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storie nella storia

Storie nella Storia

PREFAZIONE

Dalla sorgente della vita grossi gomitoli di filo si dipanano, si allungano, si intrecciano, si frammischiano, si annodano generandone altri; sono le nostre vite che si svolgono in modo diverso creando quello che è il nostro tessuto sociale, la nostra storia, la nostra civiltà, il nostro vivere quotidiano. Quelle che seguono sono 4 semplici e comuni storie di italiani e delle loro famiglie vissuti nel padovano nell’arco di 150 anni, da quando cioè il nostro Risorgimento ha portato alla formazione dello Stato Italiano ed al lento ma progressivo mescolamento tra le sue genti. Per primi a dar seguito a questo fenomeno coloro che, per migliorare la loro situazione economica, si spostavano cercando sbocchi alle loro competenze lavorative. Ad essi sono da aggiungere  i servitori dello Stato che, per motivi legati alla loro attività, venivano spostati nelle varie parti d’Italia creando famiglie e via via un’integrazione sempre maggiore. Il boom economico degli anni 50’ e 60’ ha portato all’accelerazione di questa fusione con il grosso spostamento, al nord Italia, di lavoratori meridionali.

DEDICA

Alle generazioni che ci hanno preceduto ed alle quali dobbiamo la nostra libertà ed il nostro star bene.





GIUSEPPE

Miglioranza è un cognome presente nel vicentino dai primi secoli dell’anno 1000, da quando cioè la potente famiglia dei Trissino si è trasferita dalla Germania all’Italia al seguito di Federico Barbarossa."Da scritti scelti di storia vicentina" di Giovanni Matese, scrivendo dell’antica storia di Valdagno: il primo periodo storicamente importante della Valle dell’Agno risale al medioevo e coincide con l’origine e l’affermarsi della potente signoria feudale dei Trissino. .Nella storiografia della famiglia il primo personaggio è Olderico III°, figlio di Uguccione, che sposa la veronese Chiara San Bonifacio; dalla loro unione nacquero otto figli , quattro dei quali considerati i capistipite dei rispettivi rami o colonnelli che sono : i Paninsacco (ramo Paninsacco), i Miglioranza (ramo Miglioranza), gli Arnoaldo (ramo della Pietra), i Corrado o ramo detto di Castelmaggiore. Sono coinvolti nelle guerre tra famiglie per il predominio dei luoghi e le più attive e titolate sono i  Paninsacco ed i Miglioranza che sono  autorizzate alla costruzione di castelli. Siamo nel periodo feudale che viene riassunto storicamente come guerra di Valdagno, un personaggio di spicco di questi anni è certamente Enrico Trissino Miglioranza. Le lotte tra famiglie filo imperiali e quelle fedeli al papato sono molto spietate e solo con l’avvento delle grosse realtà comunali nel XIV° e XV° secolo si placheranno. Scrivendo sulle origini di Castelvecchio: I Trissino fin dall’11 dicembre 1224 avevano dichiarate comuni, ai due rami famigliari dei Paninsacco e dei Miglioranza, tutte le "sommitates locorum" della Valle dell’Agno atte ad essere incastellate. Va tenuto inoltre presente che nel 1235 i Trissino del colonnello Miglioranza, notoriamente ghibellini, all’intimidazione loro data da Azzone D’Este, capo dei Guelfi, di non lasciare senza il suo permesso  la loro residenza in città (Vicenza), fuggirono nei castelli della Valle dell’Agno e da qui a Verona dove dominavano gli imperiali con Ezzelino da Romano e dove si apprestava a scendere Federico II° che l’anno dopo, con Ezzelino, metterà a ferro e fuoco Vicenza ed il vicentino. Con l’avvento del potere comunale, le contese si placano e le famiglie vanno via via perdendo importanza e si spandono nel territorio. Permangono rami più o meno importanti delle famiglie e da un minore e periferico ramo sarebbe da ricercare l’origine da cui è poi nata anche questa storia.
Una manciata di case nei primi rilievi sud dei Monti Berici, questo e’ Belvedere una piccola frazione ad un tiro di fucile da Villaga. E’ qui che in un casolare nelle immediate vicinanze di una villa patrizia sorta sulle rovine di un castello medioevale nasce, l’ 8 settembre 1847 Giuseppe da Cipriano Miglioranza e Domenica Tonato. La nascita e’ motivo di gioia sia perché si tratta di una creatura sana, sia perché e’ un maschietto e quindi ritenuto più in grado di guadagnarsi la vita, sia perché a quei tempi le famiglie erano numerose e tra i vari detti popolari vi era anche quello che diceva: " i figli non portano mai carestia". Il padre Cipriano dalla vita ha già avuto gioie e dolori; sposatosi infatti nel 1835 all’età di 28 anni con Mazzaron Orsola si è visto mancare, al momento della nascita della primogenitura, sia la moglie che la figlia per complicanze dovute al parto avendo appena il  tempo di battezzare la piccola con il nome di Orsola Domenica.
