non erano venuti. La verità era la mancanza di disponibilità economica delle famiglie. Il giorno dell'Epifania, festa di precetto, si andava come tutte le domeniche alla messa del fanciullo che veniva celebrata alle 9 del mattino nella parrocchia della Madonna Pellegrina. In chiesa, bisbigliando a denti stretti si commentava con l'amico di turno dei regali ricevuti ed era tutto un parlottare, ricordo un anno che  ad un certo punto fui chiamato da un  amico  sistemato in un banco poco discosto dal mio che mi invitò ad osservare il comune amico che aveva a fianco e che, come lo guardai, aprì (come le indossatrici aprono i soprabiti  nelle sfilate) il cappotto facendomi  vedere un cinturone che aveva appeso al fianco con nel fodero una  pistola a tamburo a 6 colpi luccicante cromata di bianco argento. Fu un pensiero fisso per tutta la messa finché, finita, non ci si ritrovò fuori prendendo in mano quell’oggetto del desiderio. Credere nella Befana era molto bello anche perché si sperava di ricevere cose incredibili, anche nel libro di lettura se ne parlava e non si voleva dare ascolto a chi, soprattutto i fratelli maggiori invidiosi, continuavano a dirti che era tua mamma e ti cantavano la filastrocca "la befana vien de note con e scarpe tutte rotte col vestito da furlana la befana xe to mama".Una cosa che non capivo o non volevo capire era quando parlavano che si doveva bruciare la befana perché era brutta e vecchia ed io mi chiedevo: " ma perché bruciarla se mi porta i regali???".
Nel dicembre 1955, in un pomeriggio in cui ero intento con alcuni compagni a giocare nella strada a pallone, giunsero a piedi  mia madre e mia sorella con in mano un voluminoso pacco confezionato con una carta giallognola; ci eravamo fermati nel giocare e loro ci passarono davanti dirette a casa.  Un mio amico mi disse "see  ndà a comprarte el regaeo dea befana????" "no!!!" risposi io un po’ contrariato al che lui rivolto agli amici con i quali stavamo giocando disse "el crede uncora aea befana!!!!" e giù tutti a ridere. Si continuò a calciare il pallone ma io avevo ormai una pulce nell’orecchio e quando andai a casa discretamente mi misi a cercare dappertutto finché , sotto un letto, non vidi il pacco e vi spiai dentro trovando il regalo che quell’anno avevo chiesto(un cappello da caw boy ed il fucile a pallini di gomma Diana) . Quando lo dissi a mia madre assumendo un atteggiamento da "furbo" lei negò sostenedo che mi ero sbagliato ma poi sollevata concluse "bene…allora da adesso basta regali!!!". Comunque gli anni a seguire fu sempre solerte a farci trovare in quel giorno una calza per me ed i miei fratelli con un po’ di cose dentro.  

                                                        Il carnevale


Il carnevale negli anni ’50 non era più di tanto ricco, la parte del leone la facevano frittelle e crostoli (galani) che in quel periodo  mia madre faceva seguendo le indicazioni di un paio di ricette che custodiva in un apposito quaderno. Le cose che meno costavano erano i coriandoli e le stelle filanti e se ne faceva un grande uso, quanto alle maschere ce  n’erano di economiche di cartone stampato e diritte con due fori per gli occhi ed uno per il naso che rimaneva alzato aderendo al tuo, nel retro un elastico per trattenerle sul volto. Eppure bastavano queste poche cose per far festa e far scherzi con polverine per starnutire o creare prurito. C’erano poi in Padova la sfilata dei carri mascherati degli studenti , in occasione dell’anniversario dell’8 febbraio, ed una sfilata di carri da tutte le parrocchie. In una di queste  sono stato coinvolto anch’io. Non ricordo bene se avevo 6 o 7 anni, sta di fatto che il carro della mia Parrocchia doveva rappresentare la fiaba del Gatto con gli stivali ed anziché di un carro trainato da un trattore, si componeva di una carrozza dove stavano seduti i personaggi del re e della regina. Davanti a loro due paggi seduti ed a piedi altri due paggi con il personaggio del gatto con gli stivali che gironzolava attorno lanciando caramelle  ai bambini che facevano ala al passaggio del mezzo. Ero stato coinvolto per volere di mia madre che s’era offerta di prepararmi il vestito che consisteva in un pantaloncino di tela leggera azzurra lungo fin sotto il ginocchio dove un paio di calzettoni lunghi bianchi completavano la gamba, un paio di scarpe nere, una camicia bianca,  un gran collare celeste rotondo voluminoso di carta increspata  e dulcis in fundo un bellissimo cappello azzurro  con tanto di piuma bianca (sulla foggia di quello dei moschettieri). La domenica stabilita mi feci trovare nel piazzale antistante la chiesa della mia parrocchia dove fui  prelevato con tutti i componenti del nostro carro. Trattandosi di una carrozza ci stringemmo e fummo  portati nel piazzale della stazione di Padova da dove sarebbe partito il corteo dei carri. Dopo un po’ di confusione per la sistemazione dei mezzi si partì intorno alle  14,30 prendendo il corso in direzione sud. Cominciai a piedi la sfilata ma ben presto con il compagno appiedato concordai che quando ci avessero dato il cambio i due che erano seduti, non saremmo più scesi. Così fu fatto tra la rabbia dei due amici ma il bon ton non prevedeva litigi per cui fecero buon viso a cattiva sorte facendosi una bella camminata. Man mano che si procedeva verso il centro di Padova la folla diventava sempre più fissa e dai balconi dei palazzi scendevano coriandoli e volavano stelle filanti che noi rilanciavamo con entusiasmo. Al Pedrocchi poi, prima di entrare in via Roma, uno dei carri avanti al nostro particolarmente alto aveva avuto delle difficoltà con i cavi presenti tra gli edifici e quindi si procedette tra soste e ripartenze, io me ne stavo seduto osservando la folla che faceva ala al nostro passaggio e tra la quale speravo di veder spuntare i miei famigliari che mi avevano assicurato la loro presenza. Tra loro anche  una cugina nostra ospite che sarebbe poi emigrata in Australia. Avevo nella carrozza la regina che era una bellissima ragazza di una decina d’anni più grande di me ma che con finta indifferenza mi incantavo ad osservare. Ogni tanto i due paggi a terra reclamavano il cambio ma io ed il mio amico fummo risoluti e "stronzi" nel non cedere il posto. I miei parenti li intravidi in prossimità del Prato della Valle ma, poiché cominciava a piovere, la carrozza aveva iniziato a procedere più spedita e quando terminato il prato della Valle si entrò in corso Vittorio Emanuelde il nostro cocchiere diede di frusta dopo aver alzato la cappottina della carrozza. Sotto quel riparo precario ci raggruppammo tutti cercando di evitare la pioggia. Nelle vicinanze di casa mi fecero scendere e correndo la raggiunsi senza pensare che i miei famigliari erano tutti in centro città per la sfilata. Per la pioggia i pantaloncini di tela azzurra mi si erano incollati alle gambe e la bianca camicia al petto, ma il mio pensiero era salvare il cappello la cui penna andava perdendo l’originale pomposità. Dovetti scavalcare il cancello ed attendere più di un’ora sui gradini di casa,  con l’umore a zero, il rientro dei miei famigliari..
                                                                               
                                                                   Il calcio

Il mio più' grande interesse è sempre stato il gioco del calcio e quando mi era possibile lo praticavo. Nel nostro vicolo il pallone o palla o pallina erano sempre presenti, a noi bastava calciare qualche cosa ed in special modo i palloni di plastica una volta bucati, se il foro era piccolo, mantenevano una certa consistenza e misura per cui  si adattavano ad essere usati per parecchio tempo. Chi ne possedeva uno spesso lo lasciava nel giardino di casa perché gli amici lo potessero prendere e giocarci nell’eventualità che lui non ci fosse o fosse occupato. Ma oltre a giocarlo direttamente c’era pure il gioco dei grandi. Sul finire degli anni ‘50 il Padova era una squadra che giocava nella massima serie del calcio nazionale e quindi vi era un interesse di grandi e piccoli tra i quali senz’altro anch’io. La mia abitazione  distava in linea d’aria un cinquecento metri dal campo Appiani dove si giocavano le partite del Padova ed il boato dei gol giungeva chiaro con l’immancabile  commento di chi sentiva "il Padova ha segnato!!!". In quel periodo molti giungevano in città dalla provincia e nell’ora che precedeva l’inizio della partita le vie Giordano Bruno,  Marghera Carducci e limitrofe erano invase da masse di tifosi in movimento verso lo stadio. Nel piazzale antistante l’Appiani sostavano  i  carrettini dei fruttivendoli ambulanti che erano presi d’assalto per l’acquisto di  semi di zucca, arachidi e lupini che venivano venduti su cartocci di grossa carta gialla. Al termine dell’incontro tutte quelle bucce, ma in particolare quelle dei lupini, erano una minaccia per chi vi camminava sopra. Io non disponevo di soldi per l’acquisto del biglietto ma la curiosità era tanta per cui andavo nei dintorni dello stadio per poter , quando le porte venivano aperte e cioe' l'ultimo quarto d'ora della partita, vedere qualcosa e magari assistere a qualche gol. Il Padova di allora, allenato da Rocco, dopo un primo tempo spesso senza reti tornava in campo nella ripresa con una carica datagli dall'allenatore che si concretizzava in gol anche numerosi. In quel quarto d’ora avevo potuto vedere i miei beniamini, avevo memorizzato le maglie degli avversari a volte strane come quelle a righe della Pro Patria o bicolori della Spal o rosso alabardate della Triestina ed avevo potuto riconoscere qualche importante giocatore della squadra avversaria. Se non andavo allo stadio, nell’orario delle partite mi piazzavo nella  cucina di casa dove sopra la credenza stava la grande radio; la sintonizzavo sul canale dove la Stock di Trieste offriva la trasmissione tutto il calcio minuto per minuto con i grandi radiocronisti che erano Ciotti,   Ameri e Martellini. Il 21 febbraio 1960 compivo 12 anni, mia zia Maria sorella di mia madre e gestrice con il marito di un negozio di generi alimentari, aveva avuto da un rappresentante della Vegge' la promessa che avrebbe fatto entrare mio cugino (più giovane di me di 2 anni) e me gratis allo stadio se solo lo avessimo atteso, un po’ prima dell’inizio partita, all’entrata sud dello stadio Appiani. Fu così che nelle prime ore di quella domenica raggiunsi con mio cugino lo stadio ed attendemmo nel luogo convenuto  chi ci avrebbe fatto entrare. Il rappresentante era niente di meno che il Signor Marino Puggina che diverrà in seguito anche presidente del Padova Calcio, mise mio cugino davanti a se ed io dietro. Passammo e ci gustammo a pieno quella gara.  Il Padova giocava contro l'Udinese e vinse con un punteggio tennistico 6 a 1con marcatori Tortul, Perani,Brighenti, Perani, Brighenti, Rosa e gol della bandiera dell'Udinese fatto da Bettini. Altre domeniche ci facemmo trovare dal signor Puggina all'entrata dello stadio e quasi sempre ci ando' bene e passammo. Ci divertivamo moltissimo a vedere e sentire quella massa di tifosi che vinti dalla passione si scomponevano in commenti e versi per niente ortodossi. L’arbitro era la vittima preferita per il loro sfogo,  ricordo un signore che era soprannominato "Mussa", non stava fermo un minuto, andava avanti ed indietro imprecando contro l'arbitro, sputando all'indirizzo ora del segnalinee ora di un giocatore avversario che si avvicinava alla rete di contenimento o per un'azione o per una rimessa laterale. Erano veramente un paio d'ore di divertimento, erano anni d’oro per il Padova e la sua difesa era ermetica con Pin, Scagnellato, Blason, Cervato   che applicavano il "catenaccio"come veniva definito dalla stampa sportiva nazionale . In attacco c’era poi Brighenti ed i suoi gol in rovesciata ci rimanevano nel cuore. Si vinceva anche con squadre blasonate e lo stadio era chiamato la "Fossa dei leoni".  Ricordo una partita con la Roma vinta dal Padova per 1 a 0 con l’attaccante della Roma Ghiggia che non riusciva a prendere un pallone e quando lo prendeva finiva per terra allargando verso l’arbitro le braccia sconsolato. Sempre quel personaggio di cui dicevo prima ogni qual volta Scagnellato si apprestava a marcare quell’ala  della Roma lui andando su e giù gli gridava "Dai Lelo,….. ciapeo, no sta farteo scampare!!!" ed io e mio cugino ridevamo di gusto. Rocco, l’allenatore del Padova, era un personaggio famoso e di lui e dei suoi "Panzer"  se ne parlava in televisione nei commenti che Gianni Brera faceva al campionato. Quell’anno poi, che due calciatori del Padova Brighenti e Mariani furono selezionati per la nazionale giocando in Inghilterra una partita finita con un pareggio di due a due ed entrambi segnarono i gol per l’Italia, non si stava più nella "pelle" per l’entusiasmo. Al giovedì il Padova si allenava a porte chiuse ma dal grande portone dell’entrata sud era possibile, grazie a delle fessure, vedere il campo ed allora si andava anche sperando di vedere qualcosa. Fu così che vidi per la prima volta"dal vivo" Rocco che avanzava nel campo dove i giocatori erano intenti ad allenarsi. Era in compagnia di altra persona e quando chiesi all’amico quale fosse dei due la sua risposta fu :"xe quel panson col biricici in testa, fisceto e tuta rossa!!!.". Successivamente avrei avuto occasione di vederlo in televisione anche se non veniva spesso intervistato se non quando era poi passato ad allenare il Milan e Gianni Rivera.   

