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Zibaldone

Padre Leopoldo

Via delle Rose è una via di Padova a forma di una lunga elle, nasce in via Giordano Bruno e termina in via Fabrici d'Acquapendente. Il suo percorso nella prima parte va da Nord a Sud per poi proseguire in direzione  Ovest Est. Dove la via cambia direzione stà un Capitello dedicato alla "Madonna del dito" inaugurato il 14 maggio 1945 ed eretto a ricordo delle vittime innocenti di un bombardamento alleato fatto su Padova il 14 maggio 1944. Il capitello oltre ad essere un punto di aggregazione per la recita del rosario nel mese di maggio è pure un riferimento pratico e visivo per chi da indicazioni della zona oltre ad essere un divisorio di  competenze religiose. Infatti le abitazioni che da via Giordano Bruno giungono al Capitello sono aggregate  alla Chiesa/Parrocchia di Santa Croce mentre le altre fanno capo al Cuore Immacolato di Maria. Io quindi  abitando in via Giambattista Vico avevo come chiesa di riferimento quest'ultima per tutto ciò che di religioso  andavo a fare nella mia vita. La Chiesa, la Parrocchia ma sopratutto il Patronato era frequentato per quanto  di svago ti poteva dare ed in particolare per il gioco del calcio. Finchè la Chiesa ebbe a fianco un campo di calcio quasi regolare dove potevano giocare squadre di 11 giocatori le partite erano una costante sia quelle giocate  per i vari tornei sia quelle con squadre improvvisate. Quando la stagione lo permetteva, intorno alle quattro del pomeriggio, si venivano a creare gruppi di ragazzi di età diverse che avuto il pallone dal prete si dividevano in due squadre e cominciavano a giocare. Succedeva molto spesso che ai ragazzi, in gran parte frequentanti una scuola, se ne aggiungessero altri al ritorno dal lavoro. Aspettavano di essere un paio per poi entrare da una parte e dall'altra. Il gioco andava avanti tra un via vai di chi entrava e chi usciva cercando sempre di bilanciare le squadre per evitare la superiorità dell' una sull'altra.

 

Era decisamente una bella valvola di sfogo per i tanti ragazzi che frequentavano  il Patronato. Ma nella mia zona oltre alla Parrocchia avevamo un'altra Chiesa ed era quella dei frati Cappuccini  o meglio di Padre Leopoldo. Mia mamma quasi sempre vi andava per la messa domenicale perchè la sua spiritualità  trovava lì maggiore soddisfazione ed in effetti anch'io riscontravo un maggior raccoglimento in quel luogo. Mia  madre non aveva conosciuto Padre Leopoldo se non per quello che gli era stato raccontato da fedeli che avevano avuto dei contatti con quel santo uomo. Lei viveva a Bovolenta e di quel frate sentiva (negli anni 30/40) molto parlare. Glielo descrivevano come un frate piccolo e modesto ma pieno di bontà pazienza e misericordia. Una storia che di lui veniva raccontata era quella avvenuta  in uno dei paesi della bassa padovana (forse dalle parti di Frapiero visto che in  quella zona è stato successivamente eretto un capitello dedicato a San Leopoldo). Dunque Padre Leopoldo andava, in quei tempi di povertà diffusa, per (come direbbe il Manzoni) "la cerca" riportando poi nel convento quanto raccolto  dall'elemosina popolare. In compagnia di un suo confratello, dopo tanto camminare, era entrato in una bettola/osteria ed i due frati avevano chiesto il permesso di accomodarsi ad un tavolo per poter consumare il loro magro mangiare  costituito da un pò di pane. Il padrone dell'osteria dopo averli fatti accomodare s'era impietosito nel vedere quei poveri  frati stanchi e con poche risorse alimentari per cui aveva servito loro due belle scodelle di minestra. I frati avevano molto gradito e più che Padre Leopoldo (che aveva qualche problema di balbuzie) deve essere stato  il suo compagno e confratello a ringraziare il titolare anche perchè non avevano soldi per pagare. Il padrone del  modesto esercizio aveva detto loro che nulla gli era dovuto ma se volevano potevano ricordarlo nelle loro preghiere visto che  "gli affari" andavano male. Senz'altro i due capuccini non s'erano dimenticati di farlo perchè da quel giorno era andata via via aumentando la clientela e le entrate dell'esercizio.

Padre Leopoldo è stato per molti padovani padre spirituale ed anche dopo la sua morte avvenuta il 30 luglio 1942 era rimasta la tradizione di andarsi a confessare dai Padri Cappuccini, così faceva mia madre e così invitava me a fare altrettanto. Come si avvicinavano le grosse festività anche fra amici intorno ai dieci anni si andava a confessarsi e si  commentava sulla natura della confessione e su quanto chiesto dal confessore. In quel tempo nell'ambiente posto a sinistra dell'altare stavano quattro celle confessionali oltre ad alcuni banchi dove si poteva sostare per la penitenza  o per ascoltare la messa. Poichè si poteva accedere alle confessioni anche durante la messa si cercava di fare entrambe  le cose scegliendo sempre il confessionale che si liberava. Solo un mio amico e compagno sostava in attesa per accedere sempre dallo stesso confessore. La curiosità nasceva spontanea e lui alle nostre domande cercava di svicolare dicendo che aveva aspettato per poter fare bene l'esame di coscenza ma a forza di domande lo si era messo alle strette finchè  non ci disse che aveva trovato il suo padre spirituale. Questa cosa non ci andava giù perchè già non capivamo bene la funzione del padre spirituale e poi perchè eravamo abituati, per guadagnare tempo, ad entrare nel primo confessionale che si liberava. Poichè l'amico era un tipo vispo e scaltro e non dava a vedere ravvedimenti o crisi mistiche tra amici ci  ripromettemmo di andare anche noi da quel frate per conoscerne la bravura. Era padre Z... ed il primo che ci andò riferì che era un frate anziano e molto sordo, che aveva dato una penitenza molto lieve e non aveva fatto "romanzine" ne aveva dato consigli di vita. Avevo voluto andarci anch'io riscontrando ciò che mi era stato riferito e cioè che era molto anziano  e sordo e mentre esponevo le mie cose mi ascoltava con un sorriso infantile senza espressioni particolari. Quando alla fine mi ero zittito mi aveva chiesto:"leggi il corrierino dei piccoli?", al mio "qualche volta" (ulteriore bugia) aveva replicato  "e' tanto bello!... leggilo.!" e mi accomiatò. L'amico aveva trovato un padre spirituale adatto a lui. Al di là di questi  comportamenti da ragazzi devo dire che la chiesa dei Cappuccini o come dicevamo noi di Padre Leopoldo, aiutava  maggiormente quello spirito più o meno mistico che si aveva, i frati erano molto attivi ed alcuni venivano inviati quali  missionari in Africa. Al loro ritorno raccontavano della situazione di qualche Missione e questo te li faceva vedere come  coloro che applicavano direttamente gli insegnamenti del vangelo e poi quei loro poveri sai o quei sandali su piedi scalzi  che nella stagione fredda ti facevano rabbrividire per loro, tutto li rendeva credibili. Non passava Natale che non ci si  recasse in quella chiesa per contemplare il bellissimo presepio che veniva allestito nella grande cella posta a destra, nella navata della chiesa, a ridosso dell'altare. Anche per la Pasqua, nella settimana Santa che la precedeva, veniva sistemata nello spazio interno all'altare di S. Antonio , una grande croce coperta da un drappo viola, con Cristo crocefisso a ricordo della passione. Il contesto era molto bello con piante dai colori particolari, specie bianchi, che mettevano in evidenza la pazienza, la bravura e maestria dei frati  botanici. Negli anni '50/'60 la chiesa sapeva molto di convento e della povertà francescana. Annessa alla chiesa stavano degli ambienti e dei chioschi conventuali alcuni accessibili altri no. Negli accessibili si potevano vedere i tanti ex voto lasciati da persone che da Padre Leopoldo avevano avuto una grazia o il calesse che era passato in  uno spazio più stretto della sua larghezza con a bordo Padre Leopoldo o la sua cella confessionale dove un grande libro   raccoglieva le richieste e le suppliche a Lui fatte dai suoi fedeli. Al riguardo anche tra noi ragazzi c'era chi scriveva su quel  libro per un "aiutino" in momenti particolari come potevano essere quelli di un esame scolastico da sostenere.  Padre  Leopoldo (continuo a chiamarlo in questo modo non certo per sminuirlo, ora che è assurto all'onore degli altari ed è un Santo acclarato, ma perchè per cinquant'anni così chiamavamo Lui e la sua Chiesa e mi sembra ancora di sentire mia madre  che in momenti di piccoli litigi mi gridava:" vergognate! te 'ndaré confesarte da Padre Leopoldo!" Era un uomo di poche  parole che parlava della Madonna come della "nostra Parona" e che passava giornate intere confessando e sgravando le anime dei peccatori e quando era in vita aveva, dopo l'entrata in  guerra dell'Italia, fatto un sogno premonitore vedendo  un grande bombardamento ai danni del convento e della Chiesa. Bombardamento poi accaduto il 14 maggio 1944 che aveva  interessato anche le zone limitrofe come il convento delle suore di San Francesco di Sales. In quell'occasione era stato colpito anche il Bassanello e le zone allora abitate da ortolani e sette avevano perso la vita  sotto le bombe. Quanto alla Chiesa dei Cappuccini tanti i danni alla struttura risultando illesi solamente l'altare della Madonna e la cella confessionale di Padre Leopoldo.  


Storiella
La nostra storia inizia nei primi anni 70.
Un grande circo è presente nella piazza nazionale, la sua fama è talmente grande che nessuno osa contrastarlo e fargli concorrenza; i suoi numeri sono tra i più spettacolari ed esclusivi. Un bel giorno al Direttore del circo si presenta un saltimbanco chiedendo di essere assunto. "Fammi vedere cosa sai fare!!!" dice il Direttore ed il saltimbanco inizia il suo numero fatto di capriole, piroette intervallate da salti mortali. Il Direttore osserva l’esibizione con interesse ma sa bene che non ha la possibilità di inserire quel numero nello spettacolo pur tuttavia offre il lavoro dicendogli: "questa è una grande famiglia dove ti troverai certamente bene, non posso assicurarti un posto nello spettacolo, ma qui ti sono garantiti i tuoi diritti ed uno stipendio sicuro e chissà…..a volte…le cose possono evolvere e girare in modo per te favorevole….per ora adeguati alle necessità generali, dai una mano dove c’è bisogno, renditi disponibile ovunque vi siano necessità e vedrai…..vedrai che di te mi ricorderò!!!".  Il saltimbanco ci pensa, lascia l’incerto per il certo, da un lato pensa di perdere l’occasione di sfondare in qualcosa di più privato, di qualcosa lasciato alla sua iniziativa ma poiché dove ha lavorato fino ad ora la precarietà è stata evidente, alla fine si determina ed accetta. Comincia così una nuova vita, si dà da fare ovunque lo chiamino, dà disponibilità e buona volontà, aiuta a smontare il tendone, a rimontarlo, fa da accompagnatore per il pubblico che cerca la sistemazione prima dello spettacolo, provvede all’alimentazione e cura degli animali, fa anche il clown quando qualcuno si ammala ed intanto il tempo passa, qualche volta riesce a scambiare una parola con il Direttore ma questi è sempre occupatissimo e sapendo bene dove l’interlocutore vuole arrivare, chiude in fretta ogni discorso affermando che lui le promesse le mantiene ed anzi a volte quando il saltimbanco non c’è dichiara solennemente davanti ad altri "artisti" che il suo cruccio è non aver ancora potuto dare una "chance" a quel poveretto. Il tempo passa e così gli anni, ma un bel giorno dopo tante insistenze il saltimbanco riesce a riproporre alla vista del Direttore, peraltro annoiato e preso da altri pensieri, il suo spettacolino. Eccolo quindi rifare capriole e piroette con tanto e tale slancio da uscire da un doppio salto mortale con i piedi non perfettamente allineati. Un’occasione che il Direttore prende al volo e storcendo il naso sentenzia " devi riprovare ancora il numero perché per noi la perfezione è tutto e dobbiamo essere sicuri della tua affidabilità; non ti preoccupare tra un po’ di tempo lo rivediamo assieme e sono sicuro che sarà perfetto!!!". Per il saltimbanco la mazzata è terribile ma pur tuttavia coscienzioso com’è prova e riprova in modo ossessivo il suo numero, fa esercizi per controllare il fiatone che purtroppo con il passare del tempo si è fatto sempre più marcato, inserisce quindi delle piccole pause e varianti per rendere l’esibizione più armoniosa e gradevole. Lo spettacolo del circo intanto va avanti ed il Direttore quando lo incontra alla domanda che immancabilmente gli viene posta risponde :" un’altra volta..… mi sono fatto un nodo al fazzoletto, stai tranquillo non mi sono dimenticato!!!" e dentro di se "vorrei ma non posso, chissà..vedremo!!". Passa il tempo ed il futuro del circo si fa incerto, la concorrenza ha deciso di entrare nella piazza, tutto si mette ora in discussione, il circo famoso per le sue tre piste, decide ora di dividerle e si scinde in tre circhi distinti. Sul primo i numeri più belli, quelli che fanno accorrere la gente e garantiscono il tutto esaurito, vi sono trapezisti, domatori di cavalli e di tigri, ballerine e non  ultimo un numero di illusionismo fenomenale. Anche il secondo circo ha buoni numeri di alta scuola con funamboli ed equilibristi di primordine. Infine il terzo circo che raccoglie ciò che rimane ma con personale un po’ vecchiotto, con numeri conosciuti che riscuotono sempre qualche sorriso e comunque garantiscono un’entrata anche perché il numero finale dei leoni è sempre di qualità. Inutile dire che in quest’ultimo circo si ritrova anche il nostro saltimbanco con amarezza e rimpianti ma cocciuto di non chiudere l’ultima pagina di un libro mai iniziato come è stata la sua attività d’artista. La sua cocciutaggine lo fa ancora perdere dietro fantasie di ovazioni , di applausi scroscianti in quell’arena dove ci sta solo poche ore al giorno e cioè quando supporta un collega intento a provare il suo numero o quando finito lo spettacolo si devono risistemare in fretta molte cose prima che i riflettori si spengano. Il lavoro manuale da farsi è enorme ed il personale di fatica è stato ridotto all’osso e per alzare o smontare il tendone ora si è in pochi, bisogna trovare il tempo per tutto perché i rami secchi si tagliano ed il circo potrebbe chiudere. La concorrenza va battuta con l’efficienza più assoluta e chi non se la sente è meglio che si metta da parte. "Altro che momenti di gloria!... altro che promesse!.. meglio non pensarci…" dice fra se e se il saltimbanco, comunque il lavoro non lo spaventa, e come ha sempre lavorato continua a lavorare imperterrito. Gli succede ancora di scambiare qualche parola con il Direttore sempre più stravolto e preoccupato ed a volte ne ha quasi pena per i grandi problemi che sembrano attanagliarlo. Ma un bel giorno, o forse è  meglio dire un brutto giorno, di prima mattina si presenta al Direttore la moglie del domatore di leoni portando la notizia che il marito è a letto con una brutta polmonite ed il medico ha ordinato il ricovero ospedaliero. Il Direttore è nell’angoscia più tremenda, il circo non può fermarsi e non è immaginabile uno spettacolo senza il numero dei leoni, il pubblico indignato potrebbe abbandonare lo spettacolo e sarebbe la fine. Pensa alle eventuali soluzioni ma nulla rischiara i suoi pensieri. Come si fa a trovare un domatore di leoni in breve tempo e per un periodo provvisorio?..mah!....solo un pazzo potrebbe o forse chissà!...magari?.
Un’idea pazzesca gli passa per la mente; chiede all’assistente di chiamare subito il saltimbanco e quando l’ha davanti inizia il suo discorso: "Come già saprai un grave fatto ha colpito il nostro circo, con tutti i problemi che abbiamo ora veniamo privati del numero dei leoni che come ben sai  è il più importante, quello che attira la folla….quello che ci fa vivere" e mentre il direttore parla il nostro saltimbanco pensa già al suo vestito di lustrini da spolverare, ascolta ma già pregusta il finale e cioè che il Direttore gli offrirà, finalmente, l’occasione di proporre il suo numero…e si.. stavolta ci siamo pensa tra se e se. Il Direttore continuava ad elencare i problemi causati da quell’imprevisto, "ne va diceva della nostra credibilità… la nostra è una grande famiglia che ha sempre fatto grandi numeri e la clientela ha ormai il palato fine e solo noi sappiamo quanta abnegazione ed  impegno ci sono voluti per poter mantenere numeri di classe; un domatore non si trova dall’oggi al domani però un  uomo di spettacolo che ormai è abituato a capire il pubblico, a vedere il numero fatto dal collega, sempre quei versi ogni sera con leoni che hanno talmente mangiato tanto che si deve schioccare la frusta per tenerli svegli……..bene quell’uomo potresti essere tu!?...che ne dici…..non parli? ah ho capito,…..pensi a cosa te ne viene in tasca? ma certo, hai ragione! dunque vediamo: ti diamo il cachet del domatore naturalmente più un gettone presenza per ogni spettacolo che farai e che ti permetterà di accumulare un’ ulteriore ricompensa monetaria e poi…si intende che sarai dispensato dalle tue solite mansioni e potrai dormire nella roulotte della direzione, avrai il tuo nome nella locandina che reclamizza lo spettacolo… e…e..poi basta che chiedi e ti sarà dato!."   Il saltimbanco è rimasto impietrito, le idee che gli girano per la mente sono confuse e comincia a balbettare "ma…come….io…..veramente….beh….pensavo….mi scusi….devo pensarci….le farò sapere!!"… e corre via.
La storia qui finisce ma per i più curiosi c’è da dire che il finale non è uno soltanto ma più di uno e cioè:
1-Accetta l’offerta, entra nella gabbia e si ritrova domatore acclamato.
2-Accetta l’offerta, entra nella gabbia ed i leoni se lo mangiano
3-Accetta l’offerta, entra nella gabbia i leoni sentono la sua paura e lo feriscono costringendolo ad una frettolosa uscita, il pubblico fischia ed il Direttore indignato per tanta imperizia lo licenzia.
4-Non accetta l’offerta e passa il resto dei suoi anni a provare un numero che mai avrà l’occasione di fare.
5-Non accetta suscitando l’ira del Direttore che si sente tradito ed alla prima occasione, dopo avergli fatto fare i lavori più duri, se ne sbarazza cedendolo ad un circo minore.
6-Non accetta l’offerta ma passa il resto degli anni a piangere l’occasione perduta ed a ripetersi "meglio un giorno da leoni che cento da pecora"
7-Eccetera… eccetera.
Ognuno scelga il finale che più gli aggrada.  