Dopo una vedovanza di sette anni si risposa all’età di 35 anni con Domenica Tonato. E’ quindi persona posata, dedita alla famiglia ed al lavoro di fornaio al quale alterna l’attività di agricoltore nella conduzione e mantenimento dell’appezzamento di terreno annesso all’abitazione. Il 9 luglio 1843 nasce il primo figlio che viene chiamato Pietro, l’11 agosto 1845 nasce Alessandro e l’8 settembre 1847 Giuseppe, il protagonista di questa storia. Seguono poi il  2 maggio 1850  un quarto figlio che viene chiamato Luigi, nel 1852 due gemelli, Bortolomeo ed Antonio che muoiono per complicanze alla nascita, quindi il 1° maggio del 1854 Edoardo ed infine il 3 aprile 1859, a chiusura, una femminuccia cui viene dato il nome di Giovanna Maria. Nella casa non grande, ma di solida struttura, Cipriano e Domenica crescono i figli secondo le regole del tempo, l’istruzione presso le scuole elementari di Villaga e la frequentazione della Chiesa per una giusta educazione religiosa. Belvedere e’ congiunto a Villaga da due strade di cui la principale sale a Barbarano ,  l’altra più breve, quasi un tratturo,  dopo un percorso tra i campi fiancheggia ad ovest ed a mezza costa la piccola collina posta tra i due abitati. E’ quest’ultima via che viene ripetutamente percorsa ogni qual volta si deve raggiungere il centro maggiore e lo si deve fare spesso .Quella stradicciola provenendo da Belvedere giunge ad un poggio giusto nelle vicinanze di un capitello. Da lì scende con un’ampia semicurva in paese fino alla Chiesa ed alla piazza antistante. Quante corse per quei ragazzi che crescono pieni di vita e con l’entusiasmo di quella età; sono sempre pronti a gareggiare, a rincorrersi,  a chi raggiunge per primo il capitello che fa riferimento per ogni spostamento da o per il paese e quante volte prese rincorse troppo forti si sono fermati malamente ruzzolando e sbucciandosi le ginocchia o le mani protese ad arrestare l’improvviso pericolo. Giuseppe vive in questa felice realtà senza pensieri se non quelli di giocare con amici e fratelli maggiori o minori di lui, trovando sempre la disponibilità di qualcuno e così gli anni della fanciullezza trascorrono veloci. Il fratello maggiore Pietro e’ l’esempio per tutti e dispone, richiama od incita ora l’uno ora l’altro fratello a ben comportarsi. Pietro è il primogenito e su di lui si incentra l’attenzione del padre Cipriano che quando può lo coinvolge nella sua attività di panificatore. Ecco che comincia  con quei piccoli lavori d’aiuto e via via affianca il padre, i fratelli lo guardano con rispetto  per l’importanza che ne danno i genitori e Pietro fa da battistrada nell’aiutare i fratelli più giovani negli anni delle elementari e così, tutta la figliolanza di Cipriano e Domenica trascorre serenamente gli anni della fanciullezza e prima gioventù. Pietro quando gli è possibile cerca di evitare qualche incombenza od incarico girandolo ai fratelli che spesso non si fanno trovare. Giuseppe specialmente non è  portato ad eseguire questi continui ordini e  cerca di defilarsi, di non farsi trovare, di allontanarsi evitando eventuali coinvolgimenti. Quanto e’ più bello prendere la fionda ed andare "a caccia di passeri" o inerpicarsi sul colle fino a quel piccolo poggio dove all’ombra del castagno e’ bello sedersi, specie d’estate , con un filo di paglia tra le labbra e rimirare la campagna ascoltandone i rumori, od andare a pescare in qualche fossato con la lenza e quella sua strana canna che altro non è che un bastone leggermente ricurvo e flessuoso. Quanti pensieri, quante fantasie passano per quella testa, ed il paesaggio  tranquillo ed immobile diventa d’un tratto il teatro con immagini di genti, cavalli, battaglie, si perché Giuseppe sogna spesso ad occhi aperti, la sua realtà gli va un po’ stretta e solo la fantasia gli permette di uscire trovando mete impensabili. Delle incombenze che gli vengono di tanto in tanto date ama soltanto l’andare a prendere le sigarette per il padre o qualcos’altro al bar nel paese di Villaga. E’ lì che spesso sono presenti persone di passaggio, gente foresta che porta notizie ed anche una mezza parola può alimentare speranze ed entusiasmi sopiti ma sempre pronti ad esplodere in lui. Giuseppe cerca di confidare i suoi sogni alla madre, ma Domenica ha ben poco tempo da dedicare alle fantasie del figlio e così il padre sempre stanco per il lavoro. Le levatacce al mattino per la panificazione e quando c’è un momento