                                                   Mio fratello


Come già detto mio fratello ha 5 anni più di me, non si trasferì subito a Padova con noi ma rimase alcuni anni a Bovolenta presso gli zii e la nonna materna che in questo modo cercava di agevolare la nostra famiglia visto che i tempi non erano rosei. A Bovolenta quindi mio fratello ha frequentato le prime quattro classi elementari riunendosi alla famiglia con l'iscrizione alla quinta . Il suo rientro era da me molto atteso al contrario di lui che lasciava a Bovolenta una squadra notevole di amici con i quali trascorreva giornate indimenticabili e di ciò' me ne ero reso conto quando una domenica andammo a trovare zii e nonna. A malincuore dovette sorbire la mia presenza ma decise di farmi vedere il suo "mondo", prese me e mio cugino e ci portò nella zona del paese detta "il castello", lungo il fiume Roncaiette in prossimità della punta dove il fiume si incontra con il canale di battaglia. Stavano all'ancora due grossi barconi affiancati tra di loro. Vi salimmo a bordo traballando un po' per il leggero dondolio del barcone, ci venne incontro un barcaiolo che si muoveva con passo veloce e sicuro e questo già era una meraviglia per me, ci lasciò vedere un po' attorno per poi salutarci e noi scendemmo ma nella mia fantasia erano già scattate avventure in mare, pirati ecc. ecc.. Mio fratello mi indicò poi il battellino che era legato dietro il barcone e che lui ed i suoi amici avevano "preso a prestito" qualche volta per brevi gite essendoci  un amico della loro età figlio di quei barcaioli. Era una calda giornata estiva e raggiungemmo quindi una spiaggetta lungo il fiume dove erano presenti i suoi amici intenti a trascorrere le ore calde della giornata. Erano tutti dei bravi nuotatori e mi fecero festa imitando l’entrata in acqua di un coccodrillo, una finta lotta tra indiani e caw boy ed altri giochi e scherzi che mi entusiasmarono per cui quando mio fratello si ricongiunse alla famiglia per lui stravedevo convinto di aver trovato un compagno di giochi. Purtroppo quando giunse trovò subito l’ amicizia di ragazzi  più grandi di me escludendomi.
S'era portato  alcuni giocattoli fatti di legno ma veramente belli, un coltello dalla lama dipinta di azzurro e dal manico giallo,  una pistola di legno  ben fatta e  rifinita con tanto di tamburo  in rilievo ed una solida slitta in legno.


                                                           I giornalini


I primi furono gli strip o strisce di giornalini che ci fecero conoscere personaggi come Capitan Miki, Doppio Rum, Salasso, Akim, Tarzan ed il Grande Black. La loro struttura da un lato li rendeva facilmente tascabili ma dall’altro risultava delicata in mano a dei ragazzi. Avevano infatti le pagine trattenute da una graffetta posta al centro, nel fianco del giornalino. La manualità faceva si che spesso la copertina si levasse ed allora il giornalino diventava un po’ anonimo e poco apprezzato.
Mio fratello aveva  una grande passione per i giornalini che leggeva e che amava poi conservare per cui ero tenuto lontano da loro nel timore li potessi sgualcire. S’era quindi munito di una chiave del primo cassetto del comò presente nella nostra camera da letto e sotto chiave teneva i suoi gioielli. Ai giornalini erano da aggiungere dei modellini in plastica di apparecchi trovati nelle "buste"vendute in edicola al costo di 50 lire, dei modellini di macchine ed il "meccano". Inutile dire che per me erano un bellissimo miraggio che non riuscii mai a raggiungere. Fortunatamente nella casa a fianco della mia, in una fabbrichetta di dolciumi, stava un lavorante parente dei titolari che era appassionato di giornalini ed in particolar modo seguiva, dalle prime emissioni,  Nembo Kid  non mancando mai di comperare il giornalino in uscita. Lo leggeva con particolare attenzione vignetta per vignetta ed  una volta letto me lo passava facendomi così diventare un conoscitore ed appassionato di quel personaggio anche se mi rimaneva sempre quel desiderio di aver avuto tra le mani quegli album dell’Intrepido o di Tex Willer conservati con cura da mio fratello. Tra amici c’era un interscambio intensissimo Si aveva tutti una dotazione più o meno consistente ma c’era poi la bella abitudine  del prestito. Se si andava a casa di un amico e si vedeva una certa quantità di giornalini se ne sbirciavano le copertine e si chiedeva in prestito quelli non letti. La risposta era sempre affermativa anche perché il piacere veniva ricambiato. L’edicola era presente fuori della via delle Rose al di là di via Giordano Bruno. Se si arrivava da Porta Santa Croce prima di passare la strada la si aveva sulla sinistra e quindi si faceva volentieri una sosta per l’acquisto di qualche bustina di figurine, di un giornalino o per conoscere eventuali novità. Si leggeva di tutto ma se dovevo scegliere a Topolino preferivo Tiramolla e Cucciolo. Durante le vacanze estive i giornalini erano ricercatissimi per superare i vari momenti di noia delle giornate ma erano pure utilizzati per raggranellare qualche soldo ed a tal fine si organizzava una "pesca di beneficenza"naturalmente a favore di chi l’organizzava. I giornalini migliori erano il piatto forte cui si aggiungevano piccoli giocattoli. In un’occasione venne a vedere la pesca un’amica alla quale la madre aveva dato cento lire. Entusiasta del fatto di pescare, prese 10 biglietti spendendo tutto il capitale posseduto con nostra piacevole sorpresa (mia e del mio  socio in affari), ma  quando già pregustavamo la riuscita della nostra iniziativa commerciale l’amica tornò in compagnia della madre alquanto alterata e furono restituiti  soldi e premi.  Un giorno dovetti seguire mia madre nella visita ad una sua amica  venuta ad abitare nel circondario  e che lei conosceva dagli anni giovanili. Mi volle portare con se sapendo che aveva un figlio della mia età. Fummo accolti molto amichevolmente e prima che l’amica intrattenesse con mia madre una serie di discorsi, rivolta al figlio disse:" Enrico!!! vai di là e fai vedere al tuo amico la cameretta!!!".Fui quindi portato nella sua camera dove tutto era in ordine e dove, in un grande scatolone, erano presenti una quarantina di giornalini. Era una raccolta fino ad allora completa del Piccolo Ranger. Il padre tornando dal lavoro era solito acquistare il giornalino in uscita al figlio ed entrambi lo leggevano. Avevo visto in precedenza grandi quantità di giornalini ma mai così tanti di un solo eroe e genere. Cosa più straordinaria me li volle regalare e poiché anche la madre si dimostrò favorevole,  me ne tornai a casa portando a fatica quel grande pacco. Nei giorni successivi mi misi a leggerli ma la quantità mi annoiava ed alla prima occasione li regalai a mia volta ad un amico. I giornalini erano letti da grandi e piccini e più di qualche adulto li raccoglieva specie quelli di Tex Willer che erano dei veri libricini e nelle piccole librerie delle camerette facevano bella vista.

     
                                                         L’alimentazione

                                                        
Anche nel campo dell’alimentazione  le cose sono molto cambiate. Un motivo senz’altro era quello che le madri casalinghe avevano  più tempo da dedicare alla cucina e quindi al pranzo. In secondo luogo non c’erano manie di diete e la cosa più importante era non sentire quello strano "languorino" allo stomaco per cui si cercava di tenerlo il più possibile pieno in modo giusto. In casa mia non avanzava mai nulla e se qualcosa da mangiare avanzava c’era subito chi sapeva apprezzare quell’extra. Negli anni 50/60 era abitudine da parte di mia madre fare delle minestre, con fagioli , piselli, patate, ceci ,  lenticchie, zucca,  trippe ed altro. Tra mia madre e mio padre c’era un po’ un braccio di ferro su che cosa doveva essere fatto a pranzo; mia madre veniva da una cultura contadina fatta di brodi e minestre, mio padre invece amava la pastasciutta ed insisteva perché fosse fatta e per essere più convincente trovava sempre una scusa per non mangiare la minestra e scostava il piatto con decisione dicendo che era troppo salata o troppo insipida. Il suo piatto andava spesso avanzato ma riscaldato nel pomeriggio o nella serata era di chi lo adocchiava per primo. Ricordo quello strano sapore che prendeva la minestra contenuta in una pentola di alluminio e riscaldata nel fornellino a spirito. Un sapore tanto amato e che non sono più riuscito a risentire probabilmente perché le pentole d’alluminio erano nel frattempo state soppiantate da quelle in acciaio. Comunque l’insistenza di mio padre (che era però spesso arrabbiato per motivi suoi e quel  pretesto di  arrabbiatura era solo la goccia che faceva traboccare il vaso) un po’ alla volta fece si che mia madre cominciasse a fare la pastasciutta e risi e minestre si fecero sempre più rari anche perché, per evitare l’invecchiamento delle uova, faceva sempre più spesso la pasta fatta in casa. Le tagliatelle e le sfoglie per il pasticcio venivano mangiate con soddisfazione di tutti. La domenica era giorno di pasticcio e mia madre alla carne macinata, che non era mai tanta, aggiungeva sedani , carote e verdure in abbondanza per poi sostenere che era più leggero e più digeribile. Il pane non diventava mai vecchio; ci veniva portato dal figlio del panettiere con forno in via Giordano Bruno. Era un ragazzo grande e robusto che arrivava a bordo di una pesante bicicletta con un’enorme cesta sul davanti piena dei sacchetti di pane da consegnare. Fino all’età di 5-6 anni  capitava di  attendere il suo arrivo intorno alle 12  (sempre nei giorni di vacanza)  perché c’era un buon rapporto di saluti e scambi di poche parole ed a volte ti allungava un grissino; ma negli anni successivi si era lasciato il posto agli altri  bambini più giovani che abitavano nel vicolo. Se nel pomeriggio c’era del pane in casa il panino era sicuro, se andava bene con un po’ di cioccolata o marmellata altrimenti del burro con un po’ di zucchero. Il tempo strettamente necessario per farlo e si scappava fuori per il gioco. Chi usciva col panino era molto osservato anche da chi aveva già mangiato il suo e" mandava giù." ma se l’amico ne offriva un pezzo il" sacrificio" di accettare si faceva volentieri.
Si mangiava di tutto e nella stagione estiva succedeva a volte che venisse acquistata un’ anguria dai camion carichi di cocomeri che passavano reclamizzando col megafono la qualità e specialità del loro prodotto. Chi lo acquistava pretendeva la garanzia e spesso il venditore era costretto a praticare un tassello di assaggio per dimostrare quanto sostenuto. Avevamo nel giardino due piante da frutto, un fìco dai frutti grossi neri e carnosi che era un piacere mangiare nel periodo della maturazione, ed una pianta di cachi molto esuberante ed i cui frutti venivano tolti prima della completa maturazione per evitare che fossero preda dei merli e degli uccelli in genere. Posti  in cassette continuavano la maturazione osservati con interesse e prelevati quando erano veramente maturi per evitare che " legassero la bocca "mangiandoli. Prima della messa a riposo c’era il rito della consegna di qualche cassetta promessa alle varie amiche e conoscenti di mia madre. Era sempre valido il proverbio "perché l’amicizia si mantenga una mano che viene ed una che venga". E così per chi aveva la vigna ci veniva data dell’uva che se abbondante e fragola permetteva di fare i così detti "sugoi" che mia madre sapeva fare bene. Aveva avuto come maestra mia nonna, alias sua madre, che era veramente un’artista e li deponeva su contenitori in terracotta dove si esaltavano profumo e sapore. Dai vicini si avevano  nei periodi di raccolta albicocche o prugne, il surplus veniva  sempre offerto.    
Se le albicocche erano abbondanti ci mettevamo con pazienza (due o tre ragazzi attirati dal miraggio della leccornia)  muniti di martello a battere i noccioli per ottenere le mandorle. Mia madre provvedeva a riscaldare e sciogliere dello zucchero dove si aggiungevano le mandorle tritate ottenendo un’amalgama che, versata sopra una superfice di marmo bagnata,  permetteva di avere del buon croccante.

                                                             L’igiene

Negli anni ‘50/’60 le abitazioni di città erano tutte fornite di acqua corrente data dall’acquedotto cittadino ma permanevano nelle periferie abitazioni che usufruivano dell’acqua del pozzo e servizi igienici "alla turca" su apposite strutture all’aperto. Se capitava di andarci ci si adattava e c’era sempre qualche persona anziana che ti raccontava dei vecchi tempi e di come fosse dura la vita in passato. Ti raccontavano le difficoltà per provvedere alla pulizia personale e come poi a scuola il maestro o la maestra giravano per i banchi muniti di bacchetta che usavano qualora qualcuno persistesse nell’avere mani, unghie od orecchie sporche. Abitudini e situazioni che nel primo dopoguerra andavano via via scomparendo ma qualche insegnante continuava ad essere severo controllando anche l’aspetto e la pulizia dei suoi alunni; la mia maestra ci teneva controllati ma si limitava a rimproveri verbali segnalando alle mamme le eventuali negligenze. Di contro le mamme ci tenevano al giudizio ed intervenivano con costanza sui figli. A casa mia il sabato era giornata destinata al bagno anche se il riscaldamento dell’acqua presentava dei problemi . Avevamo in bagno un boiler a legna che permetteva il riscaldamento dell’acqua con tempi abbastanza lunghi e dopo esserci ben affumicati per cui si evitava quel sistema ricorrendo a delle pentole d’acqua riscaldate sul fornello di cucina che, unite all’acqua della vasca, permettevano di portarla alla giusta temperatura per l’occorrenza. C’era quindi tutto un andirivieni gestito da mia madre fino alla conclusione dell’operazione. Gli altri giorni della settimana si provvedeva lavandoci un po’ a pezzi. Come casalinga mia madre aveva dei pesanti lavori da fare come il bucato che veniva effettuato in un mastello con acqua di lisciva e sapone Marsiglia che garantivano un lavaggio a fondo. Particolarmente pesante era il lavaggio delle grandi lenzuola che stese all’esterno diventavano, nei mesi invernali, rigide e per portarle in casa si rendeva necessario un aiuto a mia madre perché i "baccalà"(così venivano chiamati) erano pesanti. Le donne casalinghe non disponevano di guanti e le loro mani erano un po’ gonfie per i continui lavaggi. Qualcuna di loro (non mia madre) si faceva aiutare pagando a ore delle donne che facevano il servizio. C’era in particolare una signora di nome Isa dalla corporatura prestante che aiutava in lavori pesanti. A lei ricorreva una vicina di casa dal fisico esile e poco amante di certi lavori. In linea di massima per le donne di allora  il proverbio era "di necessità virtù". C’erano in quegli anni dei mendicanti avanti nell’età che venivano a chiedere l’elemosina e passavano di tanto in tanto suonando alle case dove sapevano che l’offerta veniva data. Tra questi una donna sulla quarantina dal fisico robusto e prestante, mia madre le dava una moneta partendo dal presupposto che se chiedeva voleva dire che aveva bisogno, ma tra le donne la cosa non veniva ben digerita ed un giorno la signora di cui dicevo prima non potendo disporre dell’aiuto della Isa aveva detto a questa poveretta "se vuole del lavoro ho qui un mastello di roba da lavare!!!" né aveva ricevuto un no risentito e sdegnato e da allora passava senza suonare al suo campanello. Al mastello di legno era succeduta per mia madre una grande tinozza di metallo dove tende e lenzuola potevano essere lavate più comodamente. A volte nei mesi estivi veniva riempita d’acqua e con il calore del sole riscaldata tanto che il successivo bagno era per me caldo e salutare. Il desiderio dell’acqua calda lo si aveva soprattutto nei mesi invernali quando al mattino ci si doveva lavare e l’acqua del rubinetto era veramente ghiacciata. La maggior parte delle volte si usava l’acqua della " bossa" che dopo la nottata manteneva ancora un po’ di tepore. In prossimità della Pasqua mia madre diventava particolarmente attiva nelle pulizie e tende, lenzuola, federe ed altro venivano lavati con cura. Con gli anni ’70 i miei genitori fecero installare un impianto di riscaldamento con caldaia e termosifoni per cui tante scomodità furono superate.