Alluvione Nov. 2010
Di quello che vado ora a scrivere c'è poco da ricordare, anzi sarebbe da dimenticare ma è giusto che rimanga memoria   perchè le circostanze sono state eccezzionali. I giorni 30 e 31 ottobre 2010, mentre si andavano preparando le festività dei santi e dei morti il tempo è andato via via peggiorando ma questo è successo spessissimo negli anni precedenti e nulla faceva presagire che stavamo andando incontro a delle inondazioni. La giornata di lunedì primo novembre è  stata una giornata completamente piovosa ma il problema era che in montagna le pioggie erano state molto più  abbondanti della media stagionale ed avevano provocato lo scioglimento della molta neve caduta nei giorni antecedenti. C'è da dire poi che  aveva soffiato lo scirocco e le temperature si erano mantenute calde causando un difficile deflusso al mare dei fiumi. Stà di fatto che la grande massa d'acqua presente a  monte dei fiumi scendeva a valle mettendo a dura prova gli argini. L'ondata di piena era attesa per le prime ore del martedì ed io, che dovevo andare a Padova per la spesa di mia madre, ho trovato il ponte 4 martiri aperto alle ore 9 ma da quanto  saputo  era stato chiuso nelle prime ore di quella mattinata. Lo scaricatore era comunque zeppo d'acqua che passava  veloce e limacciosa appena sotto il ponte. Già in passato s'erano viste passare piene consistenti e pensavo che anche  questa volta sarebbe finita così. Purtroppo tornato a casa  ho avuto conferma dei timori di quello che stava succedendo. Mia moglie aveva ricevuto quella mattina un sms da nostra figlia anche lei residente con la sua famiglia in Casalserugo, che la informava come  le avessero suonato il campanello di casa al mattino presto invitando tutti i residenti del condominio a portare fuori le auto dai garages perchè c'era pericolo che andassero sott'acqua. Sulle 10 sono quindi andato  in via Leopardi e per un pò, tra lo sbigottimento ed il non saper cosa fare da parte di tutti, ho cercato con mio genero di fare qualcosa. Mancava l'informazione, c'era nel quartiere anche Danieli che ci ha informati che s'era aperta una falla nell'argine che aveva  tenuto bene fino alle quattro del mattino per poi rompere. Nessuno era in grado di prevedere la massa d'acqua che ci veniva incontro. C'era chi si era premunito dei sacchetti di sabbia per chiudere le entrate di casa e chi telefonava alla Protezione Civile locale era invitato ad andare in Comune per farsi un buono con cui poter andare a ritirare i sacchetti di sabbia alla rotonda antistante il Cimitero, dove era stanziata la Protezione Civile. Con mio genero ci siamo messi a liberare o meglio ad alzare le  cose presenti nel box auto e nel retrostante sgabuzzino ma qui la situazione era difficile essendovi molte cose, vecchie e meno vecchie, scatole e scatoloni pieni di oggetti i più svariati come scarpe, coperte, vestiti giornali giocattoli ecc.ecc. Permaneva comunque in noi un certo scetticismo ed incredulità su ciò che andava succedendo quando ad un certo punto, intorno alle 11 qualcuno all'esterno disse "stà arrivando" ed era l'acqua che da via Cà Ferri , più bassa di via Leopardi, stava entrando nel quartiere. Ero pervaso da un senso di stupore ed impotenza nel vedere quella massa d'acqua muoversi lentamente ma inesorabilmente con un fronte che avanzando sollevava tutto ciò che trovava di leggero come ramaglie, pezzi di polistirolo, derivati del petrolio e tentacolare entrava ovunque riempiendo tutto ciò che di più basso trovava creando tutta una superficie uniforme nocciola e viscida che andava via via aumentando di consistenza. Abbiamo allora portato la macchina di mio genero all'inizio del mio quartiere e poi anche la macchina di mia figlia all'interno del mio cancello convinti, si vedrà poi a ragione, che lì sarebbe stata al sicuro. Intanto l'acqua ha   continuato ad avanzare coprendo tutto il piazzale ed entrando nel condominio dove risiede mia figlia. Era prevedibile visto che la base dello stabile è più bassa del piano stradale e quindi l'acqua ha trovato subito una grande  vasca da riempire. Prima di sera Michele, Veronica e Federico erano isolati in casa, l'acqua aveva raggiunto più di un metro d'altezza ed arrivava poco sotto il 1° ballatoio delle scale del condominio. Martedì notte sono rimasti nell'abitazione dove tra l'altro era stata tolta l'elettricità. Mia moglie ed io abbiamo preso subito la decisione che dovevano uscire da  quella situazione e venire a casa nostra "sfollati". Il mercoledì mattina ci siamo quindi subito attivati segnalando la  cosa alla Protezione Civile perchè fossero sgomberati visto che per andarli a prendere era necessaria la barca. Ho fatto una richiesta alle 8 del mattino, un sollecito alle 9, uno alle 10,30 ma nulla accadeva, purtroppo anche i tentativi di munirmi di stivali alti sono rimasti senza esito avendo ricevuto picche da due richieste fatte alla nostra ferramenta ed a quella di Bertipaglia ed avendo avuto telefonicamente, da quella di Cartura, la notizia che non ce n'erano più in giro e che forse  nella zona di Rovigo se ne potevano trovare. Persa ogni speranza di poter provvedere personalmente allo sgombero mi sono messo in attesa in via del Ferroviere fin dove i miei stivali mi hanno permesso di andare ( la via era infatti sommersa solo nella sua parte finale dove entrava in via Leopardi). Con viva meraviglia vidi alcuni ragazzini del posto sguazzare nell'acqua a  piedi nudi nonostante la presenza di famigliari. Sulle 11  mia moglie ha chiamato in Comune sollecitando lo sgombero della famiglia anche  perchè c'era un bambino piccolo che non stava bene e questo ha fatto si che la nostra sindaco potesse dare urgenza attivando i mezzi idonei. Per le 12,30 Michele Veronica e Federico sono stati prelevati da una barca dei Vigili del Fuoco e portati all'asciutto dove io li stavo aspettando. Sono quindi venuti da noi che li abbiamo sistemati nel miglior  modo  possibile. E' passato quindi giovedì e per venerdì l'acqua si era in parte ritirata anche con l'aiuto di qualche pompa di privati come la mia che se pur piccola ha aiutato a portare nei tombini esterni parte dell'acqua stagnante. Abbiamo potuto entrare nel garage e cominciare a pulirlo. Tutto ciò che è stato toccato dall'acqua è stato eliminato quindi sono state perse coperte, scarpe ed  indumenti vari oltre ai tre mobiletti presenti nello sgabuzzino.  Venerdì pomeriggio mia moglie ed io abbiamo potuto raggiungere Bovolenta via Legnaro (la provinciale tre era chiusa) e  presenziare al funerale della mamma della nostra cognata mentre i genitori di Michele hanno passato il pomeriggio  dando una mano per le ulteriori pulizie e disinfezioni. Sabato poi altra giornata di riassestamento e per la serata Michele,  Veronica e Federico sono rientrati a casa dove era pure presente Cristian e Sabrina con i quali si sono fatti una pizzata. Io e mia moglie abbiamo preferito rimanere a casa ed andare a letto, io in particolare avevo accumulato stanchezza e stress  per cui andato a letto alle 8 ho dormito fino alle 8 del giorno dopo domenica. Purtroppo l'alluvione ha portato danni grossi a tutta la parte est del paese, quella cioè più a ridosso del fiume, anche il Comune si è allagato, grossi danni anche ai miei  parenti Nequinio che hanno buona parte della casa a pian terreno. L'acqua se n'è andata ma ha lasciato nelle murature  basse delle case un odore sgradevole, un misto di gasolio ed altri prodotti che disturbano non poco l'olfatto se ci si trova all'interno delle abitazioni. Ma il peso più grande lo stà sopportando ancora oggi Bovolenta e la sua zona artigianale è a tuttoggi, 8 novembre,  ancora  sott' acqua e mia cugina che vi abita  ne ha più di un metro in casa oltre ai danni enormi all'attività. I telegiornali locali ed in modo particolare Rete Veneta hanno fatto servizi continuati che ci hanno permesso di essere aggiornati sulla situazione. Bertolaso ha detto che i danni sono più leggeri di quanto si era immaginato, è bene che vada in pensione. Il governo ha mandato Gasparri ed anche lui cerca di sminuire e smorzare la rabbia dei veneti che andranno a  Roma con i sindaci loro rappresentanti a battere cassa. Oltre alla nostra zona, nel Padovano danni hanno avuto a nord  Veggiano ed a sud Saletto; gravi danni ha subito Vicenza ed il vicentino ( in particolare Caldogno) ed il veronese. Fortunatamente il trevigiano è stato salvato e la piena del Tesina è passata senza fare eccessivi danni. Dei fiumi esondati la parte del leone l'ha fatta il Bacchiglione poi il Tergola ed il Tesina, fortunatamente il Brenta ci ha risparmiati. Bisogna infine dire che tutta la popolazione si è attivata e nei giorni successivi montagne di suppellettili erano all'esterno delle abitazioni per essere  sgomberate dalle squadre rifiuti. Sono state fatte collette alimentari e vestiarie che hanno aiutato molti. Un'esperienza diretta di come tutti abbiano sentito la cosa la abbiamo vista in occasione dell'acquisto fatto da mia moglie nella farmacia  di Maserà di alcune mascherine per poter respirare senza problemi nel fare le pulizie. Saputo il motivo dell'acquisto non sono state fatte pagare. Dalla nostra Sindaco Elisa all'ultimo cittadino in grado di rendersi utile, tutti si sono mobilitati e l'unione con la condivisione sono state una grande forza.  

Bella Italia
Una poesia di Vincenzo Monti inizia così: ” Bella Italia, amate sponde, pur vi torno a riveder! Trema in petto e si confonde l’alma oppressa dal piacer”. Chissà quanti, ed io con loro, hanno fatto propria questa strofetta ripetendosela nella mente in occasione di un rientro a casa dopo un viaggio, una gita, un lavoro all’estero. Il ritrovare i posti cari a cui si è intrinsecamente legati crea sempre un piacere particolare ed un’emozione. Questa strofetta sa ben compendiare i sentimenti e recitandola (anche cantilenando e dimenticandosi dell’autore) sembra dare sfogo e liberare la gioia del rientro. Certo noi italiani abbiamo avuto un dono particolare per essere stati destinati a questa terra ma se ora è piena di bellezze e tesori lo si deve alle generazioni che ci hanno preceduto e che hanno lavorato sodo per renderla quella che è. Mi capita a volte, girovagando per le campagne, di trovare dei vecchi casolari abbandonati che come spettri dominano le piccole proprietà dove è passata tanta vita. Sono tutti simili tra loro perché strutturati ed adibiti a supportare le stesse necessità di vita.  Il grande camino dove la sommità va sbriciolandosi nel tempo lasciando vedere il nero fumo della fuliggine impregnata nelle pietre interne della canna, i pochi balconi serrati, scrostati e stinti ed una   porta d’ingresso dissestata e forzata da qualche mano ignota. Poco discosto dalla porta un grosso chiodo infisso nel muro dove era certo fissata la catena che teneva legato il primo cane di casa. Era un cane dalla struttura e taglia grossa, spesso un meticcio. Sempre nei pressi dell’entrata una lama in ferro lunga una ventina di centimetri, arrugginita ma ancora saldamente infissa nel pavimento, utilizzata al rientro dai campi e dai terreni molli per sfangare le scarpe.  Nel prosieguo dell’edificio due o tre massicci archi da dove si accedeva ad una stalla più o meno grande e sopra la quale la tesa per l’accatastamento del fieno e della paglia. Davanti la struttura l’ampia aia di mattoni spazzata a non finire dall’allora padrona di casa e delimitata da una corona formata da altri mattoni posti a coltello. Qui si concentravano le attività più significative ed importanti, dove i momenti di festa ed aggregazione venivano maggiormente celebrati; quanta umanità è qui passata!. Poco più in la, tra le erbacce, la vera del pozzo scavato  dal padrone di casa su segnalazione di un amico rabdomante che dopo aver ascoltato le sensazioni trasmessegli da un semplice strumento quale era una   bacchetta a forma di  ipsilon aveva detto “qui” togliendo la tensione a tutti perché l’acqua era il dono più grande per quella famiglia. Momento storico celebrato con un buon bicchiere di vino offerto da chi andava ad iniziare una vita di fatiche e sacrifici ma che poteva ora contare su una fonte d’acqua sicura. Sul retro del casolare rivolto a nord si intravedono i contorni del letamaio e poco più in la, distaccato non molto dalla casa, un parallelepipedo sbrecciato e cadente servito per le funzioni corporali. Rimane traccia di una pergola ma i tralci allungati e pendenti sono  coperti dalle erbacce, chissà se danno più di quell’uva che prima  ancora della sua completa maturazione veniva piluccata dai ragazzi di casa. Quanti di questi casolari vanno via via eliminandosi mentre per chi ha saputo e potuto resistere una nuova abitazione è sorta a fianco della vecchia struttura che rimane a ricordo di un tempo passato dove latte e polenta (per chi gli aveva) sfamavano e facevano crescere la gente, dove la nostra civiltà contadina si è esaltata, dove genitori con famiglie di dieci e più figli  si sono letteralmente “ rotti la schiena” per far fruttare quei pochi ettari di terreno e sfamare quei ragazzi che dall’esempio dei genitori hanno ricevuto un monito sulle difficoltà della vita ed hanno a loro volta creato col sacrificio le loro realtà famigliari passando il testimone di quella che è la staffetta per la vita. Sempre tornando alla poesia del Monti una successiva strofetta, poco più avanti nel carme, recita così: “Il giardino di natura, no, pei barbari non è”. Per chi ha un giardino, e noi italiani lo abbiamo, ogni possibile cura vi deve essere destinata e va difeso sia per noi ma in special modo per le generazioni future.