di sosta ci sono un’infinità di altre cose da fare nella casa e nel podere. Alla sera, nella grande stanza adibita a cucina entrata e salotto, dove attorno al camino scoppiettante per la legna che arde  la madre e’ intenta a preparare la cena, non si riesce ad avere risposte precise alle tante domande che affollano la mente di Giuseppe e poi  c’è Pietro che come maggiore è il più ascoltato e quando parla lui gli altri devono fare silenzio; anche Alessandro riesce a trovare dell’attenzione ma poi c’e’ la sorellina "Giovannina"la più piccola di casa che strilla e chiede attenzione ed il povero Giuseppe si rassegna a starsene zitto anche perché, quando la situazione si rende pesante, il padre zittisce tutti mandandoli a letto. Solo quando vengono a trovarli gli zii che capiscono la necessità di sfogarsi del nipote, Giuseppe trova un po’ d’ascolto per esprimere tutto il suo entusiasmo e la sua attesa per un futuro diverso. Gli zii sanno che tolto Pietro, cui è destinata l’attività di famiglia, gli altri ragazzi dovranno trovarsi una strada perché il  mondo è grande e chi sa osare può farsi una buona posizione, che volere è potere e la fortuna aiuta gli audaci. Giuseppe assimila tutti questi discorsi e gli zii lo ascoltano lasciandolo parlare e compiacendosi con lui per le belle idee e per i giusti propositi che lo animano.
Giuseppe ha 18 anni quando un vento impetuoso sconvolge il Veneto tutto; e’ la guerra che dopo anni di attesa e dopo le delusioni della pace seguita alla seconda guerra d’indipendenza, scoppia per la liberazione del Veneto dalla dominazione austriaca e la sua ricongiunzione all’Italia. Giuseppe è inserito nelle liste di coscrizione d’ attesa, le liste infatti erano cinque ma solo due di chiamata diretta, i tempi della guerra sono veloci, a Lissa la flotta austriaca è quasi tutta composta da veneti che si vengono a scontrare con i fratelli italiani, ma a Giuseppe è risparmiato il combattere ed è il 12 luglio 1866 quando il capitano Delù, dei lanceri "Vittorio Emanuele", giunto in avanscoperta con altro cavalleggero entra da Porta Santa Croce in Padova e la percorre al galoppo fino al Caffe’ Pedrocchi costatando la non presenza di austriaci e quindi liberandola . Così come il giorno dopo lo stesso capitano con alcuni soldati e trenta volontari padovani partirà in treno alla volta di Vicenza per liberarla. La guerra termina con la firma a Vienna, il 3 ottobre 1866, del trattato di pace. Quel 1866 aveva avuto su Giuseppe un effetto dirompente, con l’unificazione all’Italia si aprivano un’infinità di possibilità ed in paese correvano voci di iniziative economico sociali. Si venivano a creare possibilità commerciali ed agricole con il varo di  piani d’investimento per l’agricoltura che fino ad allora languiva per lo spopolamento delle campagne, come scritto dal Gloria che della situazione del Veneto e del padovano nel periodo antecedente la terza guerra d’indipendenza molto aveva scritto e relazionato. Sta’ di fatto che effettivamente vengono varati piani per la riorganizzazione dell’agricoltura  nel padovano e   Giuseppe inizia a muoversi ed a guardarsi attorno visitando i centri di pianura. Il padre Cipriano, intuendo l’importanza del momento e capendo  la necessità del figlio, vede di buon occhio le sue assenze e più di qualche volta lo incoraggia mettendogli a disposizione il biroccio di casa.  Giuseppe parte di buon mattino ora verso una località o verso un’altra alla scoperta del mondo. Le campagne scorrevano via al suo passaggio tra gli scuotimenti del biroccio, tutto sembrava incantato, di tanto in tanto qualche centro abitato, ora Bastia, ora Montemerlo e qualche piccola sosta  per informazioni, per  sgranchirsi un po’ le gambe o per alimentare ed abbeverare il cavallo. Procedendo così tra strade polverose e dissestate era giunto nella zona di Bovolenta posta alla confluenza di due fiumi ed aveva potuto vedere come molte e belle erano le abitazioni, di struttura veneziana, che sorgevano sulle sponde ed all’incrocio di quei due fiumi provenienti da Battaglia e da Padova facendo intuire un certo benessere. Il periodo asburgico aveva segnato la paralisi della zona ma ora che il Veneto era tornato libero ci sarebbe stato un rilancio delle iniziative private e commerciali. Se ne era quindi tornato a casa dai suoi giri per confidare tutto il suo entusiasmo in famiglia e dalla famiglia , grazie soprattutto alle conoscenze della zia Ester, aveva