                                                     Prima comunione


La prima Comunione era una tappa importante negli anni cinquanta per i ragazzi e così fu per me. Oltre all’aspetto religioso per il quale si veniva preparati frequentando la dottrina cristiana ed affrontando una prima tappa data dalla confessione, c’era un aspetto sociale dovuto soprattutto al fatto che per la cerimonia dovevi essere vestito di sana pianta ed era in effetti per molti il primo vestito che ti veniva fatto. All’inizio del 1957, dopo una certa ricerca mia madre acquistò la stoffa di un colore grigio  chiaro con la quale mi sarebbe stato confezionato il mio primo vestito.  C’era quindi il problema del confezionamento ed a questo fu provveduto tramite un bravo sarto che avevamo in via delle Rose. Fui quindi portato una prima volta dal sarto che mi prese tutte le misure nonostante la mia poca disponibilità e che intavolò con mia madre una certa discussione tecnica su ciò che sarebbe andato a fare. Di lì ad una ventina di giorni fummo chiamati (io e mia madre) per la prova. Il vestito era abbozzato, la giacca aveva una sola manica e così i calzoni erano costituiti da una sola gamba, ovunque fili di imbastitura a cui il sarto cominciò ad aggiungere spilli che mi davano irrequietezza e le raccomandazioni di star fermo si sprecavano.  Quando la prova fu finita il sarto era un po’ provato e ci rimandò per un’altra prova di lì ad una decina di giorni. Si andava sempre di sera dopo cena e per me era una  vera fatica ma nella successiva prova c’era nella stanza del sarto adibita a laboratorio, atelier, sala di prova ecc. in un angolo una grande e capiente scatola di cartone dove all’interno stavano una gatta soriana e tre suoi micini. Con un sospiro di compiacimento il sarto notò la mia immobilità e disponibilità durante la prova;  ero preso a seguire i movimenti di quei gattini e soprattutto uno era particolarmente vispo tanto che quando il sarto ci propose di darcene uno io avevo già scelto. La cosa doveva essere decisa in famiglia e quindi dovetti rimandare la scelta alla successiva prova. Mio padre comunque aveva manifestato la sua contrarietà ma alla fine insistendo la spuntai e con il vestito mi portai a casa anche il gattino soriano dal manto  striato e dal carattere docile e giocherellone almeno per il primo anno di vita. Il giorno della Prima Comunione fu per me un giorno di "luna" terribile, oltre al vestito si doveva indossare un bracciale di seta bianco con bordi dorati con una specie di fiocca e  prolungamento verso il basso recante la scritta sempre dorata JHS. Fino a qualche giorno prima  la fascia c’era ma alla vigilia era sparita. Non si riuscì a trovarla ed i tempi ristretti impedivano di acquistarne un’altra. Una vicina di casa si offrì di darci quella di un suo figliolo che aveva fatto la Prima Comunione qualche anno prima. Il risultato fu che mi fu messa una fascia chiaramente vecchia con le scritte dorate un po’ annerite. Bastò questo per rovesciarmi la giornata e per il mio atteggiamento di rifiuto e sgarbatezza con tutto e tutti le presi di santa ragione specie da mia sorella che per queste cose, come quando aiutava mia madre a farmi prendere l’olio di ricino, andava a nozze. La cerimonia in chiesa fu della giusta solennità; le bambine tutte vestite di bianco come delle spose in miniatura ed i maschietti vestiti da ometti con completino dal grigio al blu. Uno di noi (molto invidiato) era pure vestito da marinaretto. Fu fatta festa in casa dove erano presenti una nipote di mio padre in compagnia di una sua cognata. Il loro regalo fu un libro molto bello perché arricchito con una copertina lucida e dalle dimensioni considerevoli; era "Ventimila leghe sotto i mari". Un regalo graditissimo che mi fu fatto fu un pallone di cuoio numero uno o due che calciammo "nel campo" per parecchio tempo finché non sparì. Era per quei tempi una rarità oltre ad essere particolare per la gonfiatura. La sfera di cuoio aveva all’interno una camera d’aria che terminava in un tubicino per la gonfiatura a fiato. Una volta gonfiato si doveva chiudere il tubicino serrandolo con lo spago per poi farlo rientrare all’interno della sfera e chiudere il tutto con dei punti di chiusura fatti con spago e passati con un grosso ago da materassaio. Ricevetti altri regali tra i quali due astucci con le penne stilografiche in madreperla accoppiate a matite. Regali un po’ inutili visto che furono tenuti da parte come un piccolo tesoro ma mai utilizzate. Le penne stilografiche  erano munite di un serbatoio in gomma per l’inchiostro che col tempo si deteriorò rendendole inutilizzabili. La domenica dopo la Prima Comunione ci fu fatta fare la Cresima; nella parte centrale della chiesa furono create due file contrapposte di banchi ricoperti di drappi rossi dove erano sistemati i cresimandi ed il vescovo di Padova Mons. Bortignon, frate Cappuccino dalla lunga barba fluente, passò sfiorandoci  la guancia in quella che tutti mi dicevano sarebbe stata una "sberla" dolorosa e mi ritrovai soldato di Cristo. Fui tenuto a Cresima da un vicino di casa il cui figlio, mio coetaneo e compagno di giochi,  veniva tenuto nel contempo da mio padre. Su accordo dei genitori ad entrambi i cresimandi fu fatto lo stesso  regalo e cioè un orologio con un bel quadrante rotondo ed una cinghietta di pelle che mettemmo  subito  sopra il polsino della camicia per farlo ben vedere. Per festeggiare si prese l’autobus e si andò in località Tencarola dove in una trattoria fuori mano ma rinomata si mangiò e festeggiò. La trattoria aveva i tavoli all’aperto sotto una grande pergola con molti coperti per cui nella confusione la festa fu più sentita. Vi era pure sempre all’aperto  una grande vasca con dentro del pesce vivo parte del quale veniva di tanto in tanto prelevato ed erano soprattutto  anguille e capitoni  che io pensavo essere serpenti ed attirarono non poco l’attenzione mia e del mio amico. Da quella gita "fuori porta" tornammo stanchi ma contenti. Qualche giorno dopo fui nuovamente vestito a festa (senza la fascia al braccio) e dovetti seguire mia madre che in corriera mi portò a Conselve per trovare una sua vecchia zia molto burbera ma dalla quale  sperava di avere qualche lascito visto che così s’era espresso il di lei marito prima di morire qualche anno prima. In quell’occasione non soddisfeci le aspettative di mia madre visto che la stanza dove la zia ci ricevette era necessariamente quella da letto con odori di medicinali molto intensi cosicché il gelato che mi fu portato non lo degnai nemmeno di un assaggio nonostante le insistenze e le occhiatacce di  mia madre, lo stomaco mi si era chiuso.



                                                 La televisione


La televisione entrò’ in casa mia nel 1958 , mio padre si rivolse ad un rivenditore di fiducia  (certo Sacrato) che forniva la caserma dove prestava servizio. Era un personaggio molto ciarliero ed imbonitore ed ogni qual volta veniva si acquistava qualcosa. Quanto ai pagamenti venivano dilazionati il più possibile e questo faceva si che mio padre, quando  si rendeva necessario l’acquisto di un elettrodomestico, si rivolgesse a lui. Era stato lui a fornirci un giradischi a valigetta per la gioia di mia sorella che amava ascoltare la musica e così quando la grande radio posta sopra la credenza nella cucina fu distrutta per stanare un topolino che vi si era annidato, era stato lui a fornirci un apparecchio radio e giradischi montato su quattro piedi in alluminio. Mio padre, pur ritenendo l’acquisto del televisore una bella spesa da sostenere era andato via via convincendosi della necessità sia perché  vedeva certe sere partire mia sorella che invitata dai vicini usciva per assistere a qualche programma, sia perché aveva sentito delle Olimpiadi che di lì a due anni sarebbero state fatte a Roma e lui, tifosissimo di boxe, avrebbe potuto assistere a dei grandi incontri. Io avevo già iniziato ad intravedere la televisione e cominciavo ad innamorarmene; a volte seguivo un amico che mi portava in un bar di sua conoscenza e si poteva vedere qualche 10/15 minuti di programmi grazie ai buoni rapporti che aveva con i titolari ma quando gli avventori aumentavano e le sedie venivano a mancare si filava via. Comunque il mio vero incontro con la televisione fu aggregandomi a mia sorella che assisteva con passione ai primi sceneggiati televisivi e" Canne al vento" fu il primo seguito da "Il mulino del Po" ed altri. Anche mio padre avrebbe amato vedere qualche trasmissione come Lascia o raddoppia di cui tutti i suoi colleghi e conoscenti parlavano ed i personaggi esperti nelle varie materie erano commentati di continuo come il  prof. Cutolo o Lombardi o altri. Un giovedì mio padre, volendo vedere la trasmissione, fece preparare mia madre e me ed andammo al cinema Lux dove poteva essere seguita la trasmissione da un apparecchio posto al centro dello schermo sul rialzo tipico presente nei bar. La sala era gremita di gente che in silenzio ascoltava le domande e le risposte dei concorrenti con bisbiglii di meraviglia ed approvazione. La stessa cosa non si poteva dire per i bambini al seguito dei genitori che stanchi e disinteressati si agitavano nelle poltroncine ed il sibilo del "sssssss!!" si faceva spesso sentire.  Mio padre avrebbe preferito un po’ più di raccoglimento per cui si rese conto che l’acquisto andava fatto. Fu chiamato il signor Sacrato che proponendo un gran numero di rate mensili convinse mio padre.
Entrò quindi in casa un televisore telefunken, uno dei  migliori apparecchi che il mercato offriva in quel momento, 19 pollici di video ed un carrello con ruote di metallo e due ripiani in vetro, il più basso per le riviste ed il  più alto per "la scatola magica ".Nei primi anni si ebbe da parte di tutti in famiglia un amore particolare per la televisione. Ci apriva al mondo ed i programmi entrarono nella vita di ogni giorno per i commenti che se ne facevano. Quando poi nel 1960 vi furono le  Olimpiadi di Roma  mio padre , gran tifoso della boxe, seguì gli incontri che venivano trasmessi ad ora tarda (quando tutti noi dormivamo) e la sua soddisfazione fu grande tanto più che ben cinque pugilatori italiani vinsero  la medaglia d’oro sulle 13 vinte dagli atleti italiani.(erano le Olimpiadi di Cassius Clay, Benvenuti,Lo Popolo ecc) A volte mi fermavo anch’io ad assistere ad un qualche incontro solo per osservare il comportamento di mio padre che non riusciva ad assistervi  stando seduto ed  in piedi continuava a muoversi partecipando intensamente agli scambi dei pugilatori e facendosi scappare di tanto in tanto anche qualche incitamento verbale.
Nel 1961 la RAI iniziò la preparazione del secondo canale televisivo e per alcuni mesi, fino alle trasmissioni iniziate nel mese di novembre, alle diciotto il canale sperimentale mandava in onda un film che era da me giornalmente atteso perché, pur essendo la tv in bianco e nero, i film che venivano trasmessi  erano  il massimo che mi potessi attendere come spettacolo. Le trasmissioni coprivano parte della giornata, c’era la tv dei ragazzi che seguivo con entusiasmo e c’erano i programmi serali preceduti dal carosello che doveva essere l’ultimo spettacolo per i bambini prima di andare a letto. In realtà se non si aveva sonno e se il programma serale era di gradimento si riusciva a rimandare l’andata a letto. I programmi serali vedevano riunita tutta la famiglia davanti al televisore; si affrettava la cena  per poter essere maggiormente pronti ed al tempo stabilito si era tutti comodi e sistemati per seguire in religioso silenzio il programma trasmesso. Dove avevamo il televisore e cioè nella sala da pranzo era presente una bella poltrona in pelle che era l’obiettivo serale di mio fratello; vi si sedeva pieno di entusiasmo per il programma che iniziava ma di lì a poco cedeva immancabilmente al sonno ed iniziava a russare. A quel punto mia madre era pronta a difenderlo "poverino!!! avrà lavorato troppo!!." Ma  mio padre, mia sorella ed io eravamo più drastici e non finivamo di criticarlo, di fischiare o di fare il verso del gatto finché non lo svegliavamo costringendolo ad andare a letto. L’avvento della televisione portò anche un cambiamento per i giochi e si trovava sempre meno tempo per cercare fuori casa il divertimento.  