Garibaldi e i garibaldini
Se l’Italia è unita il merito è di un solo uomo la cui figura si staglia netta e distinta al di sopra di quelli che sono stati i personaggi del nostro Risorgimento, i vari Cavour, Mazzini, Vittorio Emanuele II° ecc,ecc. Il suo nome è Giuseppe Garibaldi. La sua presenza è stata fondamentale, in momenti storici di dubbi ed indecisioni, lui ha saputo con il suo agire evitare i limiti della politica per un ideale alto in cui credere gettando tutto se stesso nell’impresa. Questa sua dedizione all’ideale era capita e condivisa da chi gli stava vicino e spiriti liberi ed idealisti si onoravano di stargli accanto. Le sue mosse, i suoi spostamenti specie dopo la seconda guerra d’indipendenza erano “spiati” e quando la spedizione per la liberazione del Sud Italia fu pronta a partire, più di mille furono coloro che mollarono ogni cosa per  l’eroe in grado di concretizzare i loro ideali e sogni. Eppure non era passato molto tempo dal tentativo di Pisacane e quindi dubbi ed interrogativi erano molti ma la figura di Garibaldi li oscurava e metteva in secondo piano. Dopo memorabili azioni compiute nell’America del Sud  era tornato in Italia sentendo che si stavano creando le condizioni per una guerra di liberazione. Era stato accolto si con la fama delle battaglie combattute ma anche con un po’ di diffidenza per cui gli era stato affidato il comando dei tanti volontari che provenivano dai vari territori della Lombardia, della Liguria, dell’Emilia, della Toscana, del Veneto, del Friuli e del Trentino . Inquadrati nei Cacciatori delle Alpi dove il nerbo era costituito dai Bergamaschi, dai Bresciani e dai carabinieri Genovesi aveva nel ’59 tenuto impegnati ed in scacco grossi distaccamenti austriaci che conoscendone la fama ambivano alla sua cattura e sconfitta. Garibaldi aveva saputo muovere le sue forze senza dare riferimenti precisi al nemico, eludendone la maggiore potenza ma tenendolo impegnato con azioni di guerriglia. Per i suoi uomini era l’eroe ed il condottiero da seguire senza se e senza ma. Ecco che allora, terminata la seconda guerra d’indipendenza, tutti quelli che erano stati ai suoi ordini ne continuavano a seguire gli spostamenti con la speranza dell’impresa per la liberazione del Sud Italia. Alla fine di bocca in bocca era giunto il segnale: ”si parte!” e nei pressi di Quarto nella notte tra il 5 ed il 6 giugno 1860 erano molti coloro che si apprestavano alla partenza anche se non tutti potranno imbarcarsi e dovranno attendere le successive spedizioni di Medici ed altri. Degli imbarcati il più vecchio  sarà un genovese di settant’anni il più giovane un ragazzo di Chioggia di 11 anni che aveva seguito il padre. Il genitore  interrogato sul perché lo portasse con se esponendolo a rischi aveva dichiarato di non aver nessuno a cui affidarlo e che con lui sarebbe stato più al sicuro. Mille centosessantadue che dopo aver ritirato il fucile che li accompagnerà nell’impresa e che per quei tempi era datato (si devono accontentare dei fucili inviati da Cavour e non quelli ordinati con la sottoscrizione di un prestito pubblico che prevedeva la fornitura di armi più efficienti), sulle ali di un entusiasmo interiormente contenuto salgono sui battelli con i quali i pescatori del luogo fanno la spola per condurli a bordo del Piemonte e del Lombardo. Si salpa nella speranza che la buona stella di Garibaldi li conduca nell’impresa. E’ il 6 giugno 1860 e i due piroscafi prendono il mare. Sono molti a bordo acquartierati un po’ dovunque, Bixio è al timone del Lombardo dove sono stipati 800 uomini mentre Garibaldi è sul Piemonte col rimanente della spedizione. Il tempo è buono ed i ponti dei due piroscafi sono gremiti di uomini che si godono il bel sole di giugno. Nella tappa di Talamone si staccano i dissidenti mazziniani ed il numero dei Mille scende a 1.089; la spedizione acquisisce munizioni, viveri, un pezzo d’artiglieria e del carbon fossile per le caldaie dei piroscafi. Garibaldi ne approfitta per stabilire l’organizzazione militare del suo esercito. I Mille sono divisi in 8 compagnie comandate da Bixio, Dezza, Stocco, La Masa, Anfossi, Carini, Benedetto Cairoli ed Edoardo Bassini. Vengono poi attribuiti tutti gli incarichi per lo Stato Maggiore che Garibaldi distribuisce tenendo conto del comportamento e delle attitudini di ognuno di quegli uomini in precedenti fatti d’arme. Per coloro che non hanno un incarico preciso, ma che sa buoni combattenti, li destina ad infoltire il numero delle Guide. La navigazione il giorno 9 riprende per giungere l’11 in vista di Marsala. In zona è presente una squadra navale napoletana per cui all’ultimo momento viene deciso lo sbarco in quel porto. Nell’entrarvi c’è un momento di panico causato da due vascelli alla fonda “amici o nemici?”, si puntano i cannocchiali e viene tirato un sospiro di sollievo, le navi sono inglesi e la loro presenza agevola lo sbarco impedendo alle navi napoletane  in arrivo di aprire il fuoco. Il Piemonte ormeggia regolarmente mentre il Lombardo si arena . Si inizia lo sbarco e dal Lombardo gli uomini sono condotti a terra per mezzo di due battelli. Qualche cannonata viene sparata verso i punti di sbarco ed un proiettile con miccia viene reso innocuo da un garibaldino che la strappa velocemente prima che esploda. Con calma i Mille prendono terra filtrando nell’abitato dove ricercano posti e sistemazioni per la notte che sarà li passata. E’ l’alba del 12 giugno quando in fila indiana ,compagnia dopo compagnia con le guide in testa e le artiglierie costituite da 4 cannoni posti su cariaggi decrepiti in coda, i Mille prendono la via di Salemi. A questo punto i pensieri di tutti, ma in particolar modo di Garibaldi, sono un po’ di sconforto perché a detta dei siciliani che facevano parte della spedizione, (i vari Crispi, Rosolino Pilo, La Masa  ecc. )  la popolazione si sarebbe subito rivoltata ma da quei primi momenti non sembra proprio. I garibaldini d'altro canto non davano quell'immagine militarista che i siciliani erano abituati a riscontrare nei soldati borbonici,  le divise erano le più disparate e  solo 150 portavano la camicia rossa. I nuovi venuti sono quindi osservati con curiosità  ed un po’ di diffidenza.  Un cruccio di Garibaldi era che alla rivoluzione che lui portava molto popolo e i contadini in particolare non vi avevano aderito colpa anche della difficile e mancata informazione alle masse contadine che venivano tenute nell’ignoranza. A Salemi passano tre giorni tra indecisioni e preparativi vari, qualche signorotto del posto si dichiara  favorevole a mettere i suoi “picciotti” a disposizione delle camice rosse ma i soldati napoletani presenti nelle vicinanze agli ordini del generale Landi sono 3.000 circa e sono attestati a Calatafimi. Il generale borbonico non ha informazioni precise su chi gli sta davanti e manda in avanscoperta verso l’abitato di Vita le sue truppe in tre colonne  una delle quali comandata dal maggiore Sforza. Costui, convinto di poter influenzare il nemico,  fa manovrare le  truppe come fossero ad una parata, movimenti molto belli che sono visti dai garibaldini con ammirazione e qualcuno applaude ma non li fa desistere dal desiderio dello scontro.  Anche Garibaldi da sopra un poggio osserva col cannocchiale quelle manovre ed ha parole di apprezzamento ma nell’osservarli culla la speranza di vederli gettare le armi e correre verso i fratelli italiani. Così non è e quando il loro ufficiale fa suonare degli squilli di tromba anche lui invita il suo trombetta a fare altrettanto. Sembra che il repertorio del trombettiere non fosse vasto ma invitato a suonare intona un motivo usato in Sud America e sono squilli di una sveglia ed adunata suonati con tale impeto e trasporto che le truppe napoletane rimangono un po’ disorientate capendo che non hanno davanti degli sbandati ma degli uomini pronti a battersi. Quegli squilli instillano ulteriormente nelle camicie rosse la spinta all’azione per la quale erano giunti ed avanzano di buon passo per accorciare le distanze dai borbonici  che da posizioni elevate li investono con una gragnuola di colpi. I fianchi del monte vengono risaliti e di terrazzamento in terrazzamento si portano a ridosso delle truppe napoletane. Non hanno acredine nei confronti di quei nemici ma la vittoria deve essere loro costi quel che costi. Il fuoco di fucileria che i garibaldini possono contrapporre ai napoletani è soprattutto quello dei Carabinieri Genovesi che in numero di 59 con Mosto e Canzio a guidarli hanno in dotazione delle buone carabine di loro proprietà che utilizzano ottimamente essendo esperti nel tiro a segno . Daranno un grosso contributo di sangue cadendo a Calatafimi in 5 e rimanendo feriti in numero di 10. Per il resto il grosso delle camice rosse si affida all’assalto alla baionetta e per questo continuano a filtrare su quelle pendici fino a giungere alla distanza idonea ad un attacco all’arma bianca e quando viene sferrato, sotto l’impeto delle baionette, il nemico indietreggia per poi sganciarsi dal combattimento rifugiandosi in Calatafimi. Molti gli episodi eroici in quei momenti disperati di lotta. Il vessillo viene difeso con accanimento ed un garibaldino di Camogli (certo Simone Schiaffino)  viene ucciso mentre cerca di difenderlo, anche il figlio di Garibaldi Menotti viene ferito in quel frangente. Tra le camicie rosse c’è anche un ecclesiastico ed è fra Pantaleo che diverrà il cappellano militare dei garibaldini e si batte munito di un fucile/trombone che carica anche con pietre sparando con gran frastuono ed in  una nuvola di polvere. Quando termina il combattimento si contano morti e feriti da entrambe le parti e sono soccorsi dai garibaldini che tengono il campo. Una vittoria incredibile nel corso della quale Garibaldi non ha minimamente cercato di salvare se stesso anzi a Bixio che lo invitava a ripararsi ed eventualmente ritirarsi le parole dette passeranno alla Storia e saranno quelle “Qui si fa l’Italia o si muore”. Magari nella realtà potranno essere state altre forse “dove vuoi che andiamo?”o “piuttosto che ritirarci è meglio morire!” in ogni caso conoscendo la tempra di chi le aveva dette non potevano che essere d’orgoglio e di stimolo. La vittoria di Calatafimi ebbe un’importanza enorme perché fece capire ai siciliani che i nuovi venuti potevano cambiare la situazione sull’isola che era stata fino a quel momento  oppressa e sfruttata. Quei Mille che dopo lo scontro tra caduti e feriti avevano perso un quinto degli effettivi sono stati i veri eroi di quella campagna militare ed avrebbero meritato di essere riconosciuti almeno “Cavalieri di Calatafimi” ma abbiamo poi visto con i “Cavalieri di Vittorio Veneto” come macchinosa, sofferta e postuma sia l’assegnazione di un tale titolo. Da quella vittoria strabiliante presero l’avvio una serie di iniziative che portarono la spedizione dei Mille ad un organico sempre più consistente oltre ai tanti popolani e picciotti che sulle ali della vittoria e dell’entusiasmo infoltirono i ranghi. Cavour che poco credeva nella spedizione era stato costretto a ricredersi velocemente  per  rendere il Piemonte più partecipe della cosa temendo che Garibaldi instaurasse una sua dittatura. Cosa che sarà fatta  ma solo per mantenere il controllo del territorio. Come già detto il rammarico di Garibaldi era che non avevano aderito i contadini bensì professionisti, artigiani, studenti e piccoli e medio borghesi. La spedizione era un po’ vista e seguita dai circoli intellettuali mentre le masse ritenevano queste cose non di competenza essendo la vita già difficile così com’era. Degli oltre centocinquanta volontari veneti uno era di Bovolenta alta, certo Boaretto Lorenzo o Loredano ed una decina d'altri di  Padova. Tra questi un mio parente molto alla lontana. Mia madre nel raccontarmi di lui riportava quanto riferitole dalla nonna materna e cioè: “ el jera mato, el xe scampà da casa par ‘ndare via co Garibaldi!!!”. E questo era il pensiero di chi impegnato nella famiglia e nel duro lavoro quotidiano vedeva le guerre ed i movimenti che le generavano.
 


Inno al Padova Calcio
PADOVA (BUM BUM BUM) tamburi bonghi o bidoni
PADOVA (BUM BUM BUM) racoete, vuvuzela
PADOVA (BUM BUM BUM) mani a battere
PADOVA GRANDE, PADOVA BELLA
DEI NOSTRI CUORI TU SEI LA STELLA,
VOGLIAN VEDERE GARRIRE AL VENTO
I TUOI COLORI CHE IN CUORE ABBIAM
FORZA PADOVA NON ASPETTAR
FORZA PADOVA FACCI SOGNAR

Seguono quattro strofe e relativi ritornelli

Lo Sprone
Da che mondo e mondo lo sprone è sempre stato un particolare modo di apprezzare ed incentivare qualcosa fatto o da farsi da altri. Nei tempi passati erano molte le occasioni da parte soprattutto delle generazioni precedenti di spronare ed incentivare a parole figli e nipoti cercando di far emergere l’orgoglio, la perseveranza e tutto ciò che di costruttivo e creativo era nelle possibilità dell’ascoltatore. Al giorno d’oggi l’incitamento è andato via via scomparendo, i ragazzi sono spesso chiusi nella loro realtà multimediale, hanno nel telefonino il loro alter ego e di sproni ed incitamenti sembrano proprio poter farne a meno. Rimangono comunque sproni poetici di eterna durata perché essenziali alla vita vissuta nel modo più gioioso e completo possibile. Il primo ce l’ha lasciato il grande " Lorenzo il Magnifico” signore e mecenate di Firenze attento all’arte della poesia con i suoi versi “quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia! chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza.” la gioia e l’allegria devono far si che si colgano per la mancata certezza del domani. Anche un altro importante poeta ci ha lasciato dei versi immortali e duraturi ed è stato Giacomo Leopardi che pur vivendo un’esistenza di disagio fisico ed interiore nel suo Sabato del Villaggio aveva saputo esortare con i versi “Godi,  fanciullo mio; stato soave, stagion lieta è cotesta. Altro dirti non vo’; ma la tua festa ch’anco tardi a venir non ti sia grave”. La gioventù è come la vigilia di una festa e più si prolunga più mantiene intatte le aspettative e le speranze per un futuro di successi per cui non si deve affrettare il tempo ma godere dello stato di grazia che si sta vivendo.