potuto conoscere la  proprietaria di terreni e di una bella residenza in stile veneziano sorta lungo l’argine destro del Bacchiglione, poco fuori il centro di  Bovolenta, in direzione Pontelongo. La signora Elisa si era dichiarata  disposta a dare l’abitazione ed il terreno circostante con un contratto di mezzadria essendo residente in Padova. In quei primi anni del dopoguerra Giuseppe sente la necessità di affrancarsi, i fratelli che vengono dopo di lui stanno crescendo ed  Edoardo, che è più giovane di lui di sette anni, nel febbraio del 1875 parte per il servizio militare nel 10° reggimento bersaglieri. La situazione finanziaria della famiglia è buona tanto da essergli attribuita la condizione di possidente. Giuseppe  può all’occorrenza contare sull’aiuto  della sua famiglia e quindi si determina sottoscrivendo il contratto e con il due luglio del 1879  si trasferisce in Bovolenta. A questo punto l’ideale sarebbe trovare una moglie di buona famiglia e con un po’ di sostanza e così, quando  gli viene presentato un certo Antonio Carrari la cui famiglia gode in Bovolenta di stima e considerazione per quanto soprattutto fatto dal nonno Domenico,  se lo fa amico venendo a conoscere la di lui famiglia residente nel palazzo Martinengo. Tale palazzo, sia per la vicinanza alla chiesa sia per la partecipazione della famiglia alle cose legate alla gestione ed abbellimento del tempio, era punto di riferimento per le maestranze delle varie botteghe artistiche i cui lavoranti vi facevano capo tanto da lasciarvi spesso in deposito gli strumenti di lavoro. Era tanta la famigliarità che Carrari Emilia da bambina di 5-6 anni era stata presa per modella dagli scultori per la raffigurazione di un angelo. Su Emilia cade la scelta di Giuseppe. Tra le sorelle d’Antonio lei è la più semplice, ha passato i vent’anni ma è tranquilla senza grilli per la testa al contrario della sorella Maria detta Marietta decisa e piena di vita ed iniziativa. Sposerà il conte Dolfin Giuseppe ben più anziano di lei che la lascerà presto vedova ed in famiglia raccontano come trovandosi in viaggio in carrozza  in sua compagnia ed essendo stati sorpresi da un temporale, il cavallo si era imbizzarrito ed il conducente non riusciva a tenerlo, Marietta era allora scesa  dalla carrozza e presolo per il morso lo aveva trattenuto riuscendo a calmarlo. In ogni modo rimasta vedova non si era depressa più di tanto sposando in seconde nozze Canton Giovanni, già suo maggiordomo, ed avendo con lui ben dodici figli nell’arco di 20 anni. La scelta di Giuseppe è per Emilia e vedendo che il suo amore è ricambiato continua a frequentare il palazzo Martinengo. Emilia è in procinto di compiere 27 anni ed è un’età che può sembrare un po’ avanzata per creare una famiglia, valuta comunque velocemente i pro ed i contro della cosa sapendo ciò che lascia ed intuendo ciò che la attende ed alla fine da fiducia a Giuseppe ed a tutte le sue fantasie. Assieme preparano le nozze che avvengono il 2 giugno del 1880. Giuseppe ha trentadue anni e non è persona portata a lavori manuali ma a quei tempi c’erano più famiglie di lavoranti agricoli che vivevano con le famiglie più abbienti dando il loro lavoro, le donne aiutando la padrona di casa, gli uomini lavorando nella proprietà con mansioni diverse. Giuseppe più che lavorare gestisce la proprietà, si sposta spesso con il suo biroccio e sono proverbiali i guanti bianchi che sempre indossa in quei suoi spostamenti. Nella stalla una cavallina scelta con cura al grande mercato dei cavalli di Padova e che lui accudisce con passione e costanza. Quando le attacca il biroccio e salitovi la fa partire con uno doppio schiocco della lingua il mondo diventa suo. In una struttura poco discosta la porcilaia con il maiale che viene ingrassato tutto l’anno fino alla grande festa della sua macellazione. Emilia fatica un po’ ad ambientarsi in quella nuova realtà anche se la sua famiglia le è sempre molto vicina. All’inizio del 1882 rimane incinta ma  è un anno infausto perché, mentre lei è intenta a portare a termine la sua gravidanza, le condizioni atmosferiche sono impietose e le abbondanti piogge provocano la fuoriuscita dei fiumi dagli alvei e vaste inondazioni. Il territorio di Bovolenta per quattro quinti è sommerso dall’acqua ed i senza tetto vengono calcolati in 800.  