                                                       Il calzolaio

La maggior parte dei negozi dove ci si serviva erano all’uscita di via delle Rose negli edifici contrapposti a Porta Santa Croce; vi era un fornaio, un negozio di merceria prima ed un meccanico poi, un barbiere prima ed un orefice poi, un bar ed un negozio di frutta e verdura prima ed una ferramenta poi. Erano negozi gestiti da commercianti molto simpatici che potevano avere anche l’abitazione nelle vicinanze e con i quali si scambiavano discorsi di circostanza ma anche di vita e delle vicende di famiglia. Senza dubbio un negozio sempre pieno di clientela era la merceria anche perché i titolari, marito e moglie, intrattenevano spesso e volentieri le clienti con delle grandi chiacchierate; mia  madre evitava di andarci perché aveva poco tempo e lì se ne doveva perdere abbastanza. La moglie del titolare era di origine francese con tanto di erre moscia amava fare esercizio di lingua italiana e ci dava dentro con discorsi se trovava la vittima giusta. Non andando mia madre ero  costretto ad andarci io perché  da quel negozio uscivano molte cose che le  erano necessarie come le cerniere lampo, nastri e nastrini oltre alle spagnolette e bottoni. Venivo mandato con un foglietto di carta dove scriveva le cose che le servivano oppure con un campione di stoffa per chiedere la spagnoletta col colore da abbinare o che mi fossero fatti dei bottoni con l’apposito macchinario utilizzando un ritaglio di stoffa dell’indumento che aveva in lavorazione. Ma entrando in via delle Rose nell’edificio di destra stava una bottega di pochi metri quadrati con una chiusura di vetri parte su un telaio fisso e parte costituiti dalla porta. Il negozio era poi chiuso da una pesante serranda. All’interno di quel piccolo ambiente il calzolaio o meglio come dicevamo noi " el scarparo" svolgeva il suo lavoro. Arrivava al mattino a bordo della sua bicicletta  che lasciava appoggiata al muro esterno e che permetteva di capire da lontano se era o meno presente nella bottega. Era un uomo di una trentina d’anni un po’ trasandato con la barba di qualche giorno, portava una " traversa" che gli copriva le gambe fino al ginocchio. Come si entrava si era avvolti da un contrasto di profumi che andavano dal mastice al lucido da scarpe ed ovunque una polvere sottile copriva i pochi mobili dati dal bancone che teneva i clienti nella prima parte della bottega e da alcuni ripiani dove venivano riposte le scarpe da riparare. Aveva poi un banchetto di lavoro molto basso con a fianco una sedia dalle gambe accorciate. Un solo macchinario era presente e serviva alla rifinitura delle scarpe. La materia prima gli era fornita da un gran pezzo di cuoio da cui ricavava con un’affilatissima lama i pezzi necessari alle riparazioni. Sul banchetto lo strano incudine dei ciabattini, un martello dalla larga base, un punteruolo, una piccola tenaglia ed altri strumenti utili al suo lavoro.  C’erano poi un paio di barattoli per la tinta nera ed il mastice oltre a molti chiodi di tipi diversi ma di dimensioni medio piccole. Le sue mani erano sistematicamente impiastricciate di mastice o della tinta per scarpe e penso fossero ripulite solo a fine giornata non disponendo di acqua corrente se non quella della vicina fontana comunale. Veniva un po’ criticato perché ogni tanto usciva raggiungendo il vicino bar per "un’ombretta di vino" che con l’andar del tempo s’era fatta sempre più frequente. Ripensandoci  devo dire che non faceva certo una bella vita con quegli odori e quella polvere nella bottega per cui quando usciva lo faceva anche per respirare un po’ d’aria pura. Comunque io venivo regolarmente mandato a ritirare le scarpe, specie quelle di mia sorella i cui tacchi saltavano con una certa frequenza. Trovando la bottega aperta c’era poi la sorpresa che le scarpe difficilmente erano pronte ed allora lui le ultimava trattenendoti nel negozio per un quindici venti minuti e mentre finiva il lavoro cercava sistematicamente un colloquio. Il più delle volte lo faceva mentre si accingeva a piantare dei piccoli chiodi per fissare i tacchi o la suola delle scarpe e lo faceva tenendo sulla bocca più chiodi che non gli impedivano di parlare e questo mi faceva un senso particolare tanto che a volte facevo finta di guardarmi attorno per girare lo sguardo e non vedere. Se gli capitava nella bottega una ragazza od una signora i tempi si allungavano di molto ed i discorsi pure. Mia sorella si rifiutava di fermarsi e mia madre lo stesso obbligando me all’incombenza. A volte mi succede di ripensare a quel personaggio vedendo in qualche centro commerciale un qualche calzolaio e confrontando i diversi mezzi e modi di  lavoro concludere come le cose siano molto cambiate.

                                                          La musica

Sia per l’età sia per i tempi di continue novità e continui progressi  la vita negli anni ‘50 –‘60 era per me piena di entusiasmo .I programmi televisivi erano seguiti e commentati giornalmente, i giorni del festival di San Remo erano pieni di eccitazione e se qualche disco veniva acquistato era ascoltato con una frequenza incredibile. Vi fu un periodo che con qualche giornale (mi sembra tra questi vi fosse il musichiere), c’era allegato un disco in plastica fine e si acquistava per risparmiare sul maggior prezzo dei dischi in vinile. Entrarono così tra i miei dischi  "Piove"di Modugno e qualche altro  ma c’era il rovescio della medaglia  perché la resa era modesta e con il calore il disco si deformava. Mia sorella più grande di me di otto anni andava "matta" per i cantanti americani ed i suoi dischi erano quelli di Caterina Valente, Connie Francis, Frank Sinatra , Nat King Cole, Dean Martin, Paul Anka, Elvis Presley ed i vari complessi americani come i Platters. Canzoni come "chitarra romana" o "personalità" erano suonate giornalmente a ripetizione e ti salvavi solo chiudendoti in una stanza od uscendo di casa. Per mio fratello ed io l’entusiasmo era rivolto ai cantanti nostrani che cominciavano ad emergere rompendo la tradizione delle canzoni melodiche. Per mio padre il canto era quello dell’opera e dei vari tenori come Enrico Caruso o Beniamino Gigli che nei teatri dove si esibivano facevano tremare i lampadari con i loro acuti. Aveva poi una particolare predilezione per Nilla Pizzi, Claudio Villa, Gino Latilla, Luciano Tajoli e molti cantanti  partenopei tra i quali Nunzio Gallo. Ai cantanti melodici andavano via via subentrando gli urlatori ed in casa a seconda delle preferenze c’era sempre un po’ di discussioni . Il festival di San Remo era uno di quei momenti in cui le contrapposizioni di idee  si facevano più intense.  Quando con 24 mila baci Celentano fece la sua apparizione al festival  ci furono commenti a non finire tra i favorevoli (che erano i giovani) ed i contrari che  vedevano sparire il bel canto figlio dell’opera. Per mio padre Mina e Celentano gridavano, Bobby Solo era senza voce ma se appariva Mario Del Monaco o Claudio Villa o Nilla Pizzi gli brillavano gli occhi e bisognava star zitti mentre lui li ascoltava in religioso silenzio.
Furono anni di notevole transizione e rivoluzione musicale che bonariamente accompagnò il gap generazionale.
                                                                  Gli strilloni

Per le vie di Padova negli anni ‘50 e ’60 il traffico era ancora modesto e molte attività commerciali venivano effettuate con camion che girando per le strade portavano i prodotti per una vendita diretta. Una pubblicità è stata sentita in tutti quegli anni passare su di un’auto 500 belvedere divenuta poi un furgoncino con tanto di megafono il cui messaggio m’è rimasto nel tempo e così diceva :" Oggi a scopo reclam per che tutti lo proviate la casa Balestra di Montebello vi fa pagare solo vetro, mano d’opera e spese il tutto arriva a  lire cento, dico cento lire una bottiglia di Fernet Balestra". Giravano poi personaggi molto originali come gli straccivendoli e "Corni" era certo il più caratteristico con le due grandi corna di bue piazzate nella parte anteriore del suo triciclo;  le particolari sue salaci grida e battute verbali  facevano non poco divertire le persone. In quegli anni c’era la possibilità di prendere qualche soldino specie con la vendita della carta da macero o con i vuoti delle bottiglie di spumante che venivano pagati 50 lire l’uno. Intorno alle 16 di ogni giorno nella mia zona  passava con un triciclo/carrettino un fruttivendolo chiamato "l’ometto"; non so se era il suo cognome o fosse così chiamato per la corporatura piccola e minuta. Anche la voce era di tono basso per cui passava e basta facendo delle soste più o meno prolungate a seconda delle massaie che l’attendevano e che si passavano parola quando lo vedevano arrivare perché i suoi prodotti erano buoni ed apprezzati. Ad un giorno fisso della settimana passava poi il camion del "pomaro" ed il suo richiamo e ritornello era sempre quello "donne!!!xe qua el pomaro, pomi bei…. cento lire al chio". C’erano poi ambulanti che passavano di tanto in tanto con camion di frutta o di merci varie e grazie al megafono richiamavano l’attenzione delle donne di casa che in quegli anni erano quasi tutte presenti nelle loro abitazioni. Al venerdì giungeva nel mio vicolo verso le nove del mattino il pescivendolo o come dicevamo noi "el pesaro" . Era un giovanotto grande e grosso che parlava con una marcata cadenza dialettale chioggiotta. Qualcuno diceva venisse giornalmente da Chioggia dopo essersi rifornito del pesce da vendere ma poiché arrivava in bicicletta forse una parte del viaggio la faceva con altro mezzo. Nei mesi freddi portava un pesante pastrano di pelle cerata ed infreddolito, come scendeva dalla bicicletta, si riscaldava con larghi movimenti delle braccia aperte e chiuse battendole violentemente sui fianchi. Nel silenzio della mattina già questo suo rumore permetteva di capirne la presenza. Aveva al posto del portapacchi posteriore una grande cassetta profonda una quindicina di centimetri che ricopriva con un grande sacco di iuta ed al cui interno stavano un decina di qualità di pesci  ricoperti di ghiaccio per mantenerne la freschezza. Gatti e massaie ne attendevano l’arrivo facendogli  crocchio attorno . Il mio gatto poteva sparire dalla circolazione per più giorni ma la mattina del venerdì era sempre puntuale all’appuntamento con coda alzata verticalmente e miagolio continuato si strofinava sulle gambe di mia madre intenta all’acquisto. Il pescivendolo elencava i suoi pesci che erano come diceva lui  "Scievoi, cagnolo, sgombri, canestrei sardee o a seconda dei periodi masenete e sepe e qualche altra qualità ma poiché alcuni pesci andavano liberati dalle interiora anche per i gatti c’era qualcosa da mangiare. In quelle occasioni si creavano sempre situazioni colorite e particolari che mia madre, assidua cliente, ci riportava come il fatto di una certa persona che chiedeva sempre pesci particolari come le sogliole e quando il pescivendolo le aveva procurate non le voleva più. Per mia madre al venerdì si doveva mangiare necessariamente di magro e se il pescivendolo non passava ci attendeva la frittata o la scatoletta di tonno. Nei mesi estivi passavano i camion di cocomeri che gli acquirenti mettevano in luoghi freschi per poterli poi consumare in quelle calde serate nella gioia del desco famigliare. C’erano anche personaggi come  "el moeta" o" l’ombrellaio" e le mamme spesso si raccomandavano con i figli che erano fuori a giocare perché segnalassero loro la comparsa di questi personaggi che a volte passavano senza spendere più di tanto in grida." El  moeta" arrivava, piazzava il cavalletto della sua bicicletta e modificato il corso della catena attivava la mola mettendosi a fare il suo lavoro attorniato da ragazzini curiosi. Da li a poco era raggiunto ora da una massaia ora da un’altra con coltelli e forbici da sistemare. A quel tempo  in ogni famiglia era presente un qualche coltello importante che veniva tenuto con cura ed affilato; quanto alle forbici se in famiglia ce n’erano due paia, una era conservata con cura e riservata a prestazioni particolari. Era così in casa mia dove mia madre conservava un paio di forbici con estrema cura e quindi di tanto in tanto meritavano la manutenzione del "moeta". Avevamo anche un altro paio di forbici di uso comune ma se le scambiavo usando quelle buone mia madre gridava come un’aquila ed anche se avevo tagliato della carta la replica era sempre la stessa "ecco!! adesso non taglia pìù!!!". Le ombrelle di quei tempi erano costruite con una struttura solida e valeva la pena di ripararle per cui  anche per l’ombrellaio il lavoro non mancava. Mancava invece per lo spazzacamino poiché il fai da te era molto presente e tubi di stufa e canne fumarie venivano ripulite all’inizio dell’autunno dai proprietari.