Padova, curiosità storiche
*Nello studio scolastico della Magna Grecia e delle sue Polis certamente si è rimasti tutti colpiti dalla città di Sparta, dal modo sobrio, austero  e rigido di vita dei suoi cittadini tanto che si dice spesso” in modo spartano” per indicare un modo duro ed essenziale. L’ordinamento dello stato spartano era attribuito a Licurgo che alla domanda dei suoi concittadini perché non volesse cingere la città di mura aveva risposto che un muro di petti eroici valeva di più di un muro di mattoni. Gli Spartani fin da bambini erano tolti alle loro famiglie per seguire un’educazione militare con il culto dell’onore che sarà esaltato dal sacrificio alle Termopili dei trecento spartani guidati da Leonida. All’intimazione alla resa fatta dai Persiani che numericamente  molto superiori avevano dichiarato che le loro frecce avrebbero oscurato il sole il condottiero di Sparta aveva  orgogliosamente risposto :”Bene combatteremo all’ombra!”. La battaglia delle Termopili era avvenuta nel 480 a.c. ma sempre dalla stirpe reale degli Agiadi e cioè da Cleomene II° era nato Cleonimo figlio di re anche se escluso dalla successione al trono. Come tramandato da Tito Livio nell’anno 302 a.c. aveva armato una flottiglia di navi con le quali si era dato alla pirateria in special modo nel  medio ed alto  Adriatico. Giunto alle foci del Brenta, allora chiamato Medoacus maior, ne aveva con alcune navi più leggere risalito il corso finché i fondali  lo avevano permesso ed era giunto grossomodo all’altezza di Codevigo. Nei villaggi di pescatori della zona erano apparsi subito chiari gli intendimenti razziatori di quei forestieri per cui erano stati inviati messaggeri a Padova per chiedere aiuto. Dalla città erano partiti numerosi  armati che giunti sul posto si erano scontrati ed avevano avuto la meglio sugli invasori costretti alla ritirata. La gioventù patavina aveva quindi distrutto i vascelli nemici  asportandone i rostri delle prue  che portati come trofei di guerra a Padova furono sistemati nel  Prato della Valle dove nel luogo  dell’attuale chiesa di Santa Giustina era presente un tempio dedicato alla Dea  Giunone .    I trofei rimasero esposti per parecchi anni ed una volta all’anno si svolgeva tra il Ponte Altinate ed il Ponte di San Lorenzo (dove si apriva un ampio bacino) un “certamen navale” con idonee imbarcazioni  per ricordare l’evento.

*C’è un antico  e famoso detto che dice:”E’ passato il tempo che Bertha filava” per dire che un’occasione è ormai passata. La storia risale al soggiorno di Enrico IV(Imperatore di Germania) e della moglie Bertha di Savoia in Padova (anno 1090). Una contadinella sapendo della passione di Bertha per la tessitura ed il ricamo era venuta da Montegrotto (S. Pietro Montagnon) a Padova per portare all’Imperatrice in dono le matasse di filo da lei filate. Era stato talmente grande l’apprezzamento dell’imperatrice per questo gesto gentile che lo aveva voluto premiare con la concessione in feudo alla filatrice del territorio di Montagnone. Diffusasi la notizia altre ragazze vollero ripetere il gesto portando alla porta del Vescovado,  dove risiedeva l’Imperatrice, i loro filati ma invano perché “era finito il tempo che Bertha filava”.


*Il punto più alto sul livello del mare in Padova è lo spazio antistante la chiesa di S. Andrea dove è posta la colonna con la statua della “Gata”. La sua storia risale al 1216 ai tempi della guerra dei padovani per il controllo di Este, in quell’occasione le milizie padovane del quartiere Santa Lucia avevano preso la rocca di Este e come trofeo il Leone nimbato che la decorava. Era stato quindi posto al centro del rione ma dopo la pace fu restituito agli Estensi. Per ricordarlo era stata fatta fare una copia che però più che un Leone assomigliava ad un micione e dal popolo chiamata la Gata di S. Andrea.


*Francesco Petrarca ospite del signore di Padova scriveva (intorno al 1370) in una lettera diretta a Francesco da Carrara così: “ Città nobilissima è la tua patria sia per splendore di antiche famiglie, sia per fertilità del territorio, sia per antichità d’origine di molti secoli anteriore a Roma. Aggiungi l’Università degli Studi, il decoro del Clero e delle funzioni religiose, la celebrità dei Santuari, il vanto del vescovo Prosdocimo, di Antonio, della vergine Giustina e per essere stata celebrata dai carmi di Virgilio.”

*La città di Padova appoggiava le sue mura sulle rive interne dei rami del Bacchiglione di S. Agostino e delle Torricelle. Si aprivano su di esse le porte di accesso di cui quattro erano le principali: Porta dei Molini (Porta Molino) Porta S. Giovanni alle navi, la porta delle Torricelle e Porta di Ponte Altinate. A queste porte principali se ne aggiungevano altre che erano quelle di San Leonardo, di San Pietro, di San Tommaso o di Sant’Agostino, del Castello, di San Luca o di Santa Maria in Vanzo, Porta dei Conti di Padova, di Santa Giuliana, di San Egidio, di San Stefano, del Falaroto, di Braido, di San Matteo, dei Contarini e di San Fermo. Agli inizi del XIII secolo Padova era dominata da circa 130 torri tra le comunali e quelle delle famiglie signorili ed i pittori di quei tempi (come Giusto de Menabuoi nella Cappella del Beato Luca Belludi presente nella Basilica del Santo) ci tramandano immagini della bella città turrita. Lo stendardo in quei tempi recava un biscione verde con testa umana ed in alto una croce rossa in campo oro. Nel 1256 dopo la cacciata di Ezzelino sarà sostituito da una grande croce rossa in campo bianco che era lo stendardo dei rosso crociati capeggiati da fra  Clarello, padovano e frate del convento del Santo, che espugnarono Porta Altinate liberando la città dal tiranno.



*Nel 1300 la città entro le mura contava circa 40.000 abitanti e la vita cittadina trascorreva nell’operosità, scandita dal tocco delle campane che annunciavano l’inizio e la fine della giornata (la campana dell’Ave Maria) la pausa meridiana e le feste religiose. Ma c’erano anche delle feste laiche e la più bella e suggestiva era quella detta del “Castello dell’amore”. Il Castello di legno veniva montato nel centro del Prato della Valle, decorato con stoffe finissime, ed accoglieva al suo interno le ragazze più belle e nobili che indossavano leggere ed eleganti armature e finte lance per respingere i giovanotti che lo assalivano. Una volta espugnato il Castello gli assalitori si accompagnavano alla fanciulla prescelta.



*La città di Padova ha subito parecchi assedi il più pesante dei quali è stato quello del 1509 ad opera della Lega di Cambrai indetta dal Papa in funzione anti-veneziana. Con la sconfitta di Agnadello Venezia aveva perso quasi tutto il suo territorio di terraferma. Per evitare distruzioni alle città venete le aveva lasciate libere di aprire le porte senza porre resistenze al nemico ma quando gli invasori si apprestarono ad avvicinarsi alla laguna decise di contrastarne l’avanzata creando una resistenza nella città di Padova. Nel mese di luglio Padova viene velocemente riconquistata dai veneziani che vi organizzano la difesa. Le mura che circondano a quel tempo Padova sono  le mura Carraresi che  per l’occorrenza vengono notevolmente rinforzate con accorgimenti difensivi  anche in previsione che si creino delle brecce per opera delle artiglierie che in quegli anni stanno sempre più prendendo piede e quelle di Massimiliano I° sono molto temute e famose. Tra le forze della Lega la parte del leone viene fatta dai tedeschi che prima di iniziare l’assedio attendono le artiglierie che stanno giungendo dal nord, ci sono poi truppe francesi comandate dal celebre condottiero La Palisse, spagnole  e truppe mercenarie svizzere. Quando le artiglierie si schierano risultano contare su 106 pezzi d’artiglieria e 6 gigantesche bombarde che martellano mura e dintorni  in continuazione.  Il massimo sforzo degli assedianti viene fatto contro la cinta muraria posta al nord di Padova ed il bastione della gatta passerà alla storia come la sua canzone che i difensori cantano ridicolizzando i nemici ed agitando verso di loro da sopra le mura un lungo bastone dove è annodata una corda che come  lenza tiene appesa la carcassa di un povero gatto.  Dopo 9 giorni di bombardamento il 26 settembre 1509 è aperta una breccia nel bastione della gatta ed i tedeschi vanno all’assalto convinti di prendere la città. Una grande mina disposta da Citolo da Perugia, addetto alle polveri in  quel settore, provoca una tale strage tra gli assalitori da farli desistere e ritirare. Massimiliano I° ritiene più salutare non insistere togliendo l’assedio.


*Un fatto curioso era avvenuto qualche anno dopo e cioè nel 1513 quando le truppe spagnole di Don Raimondo y Cardona avevano cercato di rinnovare l’assedio alla città di Padova ed un loro cavaliere s’era presentato sotto le mura nei pressi di Porta Santa Croce provocando i difensori e lanciando un guanto di sfida a chi aveva il coraggio di scontrarsi con lui in duello. La sfida fu accolta (come narrato da Marin Sanudo nella sua Cronaca) da Colliva Damiano addetto allo squero dell’Alicorno. Il robusto maestro d’Ascia padovano affrontò il provocatore nello spiazzo antistante la porta antica e, dopo brevi schermaglie diede all’avversario una tale lezione di forza che i commilitoni dovettero affrettarsi a portargli soccorso. Registra infatti la Cronaca che alcuni fendenti calati sulla testa provocarono due grandi ferite che furono la causa che si dichiarasse vinto con vittoria e trionfo del detto Damiano. Nel vicino Borgo Coeghe, contrada da sempre famosa per la bellezza delle sue ragazze, i compagni festeggiarono il vincitore.


*Tra le cantilene campanilistiche che venivano con leggerezza canticchiate tra ragazzi c’era quella che diceva:  Veneziani gran Signori, Padovani gran dottori, Vicentini magna gatti, Veronesi tutti matti. C’era anche una seconda versione più dissacrante nei confronti dei Veneziani comunque quel gran dottori dei padovani creava un po’ d’orgoglio campanilistico. Tutto il merito era ed è dell’Università di Padova seconda per nascita a quella di Bologna ma  famosissima in Italia ed all’estero da dove provenivano molti dei suoi studenti tanto che venivano distinti per nazioni di provenienza in “citramontani, ultramontani,(nativi della Germania) e ultramarini. A Padova oltre che insegnarvi, Galileo Galilei ha inventato il cannocchiale molto apprezzato a Venezia perché permetteva  di scorgere il nemico a grande distanza. Girolamo Fabrici d’Acquapendente docente di anatomia vi costruì il teatro anatomico, realizzando un’ aula di anatomia a palchi  concentrici e moltissime altre furono le eccellenze dell’Ateneo e per l’insieme dello sviluppo culturale Padova fu detta “Alma mater studiorum “ed ai padovani spettò la fama di “gran dottori”.



*1678- Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, prima donna al mondo si laurea in filosofia all’Università di Padova.



*Il 18 ottobre 1863 viene immessa l’acqua nel nuovo taglio dal Bassanello al canale Roncaiette come riportato dal Gloria nella sua Cronaca di Padova.


Precario (Canzone)
Passa il tempo, passano gli anni, passa la vita per me,
sono un precario poco salario poche certezze in me.
Tu mi osservi conti i miei passi ma mi tormenti perché
………segue


Sant'Antonio di Padova
Noi Padovani abbiamo un grande santo in casa ma non ce ne rendiamo conto.Ho avuto modo di riscontrarlo in più occasioni come quella volta che andai a Firenze per una gita giornaliera in compagnia della mia futura moglie, di sua madre e mia madre. Per le varie visite  abbiamo un po' girato la città capitando in Piazza Santa Croce per visitare quell'importante chiesa dove sono presenti le spoglie di grandi personaggi italiani. Ho posteggiato la mia  auto A112 nella piazza antistante la chiesa e siamo entrati nel tempio dove sia per me che per la mia fidanzata aleggiavano i versi di quella magnifica poesia del Foscolo imparata da entrambi a  scuola che sono "I Sepolcri" e ne riscontravamo i passi con la realtà e bellezza dei monumenti. Dopo la visita molto edificante bella ed istruttiva, siamo usciti per raggiungere la macchina e ripartire verso altri luoghi di Firenze da vedere e visitare. Con mia somma sorpresa guardando verso il luogo dove avevo lasciato la mia vettura vidi che sotto un tergicristallo c'era qualcosa di inserito. "Maledizione !" mi dissi "una multa!" ed affrettai il passo per accertarmi della cosa ma  avvicinatomi tirai un sospiro di sollievo vedendo che si trattava di una bella immagine di  S. Antonio da Padova che qualche suo fedele fiorentino deve aver ritenuto opportuno,  vista la nostra targa di Padova, farci cosa gradita infilandola sotto un tergicristallo. In effetti io sono rimasto un po' disorientato ed avrei avuto piacere scambiare due parole  con l'autore del gesto che però rimase sconosciuto.Sant' Antonio è un Santo molto amato e discretamente ha fatto sempre una sua qual presenza   nella mia  vita ed in quella dei miei famigliari. Quando, una volta sposato, ho deciso con mia moglie e le mie figlie di fare una breve vacanza in Umbria in occasione di una  Pasqua, mi sono  preso l'elenco telefonico di quella regione ed ho fatto una serie di telefonate senza trovare posto finchè, chiamato un numero di Poggiodomo, mi ha risposto la titolare di una  pensione che mi ha dato subito la disponibilita ad accogliermi. Io avevo tirato un sospiro  di sollievo anche perchè eravamo ormai al giovedì della settimana Santa. Non avevo però un'idea precisa di dove sarei finito ma ormai tutta la mia famiglia era entusiasta per  quella  vacanza tanto attesa e che ci avrebbe permesso di conoscere molte cose dell'Umbria. Poggiodomo è un paesino in mezzo ai monti e la strada allora sterrata che ce lo fece raggiungere  ci creò un pò di apprensione ma poi si arrivò e vedendo i volti un pò preoccupati  dei miei famigliari  avevo cercato di sdrammatizzare la situazione indicando una targa che  ricordava il passaggio in quel comune di Garibaldi che dissi loro " ci sarà venuto a dorso  di mulo o di cavallo mentre noi siamo comodamente in macchina!". La titolare della pensione esordì dicendo che aveva tutta la struttura occupata da villeggianti romani che erano soliti andarvi anche per le ferie estive ma che per noi aveva riservato una "depandance" da poco acquisita dove saremmo stati benissimo e così fu ma vedendomi perplesso aveva aggiunto:" quando lei mi ha chiamato io avrei dovuto dirle che eravamo al completo ma sentendo che eravate di Padova non me la sono sentita di dirvi di no, dovete sapere che sono sposata da pochi mesi ed il mio viaggio di nozze l'ho fatto a Padova essendo devota a Sant'Antonio. Un viaggio stupendo  di cui conservo ricordi bellissimi". Anche per noi fu una bella vacanza in quel paesino che ci fece da trampolino per girare le varie località umbre ma dove il tempo  sembrava essersi fermato nonostante il campanile rintoccasse  le ore, le mezz'ore ed i quarti  d'ora e dove assistemmo ad una bellissima processione del venerdì Santo e mangiammo cose genuine e locali, da noi non conosciute, preparate con bravura dalla padrona di casa. In altre occasioni è stato piacevole per me riscontrare l'amore all'estero per il nostro Santo; a Parigi nella Chiesa del Sacro Cuore a Montmartre c'è nel tempio un altare con una bella statua del Santo, a Lisbona poi abbiamo avuto una curiosa disputa ( io e mia moglie) con il titolare di un negozio di suvenir che sosteneva essere Sant'Antonio un loro  Santo perchè patrono del Portogallo nato a Lisbona e capitato per traversie a Padova ma che rimaneva loro ed era molto amato. Per noi è Sant'Antonio da Padova che fa parte delle tre "senza" della città che ha "  un prato senza erba, un caffé senza porte ed un santo appunto senza nome".Una mia cugina da parte di padre già residente in Sicilia, dopo una permanenza di molti anni in Australia con vicende famigliari molto particolari e sofferte, al suo ritorno in Italia era venuta a trovarci per poter  sciogliere il voto fatto a Sant'Antonio che qualora le cose fossero andate nella maniera da lei invocata, avrebbe portato in offerta all'Arca  tutti gli ori posseduti (e non erano pochi a detta di mia madre che aveva  visto quel piccolo tesoretto). Il giorno dopo del suo arrivo di buon mattino aveva raggiunto la Basilica dalla quale era tornata serena ed appagata.
Nel 1981 è stata aperta per la prima volta dopo secoli la tomba di S. Antonio; ai padovani è stata  data la possibilità di vedere le ossa del Santo per cui anch'io, nella pausa pranzo di un giorno lavorativo,  sono andato dalla mensa della mia Azienda sita in via Zabarella al Piazzale del Santo ed in Basilica  per una visita dettata più dalla curiosità e dalla convinzione di assistere a qualcosa di irripetibile. Era con me un collega di lavoro di nome Claudio e di passo svelto abbiamo raggiunto il tempio e  fatta la visita. Lo scheletro era posto sotto una teca di vetro nella parte centrale della navata della Basilica, sopra un catafalco contornato di drappi risalenti alla morte ed inumazione del Santo. Tutto attorno (per tenere lontano il pubblico) delle grosse corde che segnavano il percorso che doveva essere seguito dall'entrata in Basilica fino all'uscita regolando i flussi di persone. Vista l'ora ci saranno stati un centinaio di presenti per cui il mio collega ed io abbiamo potuto vedere bene senza fretta anche se la visita nel suo insieme è stata veloce. Non sapevamo cosa avremmo visto come prima della ricognizione anche gli ecclesiastici non sapevano cosa avrebbero trovato visto il tempo passato dalla precedente ricognizione, comunque il cranio era privo della mandibola e  mento e lingua sono da sempre adorati in reliquiari a parte, le ossa erano brunite con zone scure, ma pur  tuttavia uno scheletro che ha resistito per ben 800 anni; è di per se già questo  un miracolo. Le mie sensazioni sono state modeste ma comunque m'è rimasto il piacere di aver visto le ossa di un grande Santo.
Dal 15 al 20 febbraio  2010 prima della traslazione definitiva delle ossa di S.Antonio nella sua  originaria tomba, è stata fatta una nuova ostensione per i fedeli prima che il vescovo Mattiazzo, nella giornata di sabato 20 febbraio, celebrasse le funzioni ed i riti per la definitiva messa a dimora dei resti del Santo. Altro avvenimento eccezzionale ed anche ben reclamizzato dai media e dal Comune di Padova che ha visto nell'evento un motivo di business e di promozione per la città di Padova. Nei TG regionali hanno fatto vedere come molti fedeli siano venuti da lontano con aerei e treni per poter visitare le spoglie di Antonio in questi cinque giorni, anch'io venerdì 19 febbraio di buon mattino  sono partito alla volta di Padova. Avevo molti dubbi di riuscire nel mio intento pensando di trovare chissà quanti pellegrini ma mi faceva ben sperare il tempo; giornata nuvolosa con pioggia continua e battente, mi dicevo forse tiene lontano i Padovani e  per quelli che vengono da fuori probabilmente riesco ad anticiparli con l'orario. Alle 8,30 ero a Padova lasciando l'auto nei pressi della casa di mia madre da dove mi sono avviato a piedi ,  sotto l'ombrello, verso il Prato della Valle ed il Santo. C'era parecchio traffico nelle strade  con presenza ovunque di vigili urbani ed addetti alla protezione civile. Sono andato di buon passo ed all'inizio di via Belludi ho tirato un sospiro di sollievo, non c'erano le file che i TG ci avevano fatto vedere. Per le 8,50 ero sul piazzale della Basilica, un'organizzazione ottima, ovunque personale di assistenza e supporto ai pellegrini con tute arancio o verdi, presenza di Vigili urbani, Vigili del fuoco, Carabinieri, Polizia , e Protezione civile che era presente nel piazzale anche con un gazebo. Nella piazza  due erano le possibilità di entrare in Basilica, la prima per i fedeli intenzionati a partecipare a qualche rito e la seconda per i fedeli intenzionati ad assistere all'ostensione. Questa seconda fila si snodava a serpentina fino all'entrata laterale nord della Basilica e prima di entrare due gazebo bianchi in successione facevano  da filtro all'entrata di tante persone ed anche da controllo un po' sommario fatto da apposito personale li presente. Mi sono subito messo in fila e penso di aver avuto davanti a me meno di un migliaio di fedeli,  una fila veloce che veniva sollecitata dagli addetti così che dopo una decina di minuti passati con  l'ombrello sotto la pioggia, sono potuto entrare in Basilica e dopo altrettanti minuti di coda entrare nella cripta del tesoro dove al centro della stanza stava in esposizione il Santo. Cordoni e addetti tutto attorno, una visita veloce di una immagine pressochè identica a quella di trent'anni prima.  Le ossa questa volta mi sono sembrate un pò più brunite ma certamente sarà stato per una questione di luce. L'organizzazione dei frati ci ha dato un libricino, un paio di calendarietti da tasca ed una copia gratuita del messaggero che porta in copertina l'immagine dell'ostensione. Un'organizzazione veramente ammirevole per un Santo che molti ci invidiano. Io posso dire: " c'ero anch'io".