La situazione è pesantissima e giunge nel paese in visita il re d’Italia Umberto I°, accompagnato dal Duca D’Aosta, che per rendersi conto dell’enormità dei danni sale sul campanile della chiesa per osservare quella desolazione ed una targa recante la data del 23 settembre 1882 verrà posta a ricordo. Dunque in quell’ autunno  del 1882 i danni sono ingentissimi, i raccolti persi come andranno persi anche quelli dell’anno successivo; la quantità d’acqua è tale che la vendemmia viene fatta servendosi di una barca a fondo piatto che girando tra i filari permette di raccogliere i pochi grappoli rimasti sulle vigne. In questa difficile ed angosciante situazione il 6 ottobre 1882 nasce la primogenita  che viene chiamata Domenica Antonia che sono i nomi della madre di Giuseppe e di Emilia,  Antonia in onore del fratello maggiore di Emilia che tanto li ha aiutati e li aiuta. Giuseppe  ha promesso che darà il nome di Ester ad una prossima nata ma la primogenitura deve, come usanza,  portare il nome dei genitori. Comunque tutti i Carrari sono vicini alla famiglia  come lo saranno negli anni successivi. Un vivo ricordo resterà nella memoria della figlia  di Giuseppe Ester che ricorderà come all’età di dieci anni e cioè nel 1895 circa, a seguito di violente piogge che avevano portato danni e difficoltà alla famiglia con ragazzi in tenera età, erano giunti da Cavarzere, dove era presente un  fratello di Emilia Luigi,  due carri l’uno di legna e l’altro di vettovaglie. Quando le acque alla fine si ritirano rimane una desolazione che deprime Emilia e Giuseppe ma c’è una bimba da crescere ed i due si rimboccano le maniche per andare avanti. Purtroppo un’altra tragedia li attende perché la piccola Domenica muore nel settembre successivo appena compiuto l’11° mese di vita. Sono momenti di depressione e tristezza, ma di li a pochi mesi Emilia si rende conto di un’altra creatura in arrivo. Se sarà maschio si chiamerà Cipriano ma se sarà femmina, come Giuseppe ha promesso, porterà il nome di  Ester in onore di colei che tanto l’ha agevolato. Il 6 luglio 1884 nasce una bambina cui viene dato il nome di Ester. Tra difficoltà varie, negli anni successivi la famiglia si allarga con la nascita di altri figli, il 25 ottobre 1885 una bambina che viene chiamata Domenica, il 16 dicembre 1886 il sospirato maschio che viene chiamato Cipriano come il padre di Giuseppe, segue nel 1888 un’altro maschio che purtroppo muore ed al quale viene dato il nome di Riccardo. Il 20 settembre 1889 una femmina  che viene chiamata Luigia, il 16 maggio 1891 nasce Bruno, il 6 giugno 1992 Maria Giovanna, nel luglio 1993 Lucia Carmela che però muore subito dopo la nascita, ed a chiusura, il 31 dicembre 1895 Lucia Giulia. Nel giro di poco più di dieci anni Giuseppe ed Emilia si trovano a crescere 7 figli; le ragazze hanno delle indoli tranquille, attaccate alla famiglia seguono le direttive della madre ed è un modo di vita tranquillo e sereno con la frequentazione delle scuole dell’obbligo e la chiesa per un’istruzione religiosa. Il suono delle  campane nei vari momenti della giornata è un riferimento ed orologio di vita. Il secolo si avvia alla fine, la campagna continua a riservare sorprese per il tempo e Giuseppe comincia a guardarsi attorno per trovare soluzioni economiche alternative. E’ intenso il traffico di barconi che percorrono il vicino fiume che quando è scarso d’acqua vede animarsi i suoi argini da un andirivieni di uomini ed animali. Sono i cavallanti che maestramene guidano i grandi cavalli da tiro di Satti per togliere le imbarcazioni dalle secche. I burci  scendono fino alla laguna portando molti prodotti tra i quali trachiti, granaglie massi e laterizi vari e proprio ai laterizi si rivolge Giuseppe avviando un’attività per la produzione di mattoni. In un appezzamento non lontano dalla sua abitazione e dal fiume è presente un terreno  argilloso che fa  al caso suo. Lo prende in affitto e vi installa una piccola fornace per la cottura del materiale. Inizia la sua attività coinvolgendo come manodopera alcuni lavoranti ed i suoi figli, chi più chi meno. Con immensa soddisfazione sigla i primi mattoni prodotti con le sue iniziali. La richiesta di mattoni è notevole e sistematicamente il prodotto viene inviato a Venezia a bordo dei capienti burci. E’ un’attività che rende e ben tre sono le piccole fabbriche che sorgono nel circondario di Bovolenta per questo tipo di produzione. Il terreno argilloso presente nella zona si presta a questa lavorazione e la vicina via d’acqua permette il trasporto del materiale che viene fatto a cadenze regolari. Il burcio destinato al trasporto sosta all’altezza della fornace che sorge a breve distanza dal fiume e gli scariolanti vi portano all’interno il materiale prodotto.  