                                          Il  fai da te e le professioni

La mia zona era abitata prevalentemente da famiglie di operai e medio borghesi in gran parte proprietari dell’abitazione per cui il fai da te imperava; era servito per la gettata di qualche marciapiede o muretta di confine con sabbia ghiaia e cemento girati impastati e scariolati a volontà o per i tanti altri piccoli lavori come le tinteggiature di ringhiere e cancelli o piccoli collegamenti elettrici ed altro. Nei primi mesi dell’anno molti si rinfrescavano qualche stanza dell’abitazione e se qualcuno non era molto pratico c’era spesso un vicino disponibile per dare un consiglio o una mano; i rapporti tra persone e famiglie erano molto cordiali. In casa mia due erano le stanze che più spesso necessitavano di una rinfrescata ed erano la cucina e l’entrata. In entrambe erano presenti delle stufe e dopo l’invernata rimanevano sulle pareti degli aloni o delle muffe che andavano tolte. Come si  avvicinava la Pasqua con le varie pulizie che impegnavano mia madre, si rendeva necessario ripassare di bianco o di tinta tenue queste due stanze. Una primavera che s’era provveduto a ritinteggiare l’entrata di casa, dopo un paio di giorni che il lavoro era finito il tempo cambiò di brutto e più giornate di pioggia intensa si succedettero. Il gatto che avevamo in casa era ormai in età matura ed essendo il periodo degli amori passava per casa sempre più raramente ma quel giorno di pioggia intensa lo vidi arrivare bagnato fradicio d’acqua e fango oltre ad avere le orecchie masticate e sanguinolente. Molto probabilmente lo scontro avuto con un rivale in amore doveva essersi svolto in una qualche pozzanghera ricca di pantano. Allibito nel vederlo in quello stato lo feci entrare non sapendo come aiutarlo, lui come fu nell’entrata di casa spiccò un salto posizionandosi sopra lo sgabello che tenevamo sotto il telefono a muro e si diede una scrollata come solo cani e gatti sanno fare. Partì a raggera una sventagliata di fango, acqua e cosa peggiore sangue che rese parte della parete impresentabile. Si dovette aspettare qualche giorno che si seccassero le tante macchie per poterle poi raschiare e ritinteggiare la parete. Fortunatamente era stata conservata della tinta ed il danno fu riparato. Nelle belle sere d’estate i padroni di casa si portavano  fuori la sedia e sistemandosi a ridosso della recinzione ( con il vicino che faceva altrettanto), si impegnavano in una gran chiacchierata che se di politica diventava molto fumosa ma se pratica faceva uscire  le esigenze su attività da farsi e che avrebbero poi coinvolto anche i figli, come per rifare una recinzione o tagliare un grosso albero. Mio fratello, essendo molto portato al fai da te aveva sempre la mente presa da queste iniziative. Sul finire degli anni cinquanta, nei giardini di molte abitazioni cominciarono a vedersi delle vasche per i pesci rossi che davano una nota di eleganza agli spazi verdi. Le più classiche erano quelle rotonde larghe un paio di metri e con al centro una piccola fontanella uscente da un cono di materiale lavico, bucherellato e dal colore scuro con striature rossastre che noi chiamavamo impropriamente "masegne". Lo stesso materiale veniva  pure usato per il perimetro della vasca. Erano belle da vedersi e se poi c’erano dei pesci rossi ci si incantava ad osservarli. Qualcuno vi faceva crescere delle piante acquatiche impreziosendo il tutto. Furono lo spunto per mio fratello di fare, anche nel nostro giardino di casa, una vasca per i pesci. Io ne fui subito entusiasta pensando ai tanti pesciolini rossi che si portavamo a casa perché vinti in occasione della frequentazione  delle giostre in Prato della Valle od in qualche altra sagra dei dintorni. Era sempre invogliante  prendere il pesciolino ed a volte, con un po’ di furbizia, ci si sporgeva in quella pesca che consisteva nel far entrare le palline di ping pong in piccoli e rotondi vasetti dai bordi svasati. Fino a quel momento i pesciolini che si prendevano duravano qualche giorno e poi morivano. A qualcuno duravano dei mesi ed allora ci si chiedeva in che cosa avevamo sbagliato ed i motivi erano tanti. C’era chi sosteneva che i pesci  erano stati troppo bistrattati al momento della cattura, chi diceva che la grande boccia di vetro dove erano riposti non era salutare perché li faceva "impazzire", chi dava la colpa all’acqua ricca di cloro che doveva essere decantata prima di mettervi il pesciolino, chi dava la colpa al troppo o al poco mangiare, sta di fatto che morivano. Finalmente con la vasca le prospettive di vita per i pesciolini sarebbero state migliori. Fu stabilito l’angolo di giardino più adatto perché vicino al grande ed ombroso caco , fu scavata una buca profonda una ventina di centimetri per un’estensione della vasca finita di un metro quadrato circa. Predisposto un tubo di scarico che finiva in un tombino per le acque bianche e che era chiuso da un tappo rimovibile qualora si fosse reso necessario lo svuotamento della vasca. Fu poi gettato il fondo ed inserite e cementate tutto attorno delle pietre. Fu poi sistemato sul fondo un masso dalla forma particolare che creava una specie di grotta. Intonacato il tutto la vasca fu pronta. Agli amici che chiedevano dei pesci si disse che alla prima occasione ne avremmo presi "alle giostre" e sarebbero stati immessi nella vasca. Fu allora che un amico, con la passione della pesca, mi disse : "per i pesci non preoccuparti, te li procuro io!!!". Alle mie raccomandazioni che fossero rigorosamente rossi mi garantì che lo sarebbero stati. Dal giorno dopo cominciò ad arrivare ogni mattina intorno alle nove con un bidoncino al cui interno stavano uno o due pesci rossi. Erano però un po’ più grandi di quelli che si pescavano "alle giostre"e presto ce ne spiegò il motivo; li pescava nella canaletta del Prato della Valle andandovi alle sei del mattino munito di una lenza attorcigliata attorno ad un pezzo di legno, nell’amo fissava della mollica di pane e sempre con qualche pezzo di pane pasturava il punto dove avrebbe pescato. La pesca era vietata e se fosse stato visto lo avrebbero multato. Lui però andandovi dalle sei alle otto del mattino, quando poca gente era in giro, era sicuro di evitare gli eventuali controlli. La lenza  arrotolata che teneva in mano veniva dispiegata velocemente quando era sicuro che nessuno vedeva e se si presentava un pericolo la  poteva  velocemente recuperare o nascondere od anche abbandonare. Gli rimaneva comunque la paura che, mentre era distratto dalla pesca, qualche guardia gli si avvicinasse di soppiatto e per questo insisteva con me perché lo accompagnassi facendogli da palo. Era tanta la sua insistenza che riuscì a strapparmi un si anche se a me al mattino piaceva dormire fino alle dieci circa  (era il mese di luglio e lui per invogliarmi continuava a decantarmi la bellezza di quelle prime ore del giorno). Per me c’era pure il problema della mia famiglia da non svegliare ed era impensabile regolare una sveglia che suonando avrebbe svegliato tutti. Pensammo allora un piano che sarebbe stato il seguente: poiché dormivo con il letto vicino alla finestra, l’avrei lasciata socchiusa e la persiana leggermente alzata. Mi sarei poi legato ad un polso un pezzo di bava che avrei fatto uscire all’esterno. L’amico sarebbe arrivato alle sei del mattino entrando dal cancello lasciato accostato e tirando la bava mi avrebbe svegliato. Sarei poi salito sul ferro della sua bicicletta ed avremmo raggiunto il Prato della Valle. Il piano ci pareva buono e realizzabile ma mio padre era stato messo al corrente della cosa da mia madre che mi aveva visto armeggiare con la bava e, come mi addormentai, venne nella mia stanza e con un colpo di forbice mi liberò lasciandomi al polso un braccialetto di bava. Alle mie rimostranze (del giorno dopo) si dimostrò risoluto perché girandomi nel sonno avrei potuto farmi del male. Grande la delusione dell’amico che si ritrovò con i due capi della bava in mano. Da quel giorno i pesci cominciarono a diminuire di numero finché un giorno me ne portò uno  per niente rosso, con riflessi azzurrognoli  e molto vivace. Per quanto perplesso accettai di immetterlo nella vasca ma da quel giorno, quasi ogni mattina, un pesce rosso venne a galla. Non sapevo cosa fare, il nostro gatto di casa non aveva  mai dimostrato interesse per quei pesci ne vivi ne morti ed io continuavo a chiedere il parere di amici e conoscenti con supposizioni le più svariate. Finché un giorno si chiese il parere di un pescatore che ci disse "per forza muoiono, quello è un pesce persico ed è un predatore!!!".Ormai la vasca era rimasta vuota all’infuori di quel vispo e longevo pesce che durò per un bel po’ di tempo. Con l’autunno la nostra pianta di cachi perse le foglie e buona parte caddero nella vasca senza che ci fossero conseguenze per lui e nemmeno quando un leggero strato di ghiaccio la ricoperse lo vedemmo galleggiare, forse solo un pesce così forte poteva sopravvivere alla nostra incuria. Sempre per il fai da te mio fratello fece pratica di corrente elettrica e sempre nuove spine apparivano nelle stanze con la " pietina" del collegamento che imperversava. Io invece con la corrente avevo poca dimestichezza anche perché in un’occasione avevo preso una gran bella "spaga"(paura). In casa era stato deciso di installare un lampione nei pressi del cancello che  distava una decina di metri dall’abitazione. Io supportavo il lavoro che veniva fatto da mio fratello. Quando si giunse al collegamento finale, mi munì di un paio di forbici isolate e mi disse "quando ti dico taglia, tu taglia questo cavetto!!!". Così feci ma si sviluppò un bagliore che annerì la forbice e mi intorpidì mano e braccio. Da allora ogni qual volta ho a che fare con la corrente stacco sempre "i tappi" o meglio abbasso l’interruttore staccando la corrente anche se è solo per cambiare una lampadina. Nel circondario ci si conosceva un po’ tutti e questo permetteva agli adulti di chiedere in prestito un qualche strumento di lavoro che non si aveva come una lunga scala, una pala, un’ascia, una mazza, o un trapano. I ragazzi invece si frequentavano  con facilità ed i genitori erano in grado di sapere se i figli potevano essere in un qualche pericolo. Nella frequentazione c’era sempre uno scambio di idee o di esperienze e così fu quando imperversò la mania del traforo che vide molti ragazzi intenti a ritagliare immagini di personaggi di Walt Disney che sarebbero poi stati attaccati alle pareti delle loro stanze da letto. C’era chi come me ritagliava l’Italia e le sue regioni. Avevamo dei quaderni di scuola con copertine che riportavano sul davanti un’immagine del capoluogo di regione e all’interno dell’ultima pagina la stampa della regione. Ritagliata ed incollata ad un pezzo di compensato poteva essere poi lavorata con il traforo e fatta coincidere con altre regioni ricreando lo stivale. Io mi ero determinato a richiedere la dotazione del traforo perché incentivato da un amico che un giorno mi aveva invitato a seguirlo in bicicletta nella immediata periferia di Padova in un bar chiamato "Campetti". All’entrata, sopra un tavolino, stava una bellissima torre Eiffel alta poco più di un metro, fatta di compensato e tutta traforata come l’originale. Mi era parsa bellissima e già viaggiavo di fantasia pensando a cosa di bello avrei potuto fare anch’io ma la realtà del traforo richiedeva calma e pazienza da Certosini mentre i seghetti del mio archetto si piegavano e spezzavano facilmente. Le attività commerciali erano svolte da  persone che in loco avevano la famiglia e qualche piacere veniva loro chiesto anche extra orario di lavoro. Tra i professionisti con  l’attività nell’abitazione vi erano i miei vicini di casa titolari di una piccola fabbrica di dolciumi. La casa di due piani era riservata per tutta l’estensione del piano terra all’attività per la produzione di prodotti in zucchero. Il titolare svolgeva la parte più pesante del lavoro che consisteva nella cottura dello zucchero fino ad ottenerne una massa che veniva manualmente lavorata ed ammorbidita anche con l’ausilio di un gancio appeso al muro. All’ammasso ottenuto  venivano aggiunti degli impasti colorati che erano sempre verdi, rossi o blu. La "cotta"(così era chiamato il prodotto) era pronta per la fase finale che consisteva in una manipolazione con la creazione di  un filamento di una certa grossezza che andava via via dipanandosi grazie all’intervento manuale del titolare, di un lavorante e della moglie del titolare, giusto la signora Italia la cui prestazione diveniva essenziale nell’ultima fase della lavorazione. Una volta creati i lunghi bastoni colorati e torcolati venivano allineati sul grande tavolo di marmo (con una lastra dello spessore di una decina di centimetri) in file parallele che risultavano essere alla fine una ventina. Venivano quindi segnati in orizzontale per la misura stabilita per i lecca lecca con l’aiuto di  una matita e di una pesante riga metallica spessa e quadrata. La signora Italia munita di una grossa forbice o cesoia tagliava velocemente i bastoni seguendo la successione delle righe segnate ed i prodotti erano pronti. Venivano poi inscatolati e prelevati da un commerciante che ne curava la vendita. Inutile dire il segreto interesse che si nutriva per questa attività e le figlie a volte ci passavano qualche scarto di lavorazione o qualche prodotto. La piccola fabbrica produceva anche delle mandorle pralinate o dei piccoli sigari dal colore nocciola  sempre a base di zucchero. Anche il mio "santolo" o padrino di Cresima era presente nel vicolo svolgendo  con professionalità l’attività di fabbro. Oltre alla moglie aveva sette figli, quattro femmine e tre maschi. L’ultimo mi era coetaneo ed amico per la pelle visto che ci chiamavano "i soci della birra" e lui era soprannominato "peori" per la sua passione per i pomodori che amava staccare dalle piante e mangiare anche se poco  maturi. Un giorno il padre era fermo nel cortile della sua bottega nei pressi di materiali ferrosi vecchi che venivano a volte riciclati e vedendoci avvicinare ci disse "venite…..venite qui a vedere un capolavoro!!!" e vedendo i nostri volti meravigliati soggiunse :" vedete questa inferriata con tutti questi riccioli e ricami di ferro, non hanno una saldatura, sono tutti tenuti assieme da anelli ribattuti uno per  uno in un lavoro di altri tempi che costava molto tempo e fatica!!!!" e quanto a fatica lui ne sapeva qualcosa visto i grandi e pesanti cancelli ed inferriate che la bottega produceva. Se ricchi di riccioli era stato lui ad addomesticare e lavorare il ferro fino a ridurlo alla forma desiderata; scaldava il metallo nella forgia per poi batterlo con forza sull’incudine ed era tanta la forza che veniva scaricata sul pezzo che il martello, smettendo di battere, veniva fermato nella sua corsa sull’incudine dove rimbalzava provocando un tintinnio caratteristico. Due figli maschi lavoravano nella bottega con il padre il terzo invece, più giovane e mio coetaneo, cercava di sgattaiolare via perché altrimenti la forgia che andava girata con una manovella lo attendeva implacabile. La bottega era una fonte di curiosità e vita per i ragazzi della via. Quando i pesanti cancelli erano pronti, venivano prelevati da un carro senza sponde trainato da un cavallo di notevole taglia. Mentre l’animale sostava  gli veniva fissato al collo un sacco con del fieno e lui se ne stava tranquillo purché non avesse le sue necessità fisiologiche ed allora la schiera di ragazzi, che curiosa gli stava attorno, spariva intimorita dalla vastità del fenomeno. A volte il grosso cavallo aveva qualche problema ad un ferro ed allora il figlio maggiore del titolare, che sapeva fare e gestire ogni cosa, usciva con tenaglie per togliere il ferro, ripulire lo zoccolo limandone le sporgenze e ferrare nuovamente l’animale. Erano operazioni fatte sulla strada antistante la bottega e c’era quindi la presenza curiosa di  ragazzini che commentavano sui chiodi, sull’unghia del cavallo, sulla possibilità di qualche calcio ed il tutto era una scuola di conoscenze e di vita. Per la sicurezza della bottega era presente un grosso cane dal pelo lungo rossiccio che poteva essere l’incrocio tra un San Bernardo ed un setter od uno spinone, sta’ di fatto che era grande e grosso ma buonissimo con i bambini che gli salivano anche in groppa. Si chiamava "Pupo" , se una persona entrava dal pesante cancello e non era in compagnia dei suoi padroni lui non abbaiava ma si metteva ad una distanza di un metro circa dallo sconosciuto che seguiva da quel momento come un’ombra, diventando una presenza inquietante tanto che quello, o riusciva o si metteva a chiamare i titolari a gran voce. Quando Pupo fu avanti negli anni e non riusciva quasi più a tenersi in piedi,  i suoi padroni decisero di chiamare i servizi comunali per il suo prelievo e successiva soppressione. Quando arrivò il furgone tutti i ragazzi della strada s’erano radunati attorno al mezzo nel cui retro era stata posta una piccola rampa d’accesso. Pupo, che si muoveva a fatica, seguì il suo padrone fino ai piedi di quella rampa . Il conducente del mezzo nascondeva nella mano dietro la schiena  il cappio da usare qualora ci fossero delle ribellioni ma Pupo, che ben capiva il momento, dopo un’occhiata a destra e sinistra ed aver strofinato il muso nella mano del padrone, al suo ordine salì a fatica la  rampa tra la commozione generale. Il posto di Pupo fu preso da un pastore tedesco  giovane e pieno di forza dal nome "Chicco" ottimo per la guardia ma che ai ragazzi creava timore. Pupo era solito abbaiare ai gatti più per farsi sentire e lasciare loro il tempo di fuggire, Chicco li odiava e se si fermavano facendo la gobba erano spacciati.
Nel lato nord della bottega una fascia di terreno adibita a pollaio con cinque grandi piante di fichi. Dal pollaio la famiglia poteva avere giornalmente uova fresche prodotte da una schiera di una ventina di galline. Un giorno però i padroni vollero tra quelle inserire alcune galline faraone.
Dopo un po’ di tempo iniziò a morire una gallina nostrana con il collo quasi completamente staccato ed allora i ragazzi di casa ed alcuni amici si attivarono per  controllare il pollaio nei vari momenti della giornata attraverso le finestrelle della bottega. Fu infine individuata "l’assassina" che era una gallina faraona che con costanza, ogni qual volta  incrociava la  vittima designata, la beccava sul collo strappandole pelle e carne giorno dopo giorno fino ad ucciderla. Il giallo era risolto ed un pallino sparato con un fucile ad aria compressa attraverso una finestrella della bottega fece  giustizia salvando il pollaio.
La proprietà attorno alla bottega aveva anche un lato ovest adibito a campo ed un lato sud adibito a giardino. Tra piante di frutta varie era stata eretta una grande altalena con struttura in ferro e con due sedili comodi agganciati con quattro lunghe catenelle. Inutile dire che anche qui, per i ragazzi che accedevano con i padroni di casa, il divertimento era assicurato e le vicine piante di susine permettevano nei tempi della maturazione grosse scorpacciate.  