Storia di un Bombardamento

Tra i tanti bombardamenti del 2° conflitto mondiale, uno ha maggiormente interessato i miei famigliari e di riflesso la mia vita e le mie conoscenze ed è stato quello del 14 maggio 1944. Le squadriglie di bombardieri si erano levate in volo dagli aeroporti del sud  Italia (probabilmente Brindisi) e dopo essersi portati sul mare per avere un riferimento visivo, avevano proceduto verso nord . Avevano per obbiettivo i ponti  sui fiumi e le infrastrutture industriali dei luoghi. Pontelongo era uno degli obiettivi primari; riporto qui di seguito il racconto di quel giorno fatto da un Pontelongano (Romano (Nino) Canton (lontano parente) testimone oculare del fatto. “ il giorno più doloroso della mia vita è stato quello del 14 maggio 1944 del primo bombardamento aereo sul nostro paese e comunità di Pontelongo. Il campanile suonava le 11,30, la messa ultima stava per finire le vie del paese erano percorse da gente serena che si godeva la splendida giornata di sole chiacchierando animatamente  quando si sentì il suono della sirena d’allarme aereo. Era mio padre che di servizio alla portineria dello Zuccherificio dava il solito avvertimento di allarme aereo. Alcuni si misero a correre verso la campagna, altri pensavano al solito passaggio di aerei  che andavano a bombardare Padova, Treviso o Vicenza. Stavo camminando con le mie sorelle Noris, Speranza ed una decina di persone, decidemmo di correre verso Terranova sull’argine destro del Bacchiglione;  superato lo Sbocco (tratto di canale che entra nello zuccherificio per il passaggio delle barche)  continuammo raggiungendo la fattoria dei Trevisan (Pitton). Qui giunti alcuni volevano fermarsi pensando di essere al sicuro ma io insistetti per andare avanti almeno fino alla fattoria dei  Favarin; appena giunti il frastuono degli aerei  ed il sibilo delle bombe in caduta che scendevano verso i loro obbiettivi mi fecero urlare:”tutti sotto il carro” e mi tuffai assieme agli altri. Era un carro di fieno che poco avrebbe potuto proteggerci. Le prime bombe caddero nel territorio di Correzzola nei pressi della stazione e poi subito dopo di noi verso il paese. Alzai la testa e vidi con orrore che la casetta dei Trevisan era stata colpita in pieno e polverizzata, una gran nube di fumo giallastra saliva verso il cielo e detriti di pietre e travature scendevano dal cielo come una pioggia. Dopo si seppe che qui c’ erano stati i primi morti, Ezzelino Trevisan di 14 anni (chierichetto e sua mamma Gemma Quaglia in Trevisan). Le bombe poi caddero sullo stabilimento ed oltre il fiume su via S.Valentino portando morte. Una seconda ondata di bombardieri colpiva via Zuccherificio, il centro del paese, i Molini Camilotti, la Chiesetta di S. Giovanni , la piazzetta della pesa pubblica e via Stazione. I quartieri colpiti a destra ed a sinistra del Bacchiglione erano squassati e fumavano, tutto tremava provocando terrore a quanti assistevano ed il tempo sembrava non passare mai. Quando tornò il silenzio e la terra cessò di tremare, corsi in paese che vidi sconvolto da quella furia infernale: il panorama del mio quartiere era completamente cambiato. Nello stabilimento una ciminiera colpita era mezza crollata, i magazzini zucchero e polpe scoperchiati ed incendiati, fumo ed un acre odore dappertutto, i superstiti vagavano chiamando i nomi dei loro amici scomparsi.  Molti coraggiosi erano scesi tra le macerie per portare soccorso ai feriti e a quanti si trovavano in difficoltà per il panico e per salvare chi era ancora in vita e implorava soccorso. Bortolo  Grigoletto guidava queste persone cercando di salvare qualcuno dei Gregnanin ancora sotto la casa distrutta, riuscendo ad estrarre dalle macerie il corpo ormai senza vita di Apollonia. Assicuratomi delle buone condizioni di mio padre, che era di servizio in portineria e si era salvato dalla furia delle bombe, corsi verso il viale del Zuccherificio ma i Carabinieri non mi fecero passare, allora mi indirizzai verso il paese dall’argine destro, incontrai i miei compaesani scampati al bombardamento che mi misero al corrente di chi non c’era più. Imo Tromboni un giovane forte e buono all’allarme s’era presa la canna da pesca e si era messo a pescare sulla riva destra davanti a casa sua. La morte lo portò via coperto dal fango e dall’acqua per una bomba cadutagli a pochi passi. Solo pochi istanti dopo la sua fidanzata Cecilia Sacco moriva dissanguata, falciata alle gambe da schegge partite da una delle tante bombe cadute sui Molini Camilotti. Cecilia era una brava e buona ragazza che a chi la assisteva e confortava disse di abbassarle la gonna che lo spostamento d’aria le aveva scomposto, si spense così serena come chi è già nella pace del Signore. Poco lontano, difronte alla chiesa di S.Giovanni, davanti alla sua casa, moriva Olga Ostani moglie  di Nardo Mondo: era presidente di Azione Cattolica donne ed animatrice della carità parrocchiale. In tutto il paese volontari e famigliari scavavano tra le macerie per cercare di salvare qualche vita o recuperare i propri cari; intanto nella corte di via Zuccherificio Bortolo aiutato dai Gregnanin, dai Finesso, dai Pianta , dai Dal Checco e dai Tessari, estraeva  dalla casa distrutta dei Daniele i corpi senza vita dei coniugi Pietro e Caterina. Sulla strada per Correzzola Livio Veneziani nonostante fosse gravemente ferito gridava per essere soccorso, aveva tra le braccia la maestrina Luisa Dal Molin di Correzzola ormai senza vita, entrambi colpiti dalla medesima bomba. Fra i primi ad aiutare e curare i feriti il dottor Vittorio Pesenti aiutato dalla Signora, assieme a loro Paoluccio Paolucci che si trovò per primo a soccorrere Lia Azzalin Benvegnù alla quale una scheggia aveva aperto il ventre per far nascere la bambina che si chiamerà come la mamma Lia, battezzata subito dal Parroco Don Valentino Caon anch’egli presente. Antonio e Lia erano usciti per dare del mangime alle galline nella piazzetta a fianco della pesa pubblica  e lì la bomba scoppiò e le schegge uccisero all’istante Antonio mentre Lia ebbe appena il tempo di stringere al petto  la bimba per spirare subito dopo lasciando i figli Piergiorgio di13 anni, Francesco di 9, Maria di 3 e Lia. Dietro la chiesa di S. Giovanni morivano due fratelli Azzalin Mario di 11 anni ed Attilio di 13, erano appena tornati dal servire messa come  chierichetti. In quel giorno infausto morirono 43 persone compresi  sette operai che lavoravano  nello stabilimento provenienti dai comuni vicini, molti furono i feriti. Gallo Alceste Oscarina (poi divenuta mia suocera) aveva all’epoca 19 anni ed aveva vissuto quel bombardamento in prima persona abitando a Pontelongo in via dello zuccherificio. Al suono delle sirene d’allarme attivate dalla portineria dello stabilimento era uscita velocemente di casa ed era  scappata  verso la campagna terrorizzata mentre alle sue spalle cominciavano le prime esplosioni. Aveva continuato a correre anche perché era stata fatta segno a sventagliate di mitraglia sparate da uno dei caccia di scorta ai bombardieri che erano soliti  farlo per terrorizzare ulteriormente  la popolazione. Rientrata in paese a bombardamento finito aveva riscontrato i lutti e le devastazioni  i cui ricordi rimasero vivi ed indelebili per tutta la sua  vita. In particolare la drammatica storia di Lia Benvegnù e le circostanze che ne avevano permesso la nascita come il fatto che il fratello di Lia Piergiorgio, presente al fatto, avesse in tasca una provvidenziale britola. Lia, poi cresciuta in Paese, è stata per i Pontelongani che avevano vissuto il bombardamento, un ricordo  vivente del fatto ma anche un' immagine di speranza nella provvidenza. Cinque chilometri più in là a Bovolenta anche la famiglia di mia madre se non in quel giorno bensì in quei giorni di maggio subì l’esperienza di quei bombardamenti ma essendo sfollati nei campi  circostanti il paese non subirono danni personali se non quelli della paura creata dall’evento ed anche per loro rimase indelebile il ricordo,  in una occasione, della grande corsa fatta (mia madre con mia sorella di cinque anni in braccio e mia zia con in braccio mio fratello di due) verso la chiesa di Bovolenta dove pensavano di trovare riparo. Quel 14 maggio del '44 le ondate di bombardieri avevano poi proseguito verso Padova colpendo le zone del Bassanello e di Santa Croce con danni seri alla Chiesa dei Cappuccini ed al convento delle suore di San Francesco di Sales. Tra le bombe sganciate una aveva colpito un ricovero d’attrezzi dove s’erano rifugiati degli ortolani e sette erano state le vittime. In loro memoria un anno dopo era stato inaugurato, in via delle Rose, un capitello dedicato alla Madonna del dito e nel vicino vicolo i miei genitori avevano fatto costruire  la casa dove sono vissuto 28 anni della mia vita.