Giuseppe si sente un piccolo industriale e la sua condizione migliora notevolmente tanto che la sua qualifica presso il Comune di Bovolenta passa da agricoltore ad industriale. La via d’acqua gli passa davanti casa e sull’altra sponda del canale sta il palazzo Martinengo che lui ha spesso necessità di raggiungere. Ha quindi approntato lungo il fiume un piccolo pontile dove è ormeggiata una barca che gli permette di traghettare sull’altra sponda e giungere velocemente alla residenza dei Carrari.  Siamo all’inizio del 20° secolo che si preannuncia favorevole alle iniziative industriali; il suo pensiero fisso è dare un futuro ai suoi figli e questo  lo fa muovere con più convinzione. Ha anche l’assillo di trovare una buona sistemazione per  le figlie che cominciano ad essere in età da marito. Le ragazze sono molto belle e tramite il cognato Carrari Antonio, che gode di conoscenze presso il Casinò di Venezia, viene provato l’inserimento della figlia Ester in quella realtà lavorativa. L’esito è però deludente perché se pur sia bellissima  Ester non è estroversa come il lavoro richiederebbe ed allora il tentativo fallisce. A Giuseppe non rimane altro che cercare di sposarla anche perché dopo di lei ci sono altre quattro ragazze. In paese conosce tutti ed in special modo tiene d’occhio gli scapoli ed i papabili per un eventuale matrimonio. Frequenta con assiduità la bottega di pizzicagnolo sita nel centro paese dove sono presenti, da un po’ di tempo, i fratelli Trestini. L’uno, Alessandro, è meglio lasciarlo perdere perché ha una situazione famigliare particolare ma l’altro Cornelio, o come tutti chiamano Silvio, sarebbe un buon partito. I due fratelli sono provenienti come lui dalla zona collinare del vicentino, hanno un’attività che conducono con professionalità e per lui sono "bottegari" e come tali abili nella loro attività ed accorti nelle finanze il che glieli fa ritenere un "buon partito"per la figlia. Come  suoi conterranei l’accordo e l’intesa sarebbero facilitati. Silvio però non cede alle lusinghe e per togliersi dall’impaccio dice di avere un fratello minore di nome Camillo, ora a casa con i genitori ed il fratello Annibale; promette che alla prima occasione gli chiederà se la cosa lo interessa. E così, quando alla morte del padre Orazio avvenuta nel 1896 Camillo si ritrova , anche se la madre Matilde è presente, alle dipendenze del fratello maggiore Annibale che ha  ereditato l’attività ed  è intenzionato a metter su famiglia, dopo qualche anno prende la decisione di raggiungere i fratelli coadiuvandoli nella conduzione dell’attività in Bovolenta. Alessandro ha preventivamente richiesto le autorizzazioni per la vendita dei tabacchi e di una serie di prodotti così detti "Coloniali". Camillo emigra a Bovolenta con il 1901, i fratelli l’hanno incentivato a trasferirsi promettendogli la cessione della loro attività essendo intenzionati ad   aprirne un’altra in   Conselve. Nel  1902  il passaggio viene fatto e Camillo rimane il solo titolare. Giuseppe ora sa che Camillo è veramente un buon partito per la figlia e comincia l’opera di convincimento e persuasione. Camillo è molto restio e  titubante perché gli anni che lo dividono dalla figlia maggiore di Giuseppe sono ben 16. L’opera di persuasione da parte di Giuseppe si fa sempre più serrata finché Camillo  acconsente ed allora si preparano le nozze. Per Camillo, Ester è poco più di una bambina e continuerà per parecchio tempo a dire di lei chiamandola "ea picoea" ma in quegli anni molti uomini  prima di crearsi una famiglia aspettavano di avere un lavoro sicuro ed una professione solida.  