                                                     Minin

A fianco della mia abitazione un edificio con due nuclei abitativi; l’uno al piano terra e l’altro al primo piano dove si accedeva attraverso una lunga scala affiancata al lato ovest dello stabile. Intorno agli anni sessanta vi abitavano una signora anziana e sua figlia. Provenivano da Cavalese ed erano veramente due buone e gentili persone. Durante il giorno la figlia era al lavoro e la madre  vecchierella e  magra era presente nell’abitazione. Scendeva raramente nel sottostante piccolo giardino anche perché la lunga scala era per lei un impegno faticoso. Se però il suo piccolo gattino bianco e nero gracile e miagolante si allontanava, era disposta a scenderla pur di recuperarlo. Lo teneva continuamente in braccio carezzandolo e lisciandolo e se si sedeva lo tratteneva nel grembo. Era tutta la sua compagnia e quando nell’arco della giornata si sentiva la sua flebile voce chiamare "Minin, Minin" sadicamente si diceva "ea ga perso el gato!!!". Un giorno, che si era assentata con la figlia per fare una visita medica, il gattino chiuso malamente in casa se ne era uscito e gironzolava miagolando nei dintorni dell’abitazione. Due bambine, che giocavano senza particolari interessi, vedendolo e conoscendolo per la bontà che dimostrava (altri gatti compreso il mio erano inavvicinabili e se lo facevi rimediavi una graffiatura ) pensarono di coinvolgerlo nel loro gioco e presolo lo portarono nel cortile della loro abitazione. Per  impedirgli eventuali fughe gli avevano legato ed annodato sul collo uno spago lungo un metro circa. Dopo un po’ il gattino aveva dato segni di irrequietezza ed alla prima occasione aveva preso la fuga inseguito dalle bambine. Aveva raggiunto il retro della casa dove stavano due grandi alberi di  albicocche ed era salito su uno di questi. Purtroppo passando da un ramo all’altro lo spago si era impigliato ed il povero gatto cercando di liberarsi era scivolato e rimasto appeso ad una rama ciondolando. Non era presente nessuna persona adulta e le bambine avevano taciuto per paura di rimproveri. Al rientro a casa la vecchina, prima di ritirarsi per la notte, aveva chiamato con insistenza  il suo Minin,  le bambine tacevano e solo il giorno dopo il padre di una di loro aveva trovato il macabro fardello. Tutti sapevano cosa rappresentava quel gatto per quella signora e nessuno aveva il coraggio di dirle nulla anche quando, pazientemente, era andata a bussare alle porte delle case vicine chiedendo se qualcuno l’aveva visto. Solo dopo una settimana, vedendo che continuava l’attesa di Minin, qualcuno aveva informato la figlia dell’anziana di come erano andate le cose.
                                  
                                                        Mio Padre

Mio padre da buon siciliano era geloso non tanto di mia madre che era tutta casa e chiesa ma dei suoi figli ed in particolare di mia sorella maggiore. Negli anni sessanta la società cominciava ad aprirsi e mia sorella frequentando la scuola Pascoli prima ed il Calvi poi era a contatto con ragazze della sua età di buona famiglia ed aggiornate nello stile di vita di quei tempi. Le novità erano tante e le ragazze con entusiasmo si adeguavano alle mode che cambiavano leggendo ( quando le disponibilità finanziarie lo permettevano ) riviste od anche dei fotoromanzi. Al di fuori  del tempo scolastico, quando mia sorella si assentava da casa, mio padre voleva sempre sapere dove fosse e se qualche sera doveva partecipare ad una  riunione presso il patronato parrocchiale immancabilmente mi mandava al  suo seguito. Durante quelle riunioni, seduto in un angolo, mi annoiavo terribilmente e poche erano le volte che venivo "parcheggiato" nell’aula TV perché certi programmi trasmessi erano ritenuti vietati e quindi non adatti ai bambini. Quando l’adunanza terminava tornavamo a casa; mia madre mi prendeva in disparte e dovevo raccontarle ogni cosa perché lei a sua volta lo doveva riferire  a mio padre. Relazionavo in modo un po’ superficiale tralasciando certi particolari che avrebbero provocato altre domande. In effetti per il rientro a casa si accodavano sempre uno o due ragazzi con la scusa di accompagnare l’amica o le amiche a casa. Una sera con mia sorella era presente un’amica e due ragazzi con la bicicletta a mano si accodarono con la scusa di accompagnarle a casa; io ero emarginato da quel camminare reso difficile dalla presenza delle biciclette ed ai miei tentativi di avvicinarmi venivo ostacolato. Mi dicevano di camminare avanti finché ad uno non venne la bella idea di concedermi un giro con la sua bicicletta. Io non amavo le biciclette da uomo dove non arrivavo in sella ed ero quindi costretto ad andarci di traverso con il ferro che mi disturbava il fianco ma poiché nell’occasione la cosa mi fu presentata come una sfida presi la bicicletta e partii. Non feci  tempo a percorrere un centinaio di metri che un grosso chiodo si piantò sulla ruota anteriore della bicicletta. Gomma irrimediabilmente a terra e chiodo che fu necessario togliere perché impediva il giro della ruota. Parolacce a non finire da parte di quei ragazzi che risiedevano abbastanza lontano e vista l’ora furono costretti ad accomiatarsi. Partirono trasportandosi l’uno sul ferro dell’altro con una bicicletta tenuta a mano e per qualche tempo non si fecero più vedere. Uno dei due comunque avrebbe successivamente sposato quell’amica di mia sorella e da apprendista orefice che era allora sarebbe nel tempo diventato titolare di un negozio a Bassano. A mia sorella non dava fastidio la mia presenza che in qualche modo la tranquillizzava anche perché in quegli anni girava la storia di un personaggio che si divertiva a pungere le donne che incontrava e per questo era chiamato "l’uomo pungiglione". Le strade che percorrevamo lasciavano a desiderare come illuminazione e le zone buie erano utilizzate per incutere paure più per scherzo che altro.
Giovanotti e ragazze di allora cercavano le occasioni per incontrarsi e le" festine" fatte nelle case o negli scantinati erano molto frequenti. Un giorno ero seduto nella verandina di casa quando suonò il campanello;  aprii e venne avanti un giovanotto che abitava nelle vicinanze ed era coetaneo di mia sorella, chiese di poter parlare con mio padre che chiamai e che si presentò all’uscio. Il giovanotto con un gran sorriso sulla bocca e gesticolando un po’ salutò mio padre e disse:"con gli amici abbiamo organizzato una festina e sono venuto a chiederle il permesso perché possa venire anche la Angela!!", la risposta di mio padre fu:"no..no…..no !!!la Angela non va da nessuna parte!!!". Il sorriso dalla bocca dell’amico si spense e con un’espressione tra la meraviglia e l’incredulità se ne andò.  Da quel giorno nessuno venne più ad invitare mia sorella. Conoscendo mio padre penso che già il sentire chiamare mia sorella Angela anziché Mariangela lo deve aver indispettito non poco. Mia sorella comunque non desisteva dal chiedere "libertà" anche se sapeva che le mentalità erano quelle e potevano essere anche peggiori. Al compimento della maggiore età aveva avuto il permesso di scendere giù in Sicilia in compagnia di mio fratello Francesco; era stata per una quindicina di giorni ospite del fratello di mio padre e della sua famiglia. Una vacanza splendida per Francesco che in compagnia di cugini aveva potuto gustare la realtà siciliana portato in più luoghi ma soprattutto fatto partecipare a pesche notturne con la lampara. Per Mariangela era stata una permanenza in pratica "chiusa in casa". Per gli zii Francesco come "masculo" poteva andare ovunque, Mariangela come femmina no!. Finito l’ultimo anno di scuola e conseguito il diploma presso l’Istituto Pier Fortunato Calvi per mia sorella era diventato un chiodo fisso poter fare  in casa  una festa dove sarebbero stati invitati tutti gli amici che aveva. La nostra casa era piccola e sarebbe stato un problema rivoluzionarla per una festa; mio padre era per il no mentre mia madre aveva lasciata aperta la porta del ni quale premio al conseguimento del diploma. Alla fine il diploma era giunto e la promessa andava mantenuta. Fu organizzata la festa da mia sorella con l’aiuto di mio fratello che svuotò la stanza da letto che dividevo con lui trasportando tutto nella stanza da letto dei miei genitori. Per la festa fissata gli spazi utilizzabili sarebbero stati quelli di due stanze e di un’entrata. Mio padre non ne volle sapere e per quella domenica non si fece vedere; io e mia madre fummo chiusi nella cucina e li restammo quasi tutto il pomeriggio. Avevo ripreso le scuole e frequentavo le medie. Quella domenica avevo parecchi compiti di francese da fare per cui quella segregazione non mi era pesante, anche mio fratello era coinvolto nella festa ed aveva il compito di cambiare i tanti dischi su suggerimento dei presenti che richiedevano i motivi lenti per una maggiore intimità. Mia madre usciva di tanto in tanto per fornire qualcosa ed al rientro commentava negativamente il comportamento di mia sorella che non ballava con chi per lei era un bel ragazzo. Ad un certo momento bussò alla porta un giovanotto per chiedere a mia madre un bicchiere d’acqua e mentre lo beveva vide che ero intento a fare i compiti di francese e si offerse subito di aiutarmi dicendomi  cosa dovevo scrivere di quelle frasi e di quegli articoli. Quando i compiti erano pressoché finiti lo vennero a chiamare e se ne uscì. Io rimasi un po’ perplesso e successivamente resi partecipe dei miei dubbi mia sorella che mi disse:" non ti preoccupare è impiegato di banca e si occupa del commercio con l’estero!!". L’indomani nell’ora di francese furono corrette le frasi per casa e potei costatare che i miei dubbi erano fondati. Quella festa fu l’unica fatta in casa ed alle successive richieste mio padre fu risoluto e tassativo nel dire di no.
Le festine erano molto frequenti e gli scantinati di tante abitazioni  furono così ripuliti dai giovanotti che pregustavano la festa e si tassavano per l’acquisto delle bevande e delle cibarie.
Per coloro che amavano il ballo c’erano dei locali pubblici come il" Dancing Tre Garofani"ma bisognava pagare un biglietto d’entrata quando soldi nelle tasche dei giovanotti non ce n’ erano molti ed allora le festine erano il giusto "escamotage" per incontri e divertimenti tra giovani.