Storie di gatti

Del mondo animale che ci sta attorno certamente gatti e cani sono gli esseri che più condividono la vita degli umani ma sono decisamente di indoli e caratteristiche molto diverse;  mentre il cane cerca il padrone di cui apprezza la decisione e la forza restandogli fedele per tutta la vita, il gatto è un essere molto particolare ed indipendente che non è disposto  a cedere su certe sue caratteristiche per nessuna ragione al mondo . Nella mia vita non ho avuto cani di proprietà, in compenso ho avuto in tempi diversi due gatti. Il primo dal 1956 alla metà degli anni sessanta . Il mio incontro con lui era stato in occasione delle prove fatte presso un sarto operante nelle vicinanze della mia abitazione. Nella sala dove veniva fatta la prova di quello che sarebbe stato il mio primo vestito fattomi  per l’occasione della mia Prima Comunione era presente, in un capiente scatolone, in compagnia della madre e dei due suoi fratelli. Dei tre micini lui era decisamente il più robusto ed il più giocattolone al contrario dei fratelli che si muovevano con esitazione e miagolavano di continuo. Mi era piaciuto subito e lo avevo prenotato perché il problema più grande era convincere mio padre che non voleva, specie quando si mangiava, animali che girassero sotto la tavola. Avevo tempo fino alla prova successiva del vestito per prendere la decisione definitiva per cui continuai a fare pressioni con mio padre che metteva delle condizioni come quella che fosse maschio (in quei tempi molte cucciolate di gatti finivano appena nati nei canali) alla fine  riuscii a strappare un si a mio padre e con il vestito  portai a casa anche lui ormai in grado di alimentarsi da solo. Era entrato in casa un micino che giocava con tutto ciò che si muoveva, una pezza, un filo di lana, il lembo di una coperta, i lacci delle scarpe ecc. ecc. Poteva avere un paio di mesi quando al mattino se scostavo le coperte sui piedi vi si infilava dentro risalendo poi fino al cuscino ed a me che mi stavo risvegliando e che con l’occasione mi trattenevo un po’ di più a letto.  Il caldo tepore lo inebriava e presa posizione cominciava a fare le fusa;  ronfava però rumorosamente e la cosa non sfuggiva a mia madre che non amava quella confidenza. Mio padre manteneva la sua avversione e se il gatto era sotto la tavola lo prendeva per la collottola e lo portava fuori  o d’estate, con la finestra aperta, lo lanciava direttamente all’esterno. Una volta che stavo entrando in casa lo vidi volare fuori ma da quel giorno non mi preoccupai per quel tipo di uscita perché mentre era nell’aria lui si era girato ed era caduto sulle zampe morbido e, come se niente fosse,  si era allontanato senza agitazione. Nei primi due anni la mia attenzione nei suoi confronti fu  molto  assillante e cercavo di coinvolgerlo nei miei giochi e così giocando al circo lo mettevo dentro ad un robusto  scatolone chiuso da uno di quei zerbini di una volta fatti con un telaio di ferro ed una rete metallica con  fori di un paio di centimetri di diametro e lui rappresentava la bestia in gabbia da addomesticare mentre io gli giravo attorno facendo schioccare la frusta fatta con un bastone ed un pezzo di spago. In altre  occasioni avevo cercato di coinvolgerlo finché non lo vidi reagire pronto a tutto pur di evitare le mie attenzioni. Un giorno un amico che aveva pure lui un gatto bianco dal pelo lungo disse che lo avrebbe avvicinato per fargli una carezza;  nonostante  lo sconsigliassi volle farlo quasi per sfida  ma si prese una graffiatura memorabile con mio interno godimento.  Il mio gatto si stava prendendo la sua indipendenza e nemmeno il mangiare lo faceva desistere da quel suo atteggiamento. Nel periodo degli amori si assentava per lunghi periodi e dopo tanto, quando ormai lo si dava per morto,  riappariva quasi irriconoscibile per la magrezza ed il pelo arruffato e sporco. Nel 1959 mia sorella dopo aver conseguito il diploma di ragioniera aveva iniziato a lavorare presso la  ditta “Dalle Rive” di Padova  ed era la prima al mattino ad uscire di casa intorno alle sette. Una mattina la sentimmo gridare e rientrare precipitosamente in casa tutta agitata. Il nostro gatto per ingraziarsi la famiglia aveva posto sul primo gradino esterno alla casa un bel topo di media grandezza e questo regalo a distanza di tempo lo fece ancora. Voleva significare che lui c’era ed era vigile. Poiché la nostra proprietà nei primi anni confinava con un campo ed un fossato poi tombinato dove erano presenti dei roditori, nel tempo fino alla loro definitiva scomparsa di tanto in tanto qualcuno si faceva vivo anche se veniva  immediatamente soppresso. Una sera d’estate mi trovavo  seduto sul gradino antistante l’entrata di casa in compagnia di mio cugino intenti a giocare a carte quando sentimmo un rumore sordo provenire dall’interno;  ci guardammo  in faccia interrogativamente ma non sentendo altro rumore  continuammo nella nostra partita. Ad un tratto dal fondo buio dell’entrata  vedemmo giungere dalla camera il gatto che procedeva in “ retromarcia” cedendo terreno ed  avendo di fronte una “tompegana” di struttura pressoché uguale alla sua. Noi ci eravamo alzati ed impietriti avevamo assistito  a quel passaggio verso l’uscita con il gatto che retrocedeva ed il ratto che procedeva tranquillo senza timore alcuno verso l’uscita. Come si allontanarono il nostro commento era  stato di fiducia nel gatto che senz’altro aveva aspettato di essere all’aperto prima di uccidere quell’essere immondo ma dal giardino non giunsero  rumori di lotte e probabilmente non ve ne furono. Devo precisare che s’era in estate e molto probabilmente mia madre aveva lasciata socchiusa la finestra della camera perché diversamente si potrebbe pensare che c’era un via vai di topi. Il mio gatto di allora non aveva un nome preciso, lo si chiamava in vari modi ma il più frequente era Micio. Negli anni che fu nella mia famiglia il suo modo di essere meritava attenzione ma anche distacco perché voleva la sua indipendenza. Si faceva vivo al venerdì perché passava il pescivendolo e lui faceva lo slalom tra le gambe di mia madre sperando di ingraziarsela e rimediare da lei o dal pescivendolo qualche interiora di pesce. Nelle giornate assolate si trovava qualche angolo tranquillo per delle lunghe dormite e non cercava carezze o lisciate di pelo se non sulla testa dove amava essere accarezzato ma se scendevi  a metà corpo e procedevi verso la coda ti si girava contro con graffi pesanti.  Finché era piccolo mi lasciavo graffiare anche perché indossavo preventivamente dei guanti in pelle e mi divertivo a bistrattarlo facendolo reagire, ma quando fu cresciuto dovetti desistere perché le unghie erano divenute molto affilate e lunghe. Ancora piccolino s’era infilato nella stufa economica da uno sportello aperto per cercare del calore. Quando lo sportello s’era inavvertitamente chiuso su di lui, s’era messo a miagolare disperatamente e quando fu liberato schizzò via dalla stufa e dalla casa sparendo per più giorni. Nel periodo degli amori era molto attivo dando e ricevendo morsicature e graffiature. Un giorno, in una giornata di pioggia, lo vidi arrivare a casa veramente mal ridotto, oltre al pelo impiastricciato di fango ed acqua aveva le orecchie letteralmente masticate e sanguinanti, non sembrava neanche lui e lo riconobbi per la famigliarità che dimostrava nell’avvicinarsi a me. Non sapevo come aiutarlo ed ebbi  la cattiva idea di farlo entrare in casa. Come fu dentro saltò sullo sgabello che tenevamo sotto il telefono a muro e si diede una scrollata talmente vasta da sporcare tutto l’angolo di entrata attorno a lui con un misto di fango e sangue che faceva veramente “schifo”. Avevamo da poco  dato le tinte  ed il danno fu serio ma riparato grazie alla tinta che s’era tenuta da parte per eventuali ritocchi. Era un gatto maschio e come tale non cercava  consensi e non aveva moine da fare. Man mano che invecchiava si faceva sempre più foresto finché un giorno sparì come succede a tanti gatti.
Il secondo gatto è entrato in casa mia all’inizio degli anni ottanta  per dare alle mie figlie la compagnia di un animale ( visto che era richiesto con insistenza) e sarebbe stato seguito anche da un canarino molto coinvolgente. Buricchio, questo fu il nome che decidemmo di dargli, ci fu dato dalla vicina di casa dichiaratamente “gattara” e che ci garantì sull’indole dell’animale avendolo visto svezzare dalla gatta di sua proprietà. Era un gatto dal pelo bianco con grosse macchie di grigio striato ed una striatura l’aveva pure sul capo. Classico incontro di razze con zampe un po’ cortine, un gatto di indole un po’ timorosa e dallo sguardo non proprio furbo, quasi fosse immerso in strani pensieri. Le mie figlie comunque ne apprezzavano la presenza ed avevano sempre pensieri per lui che aveva comportamenti a dir poco originali. Se entrava in casa non visto andava a dormire in un letto di bambole, se era freddo si stendeva sulla mattonella della cucina sotto la quale passava la tubatura del termosifone, se accedeva alla scala interna ricoperta di moquette, si trascinava con le unghie per tutta  la lunghezza del primo gradino. Amava  alimentarsi con i croccantini e la scatola che li conteneva era da lui saccheggiata per quanto l’apertura fosse piccola e lo costringesse ad estrarre con la zampina pezzetto su pezzetto. In occasione di avanzi per pranzi o cene a base di pollo o carne arrostita o lessata, gli venivano preparate delle belle quantità di avanzi che lui spesso disdegnava quando vedeva arrivare altri gatti randagi ed in special modo una gattina bianca e nera  smunta e patita in modo incredibile. Pur essendo tra scarti e croccantini alimentato da noi sistematicamente amava rovistare tra le spazzature vedendolo fare dagli altri gatti randagi che avevano problemi di alimentazione. Sempre seguendo gli altri s’era avvicinato ad un garage dove un vicino appassionato di caccia e pesca teneva in gabbie degli uccellini che facevano da richiamo. Essendo il più sprovveduto e lento nel tagliare la corda s’era preso una fucilata sulla bocca ed un pallino gli aveva spezzato un canino per poi finire all’interno del collo. Conoscevamo lo sparatore ma per il quieto vivere non si fece nulla. Il nostro Buricchio male conciato se ne stava raggomitolato e dolorante per cui lo  portammo dal veterinario. Ci diede delle punture da fare sulla collottola del gatto ma niente altro perché a suo dire la natura avrebbe avvolto il pallino che estraendolo avrebbe portato più danno al povero gatto. La parcella fu di 50 mila lire. Purtroppo da quel giorno visse da handicappato perché nei litigi con gli altri gatti soccombeva non avendo l’uso completo dei denti canini. I croccantini comunque continuava a mangiarli anche se con qualche difficoltà. Un’estate dovendo andare in vacanza per una quindicina di giorni lo affidammo alla Maristella che nella prima metà degli anni 80  faceva da baby-sitter a mia figlia più piccola. Abitando a Ronchi in una fattoria si dichiarò disposta a prendersi cura  del gatto e se lo portò a casa. Quando al termine del periodo lo andammo a riprendere lo trovammo sopra un albero e li era stato per tutto il periodo poiché nell’aia era presente un cagnolino a catena che abbaiava a più non posso e che a lui creava “terrore” al contrario degli altri gatti di casa che gironzolavano tranquilli. Come ci vide entrò veloce nella nostra macchina che avevamo aperto e come giungemmo a casa se ne uscì di corsa per raggiungere nella cucina la scatola dei croccantini che mangiò quasi completamente continuando ad estrarre con la zampina, diventata frenetica, quei pezzetti di cibo. C’era in quel periodo un vicino di casa con una parte del pianoterra non ultimata ma per arieggiare i locali teneva nei fine settimana aperta una persiana che poi richiudeva.  Buricchio chissà come c’era entrato e quando la persiana era stata chiusa era rimasto prigioniero di quegli ambienti. Noi lo avevamo cercato un po’ ovunque finché quando,  dopo una decina di giorni, la persiana fu riaperta non ne usci schizzando via e girando da quel giorno al largo da quei locali. Come tutti  i gatti era molto amante del sole ma anche in questo era un po’ sprovveduto;  amava sistemarsi sulla muretta all’uscita posteriore della cucina rialzata da terra verso l’esterno di un paio di metri, il suo piano d’appoggio dato dal marmetto era di 17 centimetri  e lui vi si stiracchiava  facendo tutti quei preliminari che fanno i gatti che godono del calore del sole. Quando però cedeva al sonno era pur sempre in una posizione precaria e saranno stati i sogni o forse qualche movimento brusco sta di fatto che spesso cadeva verso l’esterno anche se le conseguenze erano date solo da un risveglio affrettato.  Nel periodo degli amori per quanto sentisse anche lui gli stimoli ormonali erano più le botte che prendeva che non quelle che dava. Ogni tanto arrivavano gatti di stazza ben maggiore della sua e per un periodo imperversò un gatto doppio di lui dal colore rosso che fece cambiare per un certo tempo il manto ai gatti del circondario. Un giorno giunse un gatto tutto grigio e dal pelo lungo ed arruffato. Buricchio come lo vide cercò una via di fuga scavalcando la rete di recinzione inseguito da quel gatto che quando fu alla rete si fermò, così non fece Buricchio che come fu dall’altra parte, convinto di essere inseguito, aveva fatto il percorso inverso trovandosi in faccia all’antagonista sbalordito per quella mossa.  Era tanta la paura che s’era dileguato anche da quella situazione senza che l’avversario prendesse qualche altra iniziativa. Comunque per quanto avesse preso una fucilata nei pressi di quel garage da dove uscivano i richiami di tanti uccellini, Buricchio continuava a girarci attorno  e senza dubbio deve  avervi  li  mangiato dei bocconi per topi perché un certo giorno si ritrovò pressoché cieco. Fatalità nel mio giardino si stavano scavando i camminamenti per la fognatura ma il gatto che non rinunciava a gironzolare non vi finì dentro e  nonostante fosse evidente che non vedeva  continuava a muoversi anche se con prudenza. Gli occhi erano permeati da una strana membrana azzurra. Qualcuno ci disse che sarebbe stato un problema che nel tempo si risolveva e quindi ci tranquillizzammo. Buricchio continuava a deambulare anche se piano, molto probabilmente i baffi  gli erano efficaci sensori.  Purtroppo non gli bastava lo spazio attorno alla nostra abitazione e cominciò ad uscire. Nel quartiere alcuni ragazzi avevano un cane che era un meticcio con del pastore tedesco nel pedigree e che  loro aizzavano per divertimento contro i gatti o per  spaventare i cagnolini piccoli e ringhiosi. Quella fu la fine di Buricchio un gatto particolare, un po’ buffo, dall’espressione sognante che ha contribuito ad allietare  la vita della mia famiglia per il periodo d’una decina d’anni.