Ester non è certo il tipo di persona contestatrice ed a quei tempi certe considerazioni inerenti l’età passavano in secondo ordine e quanto all’amore la conclusione era sempre la solita, col tempo verrà. Il 22 novembre 1904 i due si sposano nella chiesa di Bovolenta e partono per un breve viaggio di nozze a Verona. Per Ester la vita è cambiata non poco, il marito è molto esigente e pretende la sua disponibilità sia nella gestione della casa che nell’aiuto in bottega. Ester non ribatte anche perché è intimorita da quell’uomo più vecchio di lei che conosce il suo lavoro e le necessità della vita ma un bel giorno, quando non è passato che qualche mese dal matrimonio, all’ennesimo rimprovero  lascia la casa e se ne ritorna a piedi all’abitazione paterna che dista circa un chilometro. Spiega le sue ragioni alla madre che la consola  e la invita alla pazienza, ma il padre Giuseppe è più duro" te lo sei sposato e ti ci devi abituare!!!" e fa salire la figlia nel biroccio riaccompagnandola da Camillo che invita ad essere più paziente e comprensivo. La convivenza col tempo migliora, il lavoro non manca e nel 1907 la coppia ha una bambina che viene chiamata Giuseppina. Ma  mentre Giuseppe continua in quegli anni a cercare nuovi sbocchi ed interessi  nella sua attività un altro lutto colpisce la sua famiglia, la figlia diciassettenne Maria muore l’11 agosto 1909 per problemi respiratori dopo un lungo periodo di malattia. Grande il dolore per tutti i suoi famigliari ed in particolar modo per  le sorelle che le erano affettivamente molto legate. All’attività della fornace che  permette a Giuseppe di avere delle buone entrate e di condurre una vita per quei tempi agiata, tanto da non disdegnare qualche scappatella più o meno sentimentale, si aggiunge un interessamento sempre maggiore per l’attività politica presso il Comune di Bovolenta dove viene nominato assessore. Nella zona da un po’ di tempo è presente un personaggio molto particolare, il barone Leonino da Zara, un personaggio eclettico che riempie le cronache del tempo ed argomenta infiniti discorsi  tra i tanti che vivono in quegli anni. Basta che si senta un crepitio di motore in cielo e gli sguardi di tanti, impegnati nelle attività più disparate, si alzano in su per scorgere se per caso è "quel mato de Leonino" intento in qualche suo volo. In quegli anni in cui le persone erano solite guardare il cielo per seguire un volo d’uccelli o per capire l’evolversi del tempo od intuire quale giornata sarebbe stata l’indomani, il vedere apparire in cielo una macchina volante e gracchiante  era una cosa che lasciava letteralmente a bocca aperta. Del barone avevano già avuto modo di conoscere le gesta o vedere le veloci corse lungo il rettilineo che unisce Padova a Bovolenta e tra un nuvolone di polvere uscire la macchina di Leonino lanciata in una delle sue frequenti e folli corse. Certo il veicolo, per chi è in cerca di gloria ed arditezza, poteva essere un limite ed allora l’aereo è l’apoteosi del personaggio; l’aeronautica sta nascendo e lui è il 7° pilota che prende il brevetto in Italia. In cerca di riconoscimenti scrive al re mettendo a disposizione il terreno su cui sorge il suo campo e le strutture consistenti in un hangar di legno e mattoni dipinti di azzurro. Ottiene da Vittorio Emanuele III° il benestare perché il campo diventi il primo aeroporto civile italiano. L’inaugurazione avviene il 15 novembre 1909 alla presenza delle autorità del tempo e di una grande folla di cittadini attirati dall’eco data dall’evento. Il barone Da Zara ha messo a disposizione il suo campo per la nascente forza aerea italiana qualora l’Italia se ne volesse servire  ed in un primo tempo sembra un progetto fattibile tanto che vengono inviati a Bovolenta una decina di specialisti militari per la manutenzione. Il Comune di Bovolenta  si impegna per la sistemazione dei tecnici e  sedute del consiglio comunale, di cui fa parte Giuseppe, permettono di prendere le decisioni per il loro alloggiamento. L’aeroporto sorge su un’estensione di campi fino ad allora coltivati ed il drenaggio del terreno lascia a desiderare per cui un intervento di personale specializzato che lo riattivi dopo le piogge è necessario. Certo che se ne fa un gran parlare e Giuseppe è preso da quel personaggio e da tutte le vicende che lo riguardano visto che anche il sommo vate D’Annunzio viene in visita come molti altri personaggi della nobiltà italiana e dello spettacolo. Quanto al campo d’aviazione nel successivo periodo bellico gli verrà preferito il campo di Terradura molto più adatto per il supporto logistico e pratico dato dal castello di San Pelagio. Da questo campo partiranno il 9 agosto 1918 gli aviatori della squadriglia "Serenissima" capitanati da D’Annunzio per lo storico volantinaggio su Vienna percorrendo 1000 chilometri, ottocento dei quali in territorio nemico. L’aeronautica grazie ad una dinastia di eroi nati agli inizi del 1900 si conquistò col sangue i suoi orizzonti di gloria. Molti furono i veneti che ne infoltirono i ranghi e tra questi uno che da buon veneto aveva