                                                                   Il dono

In Sicilia  i rapporti famigliari sono molto sentiti e cugini di gradi diversi rimangono nella frequentazione reciproca rivedendosi e frequentandosi con  affetto e generosità. Mio padre era avvezzo a ciò, tanti erano i cugini che nominava e tra questi un cugino che faceva Spataro di cognome e Vito di nome. Era del paese di Granmichele e quando mio padre scendeva in Sicilia lo andava a trovare, magari in compagnia di un qualche amico, ed assieme si facevano un monte di risate perché era una persona allegra con una sua filosofia che  gli permetteva di vedere i lati migliori della vita. Sul finire degli anni cinquanta, e per più anni, nelle prime settimane di dicembre ci veniva recapitata una grande cesta in vimini inviata da questo "cugino". Per noi in famiglia era una grande "strenna" e si attendeva la presenza di tutti per la sua apertura. La cesta era a forma di cono tronco con la sua apertura nella parte più larga. A chiusura era stato posto un telo di sacco letteralmente cucito a grossi punti con il bordo della cesta. Era una chiusura molto ben fatta e la difficoltà nell’ apertura aumentava l’attesa e l’entusiasmo per il contenuto. Mio padre si asteneva dall’aprirla ed un po’ in disparte ci osservava, con un sorriso sulle labbra, compiacendosi per il nostro entusiasmo fatto di esclamazioni e commenti continui. Il compito dell’apertura spettava allora  a mio fratello maggiore di me e riconosciuto da tutti abile nei lavori manuali. Tolta la chiusura e qualche piccola imbottitura la prima a comparire era una scatola di dolci di mandorle dalla caratteristica forma ad esse e singolarmente confezionati. Sul coperchio della scatola la classica famosa stampa del carrettino siciliano con lo sfondo di Taormina e dell’Etna. Attorno alla scatola, anch’essi bene avvolti uno per uno, dei dolcetti di marzapane. Subito sotto, pure avvolti uno per uno sulla carta, dei fichi d’india temuti da tutti noi per le invisibili spine ma che mio padre, con sistema collaudato, (un taglio centrale e due alle estremità) sapeva sbucciare porgendoci poi il frutto a forma di botticella pronto per essere mangiato. Procedendo nell’estrazione iniziava allora una serie di agrumi, qualche arancia "tarocco", qualche arancia dolce, qualche cedro e limoni, soprattutto i verdelli che mio padre amava e che lo riportavano indietro negli anni a quando li mangiava ragazzo, con una fame robusta, tagliati a fette con un filo di sale sopra. La cesta era allora quasi vuota ma il finale non era da meno. Sparse un po’ qua un po’ là mandorle, dei fichi secchi arrotolati in treccia e dulcis in fundo delle marmellate candite di forma ovale al gusto di prugna o di albicocche. Qualche ricciolo sul fondo per ammorbidire gli urti alla cesta e che noi toglievamo   per paura che qualcosa potesse ancora esserci e la cesta era vuota. Sul volto di tutti la gioia per il dono ricevuto che preannunciava un Natale gioioso.
                      
                                                          Le persone

Per tanti aspetti le persone di quegli anni erano dei veri e propri  personaggi. Erano persone spontanee e vere anche se con qualche difetto,  che non si sognavano di togliersi, e così certe abitudini e reazioni dell’uno o dell’altro si conoscevano a priori. Non c’erano manie di dieta e chi mangiava era contento di averlo fatto, chi era solito litigare continuava a farlo, chi era rumoroso continuava ad esserlo, chi alzava il gomito era conosciuto e si accettavano gli eccessi, così come succedeva di uno che quando era su di giri per aver "alzato il gomito" prendeva la tromba e ci dava dentro senza centrare una nota finché sfinito, ed invitato da molti a smettere, non si metteva tranquillo. Nessuno si celava dietro  quella patina di perbenismo che al giorno d’oggi non ti permette di capire chi hai davanti. Mia sorella, maggiore di me di otto anni, frequentava il patronato della nostra parrocchia e per essere disponibile con il prete aveva accettato di consegnare mensilmente il bollettino parrocchiale. Erano una trentina le famiglie destinate a riceverlo; quando mia sorella li portò a casa la prima volta volle che l’accompagnassi nel recapito e così, casa per casa, lo portammo. Mi resi subito conto  che lei aveva già deciso che quello era un lavoro per me ed infatti, quando giungevano i libretti stampati da consegnare, si raccomandava con mia madre perché facesse opera di convincimento con me. Alla fine cedevo anche perché mia madre era assillante in modo incredibile. I bollettini non avevano alcun prezzo ma se la persona che lo riceveva si faceva scrupolo poteva versare un’offerta. Avevo quindi carta e penna per annotare coloro che offrivano ed i cui nomi sarebbero poi stati consegnati con le offerte in canonica. Per quanto poco, nell’effettuare il mio giro avevo la possibilità di  conoscere maggiormente le persone; a volte un mio compagno di giochi purché mi liberassi presto dall’incarico si offriva di accompagnarmi ed allora pensando al gioco lo si svolgeva più in fretta. Rivedevo quindi mensilmente le persone delle varie abitazioni; c’era chi  anziano cercava un colloquio e ti chiedeva un po’ di tutto, c’era chi aveva il mangiare sul fuoco, chi non aveva mai spicci, chi era fin troppo gentile ed all’offerta aggiungeva una caramella, chi come la signora Seresin aveva sempre pronta la sua offerta di 100 lire, chi era intento ad una qualche professione svolta nell’abitazione per arrotondare le entrate e così via. Un giorno entrai e mi fecero accomodare in un’abitazione dove la padrona di casa e la sorella erano impegnate in lavorazioni con la macchina da cucire. In una stanza, adibita a salotto, più rotoli di stoffe setate belle e colorate erano sparse un po’ ovunque. Il mio viso deve essere stato un punto di domanda perché mi dissero "facciamo cravatte per uomini,….. ma anche per ragazzi e se vuoi ne possiamo confezionare una velocemente per te!!!" e così dicendo mi mostrarono il rotolo di stoffa che era destinato ai ragazzi. Ne fui entusiasta, era una stoffa bianca brillante con stampate in vivaci colori moltissime bandiere degli stati del mondo. Il nodo era fisso ed un elastico con apposito gancio permetteva di  fissare la cravatta al collo. Corsi velocemente a casa  ed avuto il consenso e le 500 lire stabilite come costo tornai, mi presero la misura del  collo e nel giro di un’ora mi fu consegnata la cravatta. Fino ad allora al collo  avevo portato soltanto la cravatta per la prima comunione e quella era una cravatta con le bandiere di Francia, Stati Uniti, Svizzera, Pakistan e Belgio che mi intrigava non poco e faceva si che mi stimassi  quando alla domenica venivo vestito a festa e partecipavo alla messa del fanciullo. Come mio cugino la vide, ne volle una anche lui ed io lo accompagnai  dalle signore che glie la confezionarono;  purtroppo però tra le sue bandiere c’era anche quella dell’Italia e questa cosa mi creo un po’ d’invidia. In molte famiglie i ragazzi sui vent’anni si affacciavano al lavoro con professioni diverse, tra questi un rappresentante di libri che non perse l’occasione prima di chiedermi cosa avevamo di libri in casa e poi, conosciuti gli orari di mio padre, di venirci a trovare e con molte comode rate ci fece entrare in casa un’enciclopedia in cinque volumi della Garzanti. Bisogna dire che mi fu utile nella scuola, altrettanto non furono tre volumi della storia d’Europa, dispersivi e difficili da leggere.  Tra le persone di riferimento del vicolo e delle vie attorno c’era senza dubbio la signora Ester. Abitava all’inizio di via Giambattista Vico giusto dove il lungo caseggiato che nasceva nel vicolo girava ad angolo retto per proseguire e poi finire in via delle Rose. La sua  era l’unica casa ad angolo. Viveva con  un figlio (Lorenzo) e con la famiglia della figlia. Era rispettata da tutti e molte madri la interpellavano per consigli  sulle  problematiche che si venivano a creare nella crescita dei figli. Sapeva  di medicina e veniva chiamata quando c’erano delle iniezioni da fare il che era cosa abbastanza frequente visto che la penicillina veniva spesso ordinata. Sapeva consigliare su botte, ematomi e ferite dando i giusti rimedi e suggerimenti e se diceva di chiamare il medico era bene farlo. Decisa quando la tanta pioggia allagava il vicolo non aspettava aiuti maschili e prendendo un grosso ferro entrava nell’acqua per liberare la grande musina d’angolo . Suo figlio Lorenzo, più grande di me di una decina d’anni, ragazzo molto a modo e disponibile che vedevamo sempre intento in attività di manutenzione ed aiuto a tutti, un bel giorno quando l’età poteva essere di diciotto anni non lo vedemmo più e chiedendo notizie alla nipote Rosanna, che abitava nella casa, ci fu detto con la massima tranquillità " è andato via con un circo!!!". Per noi ragazzi era una notizia bomba, il circo era visto come un mondo a se tutto particolare e le nostre curiosità erano tante. Di solito nei mesi invernali giungevano a Padova i grossi circhi quali il Togni, l’Orfei, il Medrano ; mettevano le tende in Prato della Valle e molti ragazzi che per l’età erano più indipendenti, e tra questi mio fratello,  partivano in bicicletta per sistemarsi nei pressi ed osservare ogni cosa. L’erezione del tendone era il momento più importante e per questa operazione tutti i componenti del circo partecipavano e tra loro anche gli elefanti che venivano impiegati per il tiro delle funi. Occhi attenti seguivano tutti gli spostamenti di cavalli, di cammelli, delle  bestie feroci e tutta quella frenetica attività che trasmetteva fascino e magia. " ho visto questo!!!,"" ho visto quello!!!!,"" c’era anche un orso ed un lama!!!""ragazze bellissime!!!" e tu rimanevi a bocca aperta immaginando cose fantastiche. Mio fratello si assentava  un pomeriggio intero quando il circo arrivava e vi tornava anche  quando partiva, ma allora la cosa non era più così eccitante e sapeva di malinconia. Ho avuto la fortuna, durante la mia infanzia, di essere portato una volta da mio padre al circo. Aveva avuto dei biglietti che davano diritto ad una riduzione e ne approfittò. Fu una serata indimenticabile, i pagliacci in gran parte nani che iniziavano lo spettacolo su una macchina in miniatura scoppiettante, i cavalli bianchi e neri con  cavallerizzi che vi volteggiavano sopra e tra loro una ragazzina  che poteva essere più giovane di me ma che compiva esercizi che mi lasciarono a bocca aperta e poi gli elefanti, gli acrobati che volavano da un trapezio all’altro, tutto era fantastico. Alla fine un breve intervallo di un quarto d’ora per visitare (chi lo desiderava) lo zoo interno mentre gli inservienti erano intenti alla costruzione della grande gabbia in ferro dove si svolgeva poi il numero delle tigri o dei leoni. Erano animali pieni di vigore che saltavano attraverso cerchi infuocati e ti facevano temere per il domatore. Una serata unica ed entusiastiche erano state le sensazioni riportate a casa da mia madre che voleva sapere. Solo lo star seduto per più ore su delle panche rialzate di tavole strette ma scomode perché prive di schienale, mi aveva  provocato un po’ di stanchezza. Dopo anni di permanenza con il circo  Lorenzo (il figlio di Ester) se ne tornò a casa, si sposò e trovò lavoro come portinaio in un bel palazzo da poco costruito nelle vicinanze della mia abitazione. Dopo qualche anno cambiò  lavoro e divenne autotrasportatore. Durante un viaggio sulla Padova Brescia si trovò coinvolto in un grosso incidente causato dalla nebbia; fermatosi aveva cercato di dare aiuto agli incidentati ma era a sua volta stato investito ed ucciso.