Tempo passato

Ci sono luoghi ed ambienti dove si è vissuti in un tempo passato ma che per vari motivi non sono più stati frequentati. Ritrovandoli e rivedendoli aprono il nostro personale libro della memoria animandosi e risorgendo da un passato archiviato ma non dimenticato e come un'araba Fenice riprendono temporaneamente vita. Per me uno di questi  momenti e' stato domenica 31 gennaio 2010,  avevo deciso di recarmi  a Padova in via 8 febbraio dove le Poste Italiane  avrebbero messo in vendita un nuovo francobollo con annullo e poichè in quella zona il traffico è vietato, mi ero  riproposto di lasciare la macchina nelle vicinanze del Prato della Valle per poi proseguire a piedi fino al centro città. Trovai da posteggiare nei pressi della scuola "Fermi" per cui chiusa la macchina mi sono avviato verso il centro.  La giornata era fredda ed il suolo era ricoperto di neve caduta il giorno prima e nella notte. Essendo più vicino a via Cadorna ho preso quella direttrice di marcia, sono quindi passato in via Marin, ho costeggiato la chiesa del Torresino e quindi il Seminario notando tra me e me come quel grande edificio fosse tutto chiuso ed "inanimato"mentre io  lo  ricordavo in momenti  decisamente diversi. Tenendo la destra costeggiai le varie basse abitazioni finchè ad un tratto  un'apertura in una mura di cinta attirò la mia attenzione;  si apriva davanti a me un piccolo cortile dove stavano  posteggiate alcune macchine e subito dopo una seconda apertura sulla mura di recinzione che riconobbi essere  quella del Collegio Barbarigo dove, per otto anni della mia giovinezza avevo frequentato le scuole. Incuriosito sono  entrato nel primo cortiletto e mi sono quindi affacciato alla seconda apertura fatta nella cinta muraria del Collegio;  d'un tratto mi si sono aperte le porte della memoria. Davanti a me si apriva un grande parcheggio d'auto dove ricordavo esserci stato  il  campo di calcio. Su per giù ero nel posto dove cinquant'anni prima, durante una partitella di calcio senza importanza, se non quella di vincere tra compagni, in un'azione di gioco mi era stato passato il pallone  che io avevo indirizzato al volo verso la porta a ridosso del Seminario, l'avevo preso di collo pieno e dopo  una bella  e lunga parabola s'era andato ad infilare all'incrocio dei pali della porta. I miei compagni di gioco erano rimasti  allibiti, ed  io con loro, per quel gol così spettacolare dovuto al caso che mi aveva lasciato un ricordo archiviato ma non  rimosso visto che ora riaffiorava. Dunque quel campo non esiste più mentre  era per noi una fonte di divertimento; se ne conoscevano tutti i punti, tutte le zone, i vari  avallamenti  dove in caso di pioggia si appesantiva e ristagnava  l'acqua, le parti dove il fondo era più sassoso e le eventuali cadute più dure. Le porte erano costituite dai classici "due pali ed una traversa" quadrati senza alcuna rete sul retro. La porta da noi preferita era quella a ridosso della  chiesetta perchè l'alto caseggiato ed una rete alta di contenimento impedivano al pallone di uscire quindi anche per pochi tiri in porta si sceglieva sempre quella parte del campo anche se immancabilmente le lunghe ringhiere, poste a protezione delle vetrate della chiesetta, ogni qualvolta venivano colpite vibravano tutte con un rumore assordante specie per chi era all'interno del tempietto intento in qualche funzione. Quante ore di ginnastica o intervalli passati in quel terreno ora rigato dai solchi delle auto che vi hanno manovrato. Ecco in questo punto, giusto a metà del campo, sempre in una delle tante partitelle, m'ero fermato perchè sorpreso da un acquazzone mentre la giornata era bella  e soleggiata. Ad un tratto s'era messo a piovere e pioveva fino a metà campo con insistenza tanto che le gocce cadendo sul terreno sollevavano un po' di polvere. C'eravamo tutti fermati incuriositi e meravigliati ad osservare quel fenomeno atomosferico passando dal bagnato all'asciutto e viceversa finchè il tutto non finì. D'un tratto mi sono reso conto che dopo il diploma non ero più tornato nel collegio ed ora che mi  ci ritrovavo  mi prese la curiosità di vedere se qualcosa era cambiato per cui proseguii fino a giungere sotto il porticato. Alla destra il campo di basket rimasto sempre lo stesso, a sinistra, all'interno del colonnato, il giardino del chiostro. Ma non è quello che ricordavo;  allora aveva aiuole non molto  curate per quanto fosse vietato calpestarle, pochi arbusti bassi, ora sembra un giardino arabo per la presenza di  numerose palme esili e molto alte. Ecco a destra, al centro del colonnato, l'edificio centrale con pochi gradini e la grande porta di legno e vetri che veniva quasi  sempre aperta parzialmente e permetteva l'accesso al lungo corridoio, ma qui più avanti, terminato l'edificio, si apriva  un  piccolo cortiletto  dove negli anni delle medie si faceva l'intervallo di metà mattina con l'immancabile merenda. Ora è chiuso da un'impalcatura e quell'angolo che veniva a crearsi con l'edificio della mensa  non è più angolo, ma lo  era bene cinquant'anni fa quando correndo per uscire dal cortiletto mi ero scontrato con un compagno che vi voleva  entrare provenendo da sotto il colonnato anche lui di corsa. Era T. un mio compagno di classe e ci scontrammo testa contro testa con una grande botta che ci fece "rimbalzare l'uno dall'altro" per finire stesi  a terra doloranti. Il rumore delle "zucche" era stato così forte che i compagni attorno ne erano rimasti colpiti e s'erano affrettati a soccorrerci. Ma torniamo a questi gradini d'entrata, ricordo le tante file fatte per entrare dopo la ricreazione con Don Floriano a dirigere ed organizzare quei movimenti. L'entrata era stretta e le classi sfilavano dentro  accedendo al grande corridoio dove si aprivano le aule, 5 sezioni per anno di studio. Ecco arrivare alla mente i ricordi del primo anno delle medie e del primo giorno di scuola con il giardino gremitissimo di alunni e genitori e le veloci amicizie fatte nell'attesa della chiamata delle classi con amici che si sperava di ritrovare nella propria sezione. I ricordi di quel primo anno sono forse più vivi perchè più ricchi di novità dovute al cambio di scuola, al passaggio da una insegnante a più professori, mi torna alla mente il professore di materie letterarie (compreso il latino) che si divertiva a metterci  in ginocchio,  sul rialzo in legno dove poggiava la cattedra, se si diceva o faceva qualcosa di sbagliato, ma era poi tutto un modo per fare due risate e stemperare le tensioni dando l'impressione di una severità che in effetti non aveva e poi sceglieva sempre i soliti che più stavano allo scherzo e che erano un pò i migliori della classe. Il primo senz'altro era A. e poi anch'io ma poichè rifiutavo un pò il latino, che era una sua materia, ed in ginocchio davo segni di insofferenza, ben presto mi tolse dal novero dei suoi beniamini con mio vivo compiacimento. L'emozione di tutti quei professori più o meno simpatici, più o meno amati, qualcuno di noi ne imitava i gesti nei momenti di pausa o poco prima del loro arrivo, i soprannomi che venivano dati o che già avevano e che venivano proferiti più per smitizzarli o per togliersi il timore di dosso. Le ore di ginnastica erano passate in gran parte a giocare al calcio. Quanto tempo è passato !!!. Avevamo nella classe alcuni compagni che come il professore di ginnastica ci portava nella grande palestra che si apriva in fondo al corridoio, dopo gli immancabili giri di corsa all'interno della sala , cominciavano a chiedergli informazioni su avvenimenti sportivi o commenti su fatti avvenuti e mentre lui si distraeva noi avevamo già recuperato  in portineria il pallone ed ottenuto il permesso di uscire dalla porta laterale che dava sul campo di calcio, anche solo per pochi tiri in porta. Partivamo di corsa per sfruttare al massimo il tempo che ci rimaneva avessimo o no le scarpe da ginnastica ai piedi. L'ora di religione alle medie era tenuta da Don Floriano che vigilava anche sulla disciplina degli allievi. Non esitava a dare qualche "sberla" e per non farsi male, o forse per incutere timore, s'era munito di una specie di manganello lungo una ventina di centimetri fatto con del grosso cavetto elettrico di color bianco intrecciato alla maniera dello "scooby-doo""che era di moda in quei tempi tanto che si liberavano le cartucce delle biro per costruire loro attorno un'impalcatura colorata fatta di quattro o se fini otto fili  plastificati. Era, quel suo attrezzo, un bel deterrente ed al solo pensiero di prenderlo in testa ci si acquietava subito. La palestra, con le sue parallele, corde e pertiche difficili da salire dove qualcuno partiva con un balzo avvinghiandosi ma poi rimaneva li appeso come un salame, il quadro svedese, la cavallina ed il cavallo con  maniglie ed in terra quel pavimento piastrellato rosso così scivoloso che se ti eri dimenticato a casa le scarpe da ginnastica (e succedeva a più di qualcuno), nel fare i classici tre giri di inizio lezione con le scarpe di cuoio scivolavi a non finire e quella  piccola corsa diventava un problema. C'era poi il professore di disegno col cognome di un ortaggio che entrava spesso in classe con le sue grandi forme di solidi geometrici che sistemava sulla cattedra  invitandoci a disegnarle con le relative proiezioni. La professoressa di francese sempre seria e formale ed il dopo scuola pomeridiano dove ci si ritrovava in meno di una decina e si era controllati da un "Prefetto" che esigeva il silenzio assoluto perchè anche lui intento a studiare un qualche libro per un esame universitario. Quanti ricordi, quante corse sotto questi archi e si correva anche per evitare un pò di fila quando nell'intervallo di metà mattina si apriva la grande finestra della mensa per la vendita al  prezzo di 50 lire del classico panino con la cioccolata od il salame. Ma ecco,  procedendo sotto il colonnato, la grande scala che portava e penso porti ancora alle aule delle classi  superiori e quindi andando oltre quella che era l'entrata, la portineria , il grande scalone che porta  al piano superiore dove era la direzione e la stanza del Rettore allora Mons. Zannoni. Se si era in ritardo al mattino si  doveva passare da lui per giustificarsi, fortunatamente mi scambiava con un altro allievo proveniente da Abano ed io mi guardavo bene dal contraddirlo, se mi avesse saputo proveniente da Padova sarebbe certo stato meno clemente,  visto il discreto numero dei miei ritardi mattutini dovuti più a pigrizia che ad altro. Alle medie andavo a scuola a piedi in compagnia di un amico mio vicino di casa e si cercava di sfruttare al massimo il tempo a disposizione partendo al mattino tra le 8  e le 8,05 per arrivare a scuola alle 8,30. Quanti patemi in questa grande sala d'entrata dove sulla parete di sinistra erano appese le bacheche con gli esiti dell'anno scolastico, quanti momenti di gioia o di delusione, quante curiosità su  resoconti di un anno di studio.Tra le classi delle medie c'era sempre una certa rivalità sportiva e verso la fine anno si giocava un torneo di calcio tra le cinque sezioni. La mia era la sezione D ma prevaleva spesso la sezione A che aveva tra i suoi giocatori gli studenti semi-convittori che non mancavano nelle partite che si giocavano nel pomeriggio. Le altre sezioni avevano ragazzi che tornavano a casa per il pranzo e perdevano la voglia di ritornare per la partita specie se risiedevano lontano dal Collegio. E quell'unica volta che mio padre aveva  voluto passare lui a vedere i risultati ed aveva incontrato, mentre era intento a "trovarmi" tra quei tabelloni, il mio professore d'italiano che  vedendolo in divisa da maresciallo dei Carabinieri si era  un po' preoccupato e gli aveva chiesto "Chi cerca?" e  sapendo che era mio padre aveva fatto di me un ritratto più che lusinghiero per la gioia di mio padre che di  soddisfazioni ne avrebbe meritate tante di più. Gli portavo la pagella da firmare sempre al mattino quando era in procinto di uscire, la guardava in fretta ma i suoi commenti erano sempre degli incitamenti, solo una volta lo avevo visto scoraggiato quando nella pagella (era il primo trimestre) aveva scorto un cinque in storia (da sempre la mia materia preferita).Ora nella penombra, sopra le bacheche vuote, fanno bella mostra di se i ritratti dei vari ecclesiastici il cui operato è stato svolto nel collegio, la luce è poca e non distinguo bene i volti , senz'altro ci sara il rettore Zannoni, gli altri saranno stati altri Rettori o ci sono anche i vari Don Ivo, Don Floriano? il buio era forte e sono uscito per proseguire il cammino sotto il  porticato sulla mia destra. Sull'angolo i servizi, mi sembrano uguali, ma toh!!,  la chiesetta è chiusa ed a quanto pare non ha più questa funzione, un cartello indica sala computer ed un pesante cancello in ferro ne chiude la porta, anche la scala che li a fianco sale al piano superiore sopra il porticato è serrata da un pesante cancello in ferro. Mi viene alla mente quella mattina, nel primo anno delle superiori,  in cui eravamo tutti assiepati e non intenzionati a salire le scale per accedere alle aule poste al piano superiore, c'era negli istituti pubblici cittadini un qualche sciopero per motivi che non ricordo e la notizia era stata raccolta da parecchi compagni durante la loro  venuta a scuola ed  era girata velocemente e si sa quando c'è da far  vacanza si è sempre pronti. Ma nel Collegio Barbarigo lo sciopero a quei tempi non era tollerato se non per seri motivi, fu così che Don Ivo, vedendo che nessuno saliva al piano superiore e sentendo quel vocio dove la parola sciopero andava via via rinforzando, apparve sul ballatoio delle scale chiedendo spiegazioni. Eravamo tutti vocianti "sciopero!!sciopero!!" e ricordo un mio  compagno che stava davanti a me sotto la scalinata con capello ed ombrello chiuso in mano (la giornata era piovosa), continuava un po' ridendo a gridare sciopero mentre altri andavano via via abbassando la voce vedendo il fare deciso di Don Ivo. Era bastato che si reiterasse la parola  sciopero che Don Ivo aveva disceso velocemente i gradini (alla  maniera di Don Camillo nei film con Peppone) malmenando il primo che aveva trovato e cioè il mio compagno B.  che  d'un tratto s'era trovato con cappello ed ombrello a terra ed il vuoto attorno a lui. La contestazione era subito rientrata, mugugnando un po' eravamo saliti in aula ma la cosa non era stata digerita,  il compagno aveva avuto la nostra solidarietà, qualcuno lo invitava ad andare dal Rettore e riferire la cosa ma poi si pensò ad un'azione di classe e cioè, poichè Don Ivo era il nostro insegnante di religione e come tale era solito  durante la lezione trovare dei momenti di scherzo raccontando qualcosa di curioso, qualche storiella o qualche  barzelletta per tenere l'atmosfera allegra e di partecipazione, avremmo fatto uno sciopero tenendo un comportamento serio attento e distaccato. Fu così che nella prima lezione che ci fece successiva al fatto fu accolto da una classe gelida, anche il capoclasse che di solito stava sulla porta e dava " l'in piedi" aveva fatto finta di avere avuto un contrattempo; Don Ivo aveva cercato,  come al solito,  qualche battuta provando anche una barzelletta ma si era trovato davanti una classe di musoni indifferenti e così era stato per un paio di successive lezioni finchè, capita l'antifona,  si scusò con il compagno e con  tutti noi. Come sembra tutto così lontano!!!, flash di ricordi, di momenti spensierati si accalcano un  po' alla rinfusa nella mente e mi sembra di vedere quel giorno, in terza superiore, che attendevamo la nuova insegnante di matematica. Nessuno sapeva chi fosse, un compagno che ripeteva l'anno, s'era messo alla porta fungendo da capoclasse intenzionato a ben accogliere l'insegnante che sapendo cambiata sperava in una bella ragazza fresca di laurea. S'era messo, per scherzo, sulla porta con in mano una scopa/moccio rovesciata a mo' di arma intenzionato a fare un  presentat'arm alla nuova arrivata. Quando giunse e guardandosi attorno entrò, lui rimase di stucco (e noi con lui) rimanendo per qualche secondo sulla porta con il moccio in mano ed un'espressione ebete, ( dirà poi" la credevo la donna delle pulizie e per poco non le consegnavo il moccio!!") mentre la professoressa senza dire parola s'era  accomodata in cattedra. Era una persona anziana,  un po' dimessa, con i capelli striati di bianco e raccolti sulla nucca  (a mò di cocon) con dei grossi forchettoni  che erano classici per raccogliere trecce e capelli per le donne del  primo dopo guerra. Il volto rugato per l'età ed il mento pronunciato e leggermente tremulo. Entrata posò sulla cattedra la sua borsetta nera a bauletto e si sedette restando ad osservarci in silenzio forse anche lei contrariata da quella scena; il compagno alla porta aveva deposto lo strumento di pulizia e mogio mogio s'era seduto al suo posto senza proferire parola. Dopo qualche minuto l'insegnante prese il registro e fece l'appello. Le fu da subito attribuito il soprannome di "Geppetto". Era comunque professionalmente molto valida e sistemi, ascisse ed ordinate ce le mise bene in testa. E poi il professore di Diritto che era soprannominato "chiaro questo concetto?'" essendo il suo intercalare fisso ogni  qual volta spiegava qualcosa, ed in seconda superiore il professore di Computisteria che quando si girava per scrivere alla  lavagna volavano gli apparecchi di carta, come quella volta che anch'io ne  avevo lanciato uno, di solito il volo  era breve e l'aereo scendeva in picchiata, ma quella volta s'era messo a volare per un tempo che mi parve un'eternità e come il professore si era girato sedendosi si vide scendere, sul registro aperto davanti a  lui, lentamente il mio aereo. Alquanto contrariato aveva chiesto che uscisse il colpevole, alla prima richiesta me ne ero stato zitto ma alla seconda, visto che l'insegnante aveva promesso l'impunità per il colpevole, avevo alzato la mano accusandomi. Per tutta risposta  il professore mi aveva chiesto il nome ed aperto il registro mi aveva messo un bel quattro.
Fortunatamente eravamo all'inizio dell'anno ed avevo tempo per recuperare. E poi c'era la stenografia, dopo lezioni di sigle, di parole abbreviate, di ingrossamenti si era arrivati al primo compito che era stato un disastro. La matita, che con cura avevo temperato munendola di due punte "perfettamente" appuntite, per il mio nervosismo e tensione  mi  aveva abbandonato subito e le due punte erano saltate alle prime parole di dettatura del professore. Era stata  una  debacle per molti anche perchè una volta scritto si doveva ricostruire il testo in italiano e fu così che qualcuno fece partire un bastimento da Vercelli anzichè da Barcellona. Affiora ora il ricordo legato alla professoressa d'inglese, bella  e giovane, che nelle prime lezioni mi incantai ad osservare e lei aveva scambiato questo mio "imbambolamento" per interesse a quanto spiegava e fu così che alla seconda lezione mi chiese l'alfabeto che dovevamo studiare per casa.  Avevo avuto qualche difficoltà ad imparare il suono" the" e l'alfabeto non lo portai a termine, per tutta risposta mi  mise quattro nel registro. Non contenta la volta successiva disse : "interroghiamo te che l'altra volta non hai saputo l'alfabeto, ora lo saprai senz'altro?" ed alla mia nuova prova negativa mi ero visto mettere un tre nel registro. E fu un bene perchè per recuperare mi misi a studiare seriamente. C'erano poi le ore di dattilografia passate nella apposita  sala macchine con il dito mignolo che immancabilmente si arrossava ed indolenziva nell'usarlo sulla tastiera. I primi anni delle superiori erano pieni di materie, c'erano la merceologia, e le scenze con la frequentazione dei  laboratori, che ridere!! si trovava sempre il lato comico ed allegro anche quando si studiava lo scheletro che tra l'altro era stato lasciato da un chierico quale donazione per lo studio delle ossa. Nel prendere quel teschio in mano, non visti dalla professoressa, ci si sentiva un pò tutti degli Amleto proferendo ispirati il famoso monologo. Sempre a quel povero teschio era stata infilata, a fine lezione, tra i denti la cicca di una sigaretta con macabra dissacrazione e la professoressa che nell'ora successiva aveva portato un'altra classe per lo studio delle ossa s'era indignata alla sonora risata dei nuovi  venuti.  E poi quella volta che fummo portati in via Barbarigo nel  vicino Istituto Ippolito Nievo per una lezione sui raggi X e quel professore, amico della nostra professoressa, dopo  averci fatto osservare e prendere una quantità di precauzioni aveva messo la sua mano sotto l'apparecchio facendo vedere tutte le ossa ed aveva proseguito con un borsellino in pelle pieno di monete metalliche che si potevano  contare tanto era chiara la visione. Meravigliati dall'azione e dalla disponibilità di quell'insegnante avevamo chiesto alla nostra professoressa se non si era esposto a pericoli e la risposta era stata "e sì , ma ormai sa che gli resta poco da vivere!!". E quella volta che l'insegnante di italiano ci aveva portati in un'abitazione vicina alla Piazza delle Erbe per portare le condoglianze ad un nostro compagno cui era morto il padre in casa dove era stata allestita la camera ardente. Era,  come ci diceva, un modo per prendere coscenza della vita e dei suoi lati più tristi . Entrati nella casa insistette perchè prendessimo anche visione del defunto, io fortunatamente non avevo ancora , fino a quel momento, "visto"in faccia la morte anzi con timore avevo sempre evitato di averne a che fare, e così era stato in occasione di un fatto di sangue avvenuto a poca distanza da casa mia, ragazzo con altri amici si era corsi in bicicletta a vedere  per curiosità quel che era accaduto e la cui notizia era girata con una velocità impressionante. Era successo che un uomo aveva sparato ed ucciso una madre e suo figlio ventenne che riteneva reo di avergli sedotto la figlia. I corpi  degli uccisi stavano a terra in un piccolo piazzale a lato della strada coperti da un lenzuolo bianco e molti curiosi, quando fu alzato per le fotografie che erano necessarie all'inchiesta, si fecero avanti per vedere quei due poveri corpi; io mi ero allora allontanato per il timore di imprimermi nella memoria un'immagine che sapevo cruda.  Dunque il professore ci aveva sospinti in avanti ed io, data  una veloce occhiata ai piedi del defunto, uscii lasciando spazio ai compagni. I ricordi senza una precisa successione temporale si andavano presentando alla memoria e così mi tornò alla memoria quell'altra volta che poco prima del suono della campanella di fine  lezione sempre il professore  d'Italiano aveva chiuso il registro e guardandomi (occupavo il primo banco sotto la cattedra) mi aveva detto:" che bella giacca che hai !!!!, dove l'hai comperata????"io mi ero sentito morire, ero diventato rosso ed avevo balbettato qualche  parola, fortunatamente il suono della campanella era giunto in mio soccorso. La giacca in questione, che era di tela  bianca tipo sahariana, era di mio fratello e come a quei tempi succedeva, il più giovane in famiglia ereditava tutto ciò  che era possibile dai fratelli più grandi e non facevo certo eccezione io che avevo le stesse misure di mio fratello.  Era sempre quel professore che durante un'ora di storia mi aveva interrogato dal posto chiedendomi le cause che avevano portato alla fine della seconda guerra d' indipendenza. Per dieci minuti buoni avevo parlato del gran numero di morti nelle battaglie di  Solferino e San Martino che avevano successivamente fatto nascere la Croce Rossa, delle intenzioni ed illusioni di Napoleone III° che sognava la gloria del suo predecessore Napoleone I°, della contrarietà alla guerra dell'Imperatrice Eugenia, del malumore nel popolo francese ma la mia esposizione si era conclusa con il suono della campanella ed il professore aveva fatto un commento positivo e, chiuso il registro, era uscito. Il mio compagno di banco si era congratulato con me ed io pensavo che il voto l'insegnante lo avesse messo in un secondo tempo ma così non fu. In quel trimestre avevamo avuto soltanto un compitino scritto che era andato male per tutta la  classe avendo riguardato una spiegazione di fatti e retroscena storici fatta dal professore in classe ma  non supportata  dal libro di testo per cui senza appunti  era stato difficile farlo ed io avevo preso cinque con commento "esposizione  stringata ed insufficente". Non c'erano state  altre interrogazioni e mi trovai alla fine di quel primo trimestre un cinque  in storia. Alle mie rimostranze il professore disse di avere dato certe insufficienze per stimolare allo studio ma per me  ( che amo la storia) era stata una mazzata così forte da farmi vedere da quel giorno il professore con antipatia. Già la pagella non era granchè bella, quando mio padre aveva visto il cinque in storia si era sentito "cadere le braccia". Quello stesso professore dopo il biennio aveva continuato ad essere un nostro insegnante per le materie di Storia e   Scenza delle Finanze fino agli esami di stato. Come membro interno agli esami che dovevano essere dati presso l'Istituto  Tecnico Pier Fortunato Calvi di Padova cercava "come diceva lui" di metterci a nostro agio nell'interrogazione che doveva anch'egli farci per le sue due materie e visto che sapeva essere noi tesi avrebbe per parte sua rotto il ghiaccio con domande semplici e così quando gli capitai davanti mi aveva chiesto come prima domanda "tra una canoa ed il Burchiello quale  ritieni essere una nave d'altura?" io, prevenuto com'ero nei suoi confronti, ebbi una reazione di rifiuto a quella domanda che valutai assurda sebbene la risposta a suo avviso era ovvia e risposi :"nessuna delle due!"Il suo disagio fu palese, ed io  replicai che per nave d'altura intendevo una nave che andasse in mare aperto e non per i canali, contrariato disse  "Il Burchiello può andare in laguna", non replicai e le domande successive furono più intelligenti. Di storia mi chiese solo il Panslavismo ed interruppe anche la mia esposizione con un "va bene, va bene!!"lasciandomi si un giudizio positivo ma  togliendomi il piacere dell'esposizione.  Comunque per la parcondicio devo dire che durante il biennio, da quel professore, avevo anche avuto momenti di soddisfazione come  quella volta che aveva dato, nel compito in classe d'italiano, un tema su come a volte le morti di certe persone potessero essere strumentalizzate da chi le utilizzava per propri fini. Si riferiva a dei fatti di sangue di quei giorni e cioè alla morte in piazza, durante una manifestazione politica, di un ragazzo giovane non ricordo se di destra o sinistra. In quei stessi giorni era stata data notizia dalla tv della morte di un giovane speologo nelle montagne vicentine deceduto nel tentativo di salvare un suo collega ed amico rimasto imprigionato in una grotta. Questa seconda notizia era passata inosservata ai miei compagni di classe per quanto più di qualcuno entrava in aula al mattino con il giornale sottobraccio aprendolo nei momenti di intervallo. Ma forse certe notizie, come lo sport, attiravano di più. Io avevo impostato il tema sul raffronto tra le due morti centrando completamente ciò che voleva il professore. Ricordo che il capoclasse, notoriamente bravo, era andato a chiedere al professore come erano andati i compiti ed aveva avuto come risposta che solo uno aveva centrato il tema ed aveva preso otto, per gli altri le solite sufficienze od insufficienze. C'era stata allora una notevole curiosità per riuscire a capire chi poteva essere il fortunato e quando alla fine furono consegnati i compiti l'unico bel voto era il mio. Comunque i compiti di italiano non erano per me più di tanto un problema ed in questo devo pur sempre riconoscenza a quel professore che li riteneva sufficienti.  Con la mente sommersa da questa marea di pensieri e ricordi per dove sono entrato sono pure uscito mentre mi   accompagnava uno strano senso di nostalgia. Ho preso via Rogati rivedendo l'entrata del Collegio e quei vetusti palazzi con portici e marciapiedi lastricati con vecchi ed antichi piastroni e quell'ultimo palazzo uscendo dove era nato il Palladio. La targa testualmente dice: in questa contrada Andrea Palladio gloria di Padova e di Vicenza nacque il 30 novembre 1508. Toh!! era quasi coetaneo di Angelo Beolco (detto il Ruzzante) nato in quegli anni poco distante da li  nella parrocchia di San Daniele. Probabilmente non si saranno mai conosciuti ma certo avranno sentito parlare e commentare dell'assedio di Padova del 1509. Ecco a destra uscendo dalla via la fabbrica di Lazzarini  ora negozio ma prima a sinistra, proprio qui sotto questo arco, c'era un'abitazione ed un cortile dove la signora che vi risiedeva con la famiglia teneva uno stallo di biciclette. Si faceva un modesto abbonamento mensile e si lasciava la bicicletta al volo al mattino perchè il ritardo era  cronico. Proseguendo l'arco che porta fuori  in via Umberto I°. Sotto quest'arco coloro che venivano con la motocicletta erano soliti in entrata accelerare e dare gas facendo rimbombare il posto. Mah!! come è tutto cambiato,  ma una cosa è certa di tempo ne è passato un bel pò!. Un revaival di ricordi mi accompagnò fino al Municipio dove a fianco dell'entrata era stato allestito un gazebo delle Poste Italiane e dove acquistai il francobollo con l'annullo emesso in memoria ed onore di quel grande uomo che è stato Giorgio Perlasca, salvatore durante la seconda guerra mondiale di molti ebrei. Tornai allora verso la macchina percorrendo  via Roma, via Umberto I° mentre nella mente continuavano ad accavallarsi pensieri di lontani e nostalgici avvenimenti ma il suono della sirena d'allarme scattato nella farmacia posta all'altezza della chiesa di San Daniele mi riportò alla realtà e potei così concentrarmi ed incantarmi ad osservare il Prato della Valle tutto innevato con la neve ancora intonsa e priva di rigature di cicli e moto. Pensai tra me e me "che peccato non aver portato  la macchinetta fotografica, chissà in questa giornata quante foto avrei potuto scattare?".