scritto sulla fusoliera del suo aereo "Ocio fiol d’un can!!!". In quarantuno mesi di lotta i nostri Cavalieri del Cielo abbatteranno 763  velivoli nemici mentre i persi saranno 166. Tornando all’inaugurazione del campo di Bovolenta bisogna dire che l’interesse era tanto ed intorno  a quell’ hangar  le curiosità sono infinite tanto che Giuseppe, quando può, dirige il suo biroccio verso Padova per dare un’occhiata e si ferma lungo l’argine che risalito gli permette di vedere quel che succede. Per uno come lui pieno di fantasie ed entusiasmo e sempre pronto a cercare spazio e dare spazio, quel personaggio è fuori dagli schemi ma affascinante ed inimitabile. Da un po’ di tempo un  ragazzo di nome Antonio Lombello, figlio di un panettiere di Pontelongo, viene per fare le consegne del pane fino alla loro abitazione e frequentando la famiglia s’e invaghito della figlia di Giuseppe, Domenica. E’ una ragazza dal carattere un po’duro, deciso e scontroso,  ma i due si piacciono e come si dice "Dio li fa e li accompagna" per cui il 14 giugno 1913  si sposano e si trasferiscono a Pontelongo. Si sistemano presso la famiglia di Antonio e dalla loro unione  nasceranno 5 figli. Giuseppe è figlio di panettiere per cui vede di buon occhio la sistemazione trovata dalla figlia, ma la vita gli è matrigna e quando tutto sembra girare per il meglio tra gioie famigliari, impegni mondani, comunali ed imprenditoriali, il 10 ottobre 1913 viene a mancare lasciando la famiglia nel totale scoramento. La moglie Emilia può contare sull’aiuto di tutti i suoi figli e famigliari. Il figlio Cipriano per un breve tempo segue l’attività produttiva del padre ma poi si sposa e si trasferisce a Casalserugo. La moglie è  una Cappellato, hanno tra il 1915 ed il 1929 5 figli, purtroppo con l’ultima gravidanza la moglie viene a mancare. Con la morte di Giuseppe, Emilia ha dovuto lasciare l’abitazione che viene sostituita con altra non molto lontana in via Garibaldi. Si sistema nella nuova residenza che accoglierà anche la famiglia del figlio Bruno. Lei è il collante per figli e nipoti che la vanno spesso a trovare come la figlia di Ester Giuseppina che sta presso la nonna anche più giorni. Scoppia la prima guerra mondiale con grosse difficoltà per le popolazioni, specie dal lato alimentare, ma le famiglie Carrari e Miglioranza rimangono unite; Ester grazie alla bottega aiuta il più possibile anche se è incinta e nel febbraio 1916 le nasce una figlia che viene chiamata Matilde come la madre del marito. Al comune di Bovolenta è presente come sindaco Orazio Ing. Carrari che gode di stima e prestigio. E’ figlio del defunto fratello di Emilia Martino ed anche lui contribuisce al superamento delle normali problematiche di vita. E’ particolarmente affezionato al cugino Bruno Miglioranza col quale è cresciuto fraternamente. Terminato il  primo conflitto mondiale, la figlia di Giuseppe Luigia viene chiesta in moglie e si sposa nel marzo 1919 con Nequinio Giuseppe, persona operosa e piena di iniziative che intraprende l’attività di caciaio con la produzione di formaggi e latticini. Dalla loro unione nasceranno 7 figli. La figlia Giulia Miglioranza si sposa nel settembre 1921 con Canova Adolfo, purtroppo non sarà fortunata perché essendosi ammalata di tubercolosi dopo la nascita del primo figlio ed essendo da lui tenuta lontana, passerà alcuni anni infelici fino a determinarsi, nel maggio 1929, ad effettuare un viaggio a Lourdes per chiedere la grazia alla Madonna. Al suo ritorno dirà " ho chiesto alla Madonna la grazia  di farmi guarire o di farmi morire" e di li a poco tempo muore nell’agosto del 1929. Anche Bruno si sposa con Alfieri Eugenia avendo 7 figli. La casa di Bruno Miglioranza, dove risiede anche la mamma Emilia, è continuamente frequentata da nipoti e tra le cugine tante sono le affinità di frequentazione e vita trattandosi di coetanee. Già sul finire degli anni venti venivano più volte scarrozzate su di un carro condotto da un dipendente di fiducia dei Miglioranza o verso Belvedere di Villaga, per trovare gli altri cugini e parenti li residenti, o verso Sottomarina per qualche permanenza al mare. Assistita dalla figlia Luigia e dalla nipote Matilde, Emilia Carrari Miglioranza si spegne nel dicembre 1938.


A questa che è la storia di mio bisnonno seguono le storie di mio nonno Camillo, di mio padre Filippo e di mio suocero Eugenio.







 
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