                                                                  Il capitello

Padova nel secondo conflitto mondiale ha subito parecchi pesanti bombardamenti che hanno portato danni a persone e cose. Tra i tanti uno verificatosi il 14 maggio 1944 ha interessato la zona di Santa Croce andando a colpire la Chiesa dei Cappuccini e le località limitrofe. La zona a sud di porta Santa Croce era, nel periodo della guerra , abitata pochissimo ed i pochi abitanti erano gli ortolani intenti alla produzione di ortaggi e verdure che venivano poi venduti in città. Durante gli allarmi aerei erano soliti raggrupparsi in un edificio che più di un ricovero dalle bombe era un deposito  per gli attrezzi di lavoro. Un bombardiere, forse per un errato puntamento, aveva sganciato il suo carico di bombe su quei verdi orti ed una, centrando il ricovero, aveva fatto una strage. Tanta era stata l’impressione causata dall’evento con la morte di tante inermi persone che  a loro memoria, nei primi anni del dopoguerra, era stato eretto un capitello votivo alla Madonna. Costruito all’angolo di via delle Rose era un punto di riferimento per chi dava delle informazioni sulle vie d’intorno. Noi, che abitavamo in via Giambattista Vico, a chi ci chiedeva come trovarci la spiegazione era sempre la stessa: "dietro al capitello". La struttura costituita da pietre in bella vista e marmi è racchiusa da una piccola recinzione mentre l’immagine della Madonna, a mezzo busto ed in modesto rilievo, è di marmo. Negli anni cinquanta, nel mese di maggio, molte erano le persone che si concentravano alle nove di sera per la recita del rosario e mi sembra di sentire  la voce di mia madre che, in famiglia, ci sollecitava a far presto a mangiare la cena perché doveva andare al rosario. Per le nove arrivava in bicicletta il prete del Cuore Immacolato di Maria che era allora Don Luigi. Coadiuvato dalle signore del posto iniziava la recita. Con le madri uscivamo anche noi ragazzi  ma, dal gruppo di oranti, ci staccavamo ben presto per fare in quell’oretta qualche gioco ( era quasi sempre il nascondino). Il traffico delle auto era pressoché assente e quelle poche che passavano sfilavano via silenziose tra due ali di folla. Un giorno in quell’angolo di via, nelle prime ore del pomeriggio, due auto si toccarono provenendo in senso contrario e si ruppero i rispettivi fanali anteriori. Uno dei due era un camioncino della Ferrero di color nocciola e gli autisti stettero sul posto a disquisire sulle ragioni e precedenze tanto che il gruppo di curiosi accorso, e tra gli altri molti ragazzi, si era stancato di tutte quelle fumosità di discorsi e si erano allontanati. Questo per dire la consistenza del traffico che permetteva la sosta di due auto in una strada che ora è costretta al senso unico. Alla cura del capitello badavano le signore che vi abitavano vicino; una aveva la chiave del cancello ed a volte la si vedeva intenta alla sistemazione dei fiori ed alla pulizia del luogo. Andavamo orgogliosi del nostro capitello che  era un punto d’incontro e crocicchi di ragazzi si vedevano davanti specie nelle ore serali.  Se qualcuno ci chiedeva di che Madonna si trattasse, la risposta era sempre quella "la Madonna del dito!!!" e l’interlocutore restava basito (ignorando l’esistenza di una simile Madonna). Con le madri a volte uscivano per il rosario anche le ragazze cresciutelle ed allora si vedevano gironzolare anche i giovanotti, divenuti all’improvviso ferventi oranti, impegnati in sussurri e bisbigli per fissare appuntamenti o scambiare poche parole con le amiche.
                                                               La barca

A seconda dell’età si creavano delle compagnie di coetanei ed i grandi cercavano di escludere i piccoli per una serie di giustificati motivi. Un mio coetaneo ed amico aveva un fratello maggiore coinvolto con altri amici  in un piano che per tanti aspetti era tenuto segreto; la costruzione di una barca dalla a alla zeta. Avevano quindi messo in comune competenze, disegni, conoscenze varie  e dopo  ore ed ore di ragionamenti ed incontri ( che sapevano di "carboneria"), avevano dato il via all’esecuzione. Si erano quindi tassati ed avevano cominciato ad acquistare le tavole che modellavano e che andavano a costituire un po’ alla volta l’imbarcazione. Per una comodità di esecuzione erano stati scelti come cantiere un paio di locali annessi alla bottega del fabbro e  Giancarlo, che vi svolgeva il suo lavoro quotidianamente trovava fuori orario il tempo di far convenire gli amici ed operare in quello che era il loro grande progetto. Ci vollero più di due anni perché la barca della lunghezza di 4 metri circa fosse in fase di ultimazione e man mano che il lavoro procedeva la tensione aumentava. Al termine di ogni lavoro che vi veniva fatto l’imbarcazione veniva ricoperta con una grossa tela cerata e nessuno di noi ragazzini poteva avvicinarsi. Quando lo scafo fu ultimato con la copertura della parte anteriore che creava una piccola sottocoperta, iniziarono con  la calafatura e l’impermeabilizzazione dello scafo. Fu poi la volta dell’albero lisciato e cartavetrato a non finire. I piani prevedevano,  una volta collaudata la tenuta dello scafo,  di alzare l’albero inserendolo negli appositi spazi predisposti e dispiegando  la vela passare le chiuse di Voltabarozzo raggiungendo la laguna dove la barca sarebbe stata parcheggiata in una darsena o porticciolo per essere poi prelevata per "regate" domenicali. Il giorno stabilito per il varo furono aperti i due grandi cancelli della bottega e la barca, poggiata e bilanciata su di  un carro munito di timone e con l’ausilio di un asse con due gomme per le soste, partì spinta da molti giovanotti anche estranei al progetto ma entusiasti della cosa. La meta era il vicino argine dello scaricatore dove effettuare il varo. Il prosieguo di questa  storia mi fu raccontato a pezzi e nel tempo dall’amico che aveva il fratello maggiore direttamente coinvolto nell’operazione. Sembra che a fatica e con il contributo di tanti fosse stato possibile risalire la china del Ponte Quattro Martiri. La barca era poi stata fatta scendere nell’acqua e con un equipaggio di tre "marinai" era salpata alla volta delle chiuse. Qui giunti pensarono che era il caso di alzare l’albero per tanto tempo preparato ma sia stata imperizia o cosa sta di fatto che l’albero si spezzò. Dovettero ritornare indietro ma per non rifare la fatica di rientrare  a casa la barca la posteggiarono lungo le sponde dello scaricatore celata tra gli arbusti e fissata a terra con una solida catena. Inutile dire che non era il finale che gli "argonauti" avevano per tanto tempo sognato. La barca comunque era bene isolata ed aveva un ottimo galleggiamento per cui fu utilizzata dagli artefici dell’opera prima e dai fratelli minori poi per risalire il fiume Bacchiglione naturalmente con il supporto di un buon motore fuoribordo portato di volta in volta. Rimase a disposizione per un’estate poi qualcuno la adocchiò e pensò di farla sua facendola nottetempo sparire.
  
                                                               Pippo

Entrò trotterellando nel nostro vicolo in un pomeriggio di primavera, forse pensava ad una strada con uscita ma vedendola chiusa non si scompose più di tanto e non perse quell’entusiasmo che sembrava avesse dentro. Eravamo 5 o 6 intenti ai nostri giochi seduti su dei gradini ed automaticamente i nostri sguardi, meravigliati ed allibiti, si trovarono ad osservare con curiosità ed interesse il nuovo venuto. Era un cane di taglia media e certamente nel suo pedigree aveva del setter, il pelo era bianco lungo con macchie di un bruno scuro. Il muso appuntito e lo sguardo vispo ce lo fecero diventare subito simpatico. La domanda che sorgeva spontanea era "di chi è??". Domanda che ci ripetemmo per qualche giorno ma poi aiutati nel giudizio da altri che commentavano "avrebbe bisogno di un bagno" e vedendo la fame che sempre lo accompagnava, capimmo che era un randagio. A noi andava bene, la sua presenza ci creava novità e per certi aspetti sicurezza, noi si giocava e lui si accucciava di fianco e ci osservava, se prendevamo il pallone e cominciavamo a calciare lui si accucciava a debita distanza, se uscivamo da casa con il panino in mano si metteva in attesa, muovendo la bocca in modo significativo, ed allora il pezzetto di pane glie lo davi senz’altro. Purtroppo i bambini più piccoli gli si avvicinavano con affetto toccandolo ripetutamente (e questo non piaceva alle mamme), lui si lasciava toccare  ma quando la cosa diventava pesante si allontanava. Rimase tra noi un mese circa e per tutti era Pippo; non ricordo chi gli avesse dato il nome e qualche adulto aveva frainteso dicendo "se ha un nome avrà anche un padrone???", a me andava bene quel nome perché mi ricordava un altro Pippo. Era il cane di una famiglia di amici dei miei zii e mia nonna gli si era affezionata e lo aveva preso a cuore per le grandi feste che le faceva quando gli portava del mangiare. I padroni erano spesso via e lui "tirava la cinghia" ma mia nonna che conosceva le loro assenze provvedeva a rifocillarlo e lui non aveva che occhi per lei ed abbaiava, si dimenava, faceva le feste solo vedendola comparire di lontano. Era talmente tanto il feeling tra i due che al matrimonio di mia sorella, con pranzo presso un Hotel di Abano Terme, mia nonna, attorniata da alcuni nipoti tra i quali io, si era sistemata in un tavolo un po’ appartato per potere  nella sua capiente borsa nera imboscare gli avanzi per il cane. Il tutto doveva essere fatto all’insaputa dei camerieri e tutti questi accorgimenti e sotterfugi facevano ridere e stare allegri  noi nipoti. Tornando al nostro Pippo gli adulti del vicolo commentavano:        " come è venuto, un bel giorno se ne andrà!!!" ma il tempo passava  e lui non dava segni di insofferenza e stanchezza, solo i gatti lo facevano alterare un po’. Questa presenza che seguiva i ragazzi fin sulla porta di casa dava un po’ fastidio soprattutto  alle mamme che temevano potesse essere la causa di qualche malattia e nei loro discorsi il problema sorgeva; qualcuno parlava di accalappia cani ma poi desisteva dall’idea per non creare un trauma ai ragazzi che ne avrebbero certamente sofferto. Un giorno un vicino di casa coinvolto nei discorsi tra donne le tranquillizzò dicendo che per il suo lavoro (era rappresentante di marmellate) doveva andare lontano da Padova. Lo avrebbe portato con se lasciandolo libero ben distante da noi. Un bel giorno Pippo non si vide più, "dov’è????, dove non è" "chi l’ha visto???", sparito!!!.Dopo qualche giorno nessuno sembrò ricordarsene più ma di li ad un mese circa una mattina le donne, che erano le prime ad alzarsi, lo avevano visto arrivare quasi irriconoscibile col pelo sporco ed arruffato, un po’ zoppicante e con le zampe  piagate. Grandi feste da parte dei bambini e feste teoriche da parte degli adulti che erano meravigliati per i chilometri fatti da quel povero cane. Le signore avevano subito chiesto al vicino rappresentante "Ma dove l’aveva lasciato???", la risposta era stata "A Montagnana, ma pensavo bastasse!!!". Quella persona aveva preso la cosa più come un affronto personale e così dopo un po’ di giorni il nostro Pippo sparì nuovamente, non fu soppresso bensì portato molto lontano.  

                                                                                           
                                                                  Lourdes

Mio padre e mia madre non hanno fatto assieme grandi viaggi se non quelli di scendere in Sicilia in occasione del loro viaggio di nozze o qualche anno dopo per far conoscere ai nonni i nipotini; ma nel 1965 grazie all’interessamento di mia madre ed alla sua insistenza per convincere mio padre, aderirono ad un viaggio organizzato con destinazione Lourdes.
Mia madre e’ sempre stata devota alla Madonna, in particolare alla Madonna di Pompei dove aveva fatto tappa nel viaggio di nozze verso la Sicilia e sopra il letto della sua camera ne conservava il quadro che staccava per una qualche "novena" di preghiera. A Lourdes comunque aveva sempre desiderato andare e convinse mio padre che pur essendo una buona persona si lasciava di tanto in tanto sfuggire qualche bestemmia e non era per così dire " molto di chiesa" ma laico al modo giusto anche perché solo qui da noi nel Veneto esistono abitudini radicate come la messa alla domenica e la frequentazione della chiesa. In meridione questo viene fatto soprattutto dalle persone anziane di sesso femminile. Diedero quindi l’adesione al viaggio con estremo entusiasmo da parte di mia madre mentre mio padre stava un po’ sulle sue. Il viaggio sarebbe durato dal 27 settembre al 3 ottobre 1965. Si trattava del "treno Violetto" organizzato dall’U.N.I.T.A.L.S.I. I partecipanti ammalati od aggregati erano divisi in gruppi e la vettura 10 conteneva i gruppi dal 71 all’80. Bonomo Filippo e Trestini Bonomo Matilde erano il gruppo 75 assieme ad altre 5 persone .Se ne partirono da Padova quel 27 settembre alle ore 13,20 alla volta di Vicenza-Verona-Milano-Torino-Modane-Sète(ore 6 del 28 –Messa)e Lourdes alle 15,11. Furono giornate di preghiera e mio padre seguiva, partecipava e soprattutto era frastornato da tanta fede e da tanta sofferenza di ammalati in condizioni a volte gravissime. Frattanto a casa  mio fratello ed io decidemmo di preparare una sorpresa per il ritorno dei genitori e cioe’ far loro trovare la camera da letto ed il salotto invertiti tra di loro. La  cosa era sentita da tempo ma fino ad allora non era stato possibile eseguirla per l’impossibilita’ pratica di sconvolgere la casa in breve tempo anche perche’ non era solo questione di spostare i mobili ma si doveva anche ritinteggiare gli ambienti. Ci mettemmo di buona lena e dopo tre giorni di duro lavoro, con la fina polvere che la carta vetrata distribuiva ovunque, con pranzi fatti con una pastasciutta al burro e cene con bustine di minestre liofilizzate arrivammo infine al 3 ottobre giornata del ritorno. I pellegrini erano partiti da Lourdes il 3 ottobre alle ore 9 e giunsero a Padova il 4 ottobre alle ore 10. Mio fratello Francesco li andò a prendere alla stazione e quando arrivarono a casa fu una grande gioia per tutti noi. Mio fratello ed io attendevamo il riconoscimento del lavoro fatto che venne puntualmente da mia madre ma mio padre, che era stanco dal viaggio e desideroso di riposare, fu alquanto contrariato nel vedere quella soluzione e per due o tre volte volendo andare in camera si ritrovò in sala da pranzo e gli scappò anche qualche mezza parolaccia fra’ il divertimento mio e di mio fratello e lo sconforto  di mia madre.                                                

                                                              Conclusione

Nei primi anni della televisione, quando i film trasmessi erano in bianco e nero, potei assistere alla visione di un lavoro con la regia di John Ford che mi è rimasto impresso favorevolmente ed è stato: "Com’era verde la mia valle". Il protagonista della storia è un minatore gallese ormai anziano in procinto di lasciare la sua valle dove le miniere sono state chiuse e ricorda, con la nostalgia nel cuore, i fatti di vita suoi e dei suoi famigliari ricchi di ideali d’amore, di lavoro, di pazienza e di condivisione sociale.
Per tutti, anche se difficili e dolorosi, gli anni dell’infanzia e gioventù sono anni unici che ti rimangono nel cuore e ti danno forza. La mia generazione ritengo abbia  senz’altro avuto una valle verde  per il contesto sociale in cui si viveva, per la società in evoluzione dove tutto era scoperta, per i sentimenti che animavano le persone, per l’educazione che veniva impartita e per l’istruzione mirata e fondamentale che veniva data.

 
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