ROMAGNA

S'apre la gente alla bella brigata
mentre una polka viene suonata;
fendono l'aria le fruste agitate
con secchi schiocchi a cadenze ritmate,
sono i ragazzi della Romagna più viva
che scalda il cuore e fa la gente giuliva.
Nelle serate dedicate al turista
la gente è in piazza e gremita è la pista;
giovani e anziani esercitati da tempo
han nelle gambe del temperamento.
Tanghi e mazurche, polke e lenti
tra volti impegnati e sorridenti,
di tanto in tanto un valzer si avvia
e su quell’onda si scivola via.
Ma la serata non viene finita
se Romagna mia non viene sentita.
Al caldo sole di una terra verace
s’abbandona il turista al sole mordace.



RIFLESSIONI

Ieri 11 febbraio 2013 155° anniversario dell’apparizione della Beata Vergine Maria a Santa Bernadetta, nella mattinata il Santo Padre Benedetto XVI ° ha dato un annuncio in latino al mondo e cioè che rassegna le dimissioni dal suo incarico e che questo avverrà esecutivamente il 28 febbraio p.v. alle ore 20. Una notizia strabiliante che ha colpito profondamente tutti. Anch’io nel mio piccolo ne sono rimasto “sconvolto”  perché ritenevo che la carica di pontefice accompagnasse la persona investita fino alla sua morte, così come la storia dei papi ci aveva dimostrato ( ad esclusione di un solo papa Celestino V° che aveva rinunciato al suo incarico dopo sei mesi di pontificato e per questo Dante lo aveva apostrofato come colui che aveva fatto il” gran rifiuto “). Inoltre con il precedente pontefice Karol Wojtyla avevamo potuto vedere come nonostante la malattia , credo fosse affetto dal morbo di Parkinson, non rinunciasse a svolgere il suo mandato dando indirettamente un  sostegno morale a tutti quelli che soffrono e che per questo vedevano in lui un esempio da imitare. Dunque Benedetto XVI° ha deciso di “gettare la spugna”  ora è da stabilire come siano le sue condizioni fisiche e quanto quest’ordine gli sia pervenuto dall’alto. Certo si è che facendolo nel giorno della festa di nostra Signora di Lourdes, lui si affida alla Madonna e dichiarando che lo fa nell’interesse e per il bene della Chiesa è da pensare che il suo successore più giovane e vigoroso potrà dare una svolta al cammino della Chiesa così come Wojtyla è stato fondamentale alla causa umana per la conversione della Russia. Il nuovo papa potrà essere fondamentale per la penetrazione nel mondo della parola di Dio. Prima di Wojtyla Papa Luciani o meglio Giovanni Paolo I° aveva tenuto il soglio di San Pietro per un solo mese e la sua morte aveva fatto pensare a chi sa quali trame. Il mondo era rimasto allibito alla notizia, certo si è che il Signore Dio che ha il dominio sulla vita e sulla morte se decide di intervenire per il bene supremo lo fa come meglio crede.

Ulteriore riflessione oggi 27 marzo 2015, al soglio di Pietro è salito ormai da più di un anno, papa Bergoglio con il nome di Francesco, si è dato subito da fare per risanare la curia romana e per dare un segno preciso per il cammino futuro della Chiesa nel mondo, purtroppo il diavolo ci mette lo zampino ed il male continua a prosperare. Francesco ha cercato di mettere d’accordo israeliani e palestinesi con un incontro a Roma e di li a poco tempo, dopo che sembrava preso un accordo, i palestinesi hanno lanciato razzi su Israele che ha risposto con distruzioni e massacri. Più  si fa sentire la chiesa nel mondo più il male risponde con gli interessi. L’occidente credeva di aiutare gli arabi esaltando le loro primavere  ma da queste sono nati movimenti integralisti e l’Isis né riassume le aspirazioni prendendo dal corano ciò che fa comodo ed inneggiando alla guerra santa viene portata la morte nei vari paesi. L’occidente aveva fretta di abbattere Gheddafi ma la Libia sta diventando una minaccia maggiore, anche Boko Haran  nel centro africa  sparge sangue ammazzando soprattutto cristiani. La Siria ed il nord dell’Iraq sono destabilizzati e sono massacri continui tra Sciiti e Sunniti, chi fugge cerca rifugio in Europa ed in Italia che non si sottrae al soccorso ma che poi è in serie difficoltà nell’ inserire questa gente nel suo tessuto sociale cosi che di coloro che vengono i migliori procedono per i paesi del centro Europa dove hanno possibilità di un futuro e di rifarsi la vita, gli altri si adattano a sopravvivere in Italia vivendo di espedienti o dei lavori più marginali e sottopagati.
Nel primo conflitto mondiale i morti italiani sono stati 650 mila, sono morti per l’ideale della patria e per difendere metro su metro il nostro territorio nazionale non so cosa direbbero se potessero parlare loro che hanno sacrificato la vita nel momento più bello della stessa ora che all’invasione di razze e genti diverse nessuno si oppone e chi lo fa viene tacciato di nazionalista, di populista di contrario al progresso e questo deve essere fatto da noi quando altri paesi come Russia, U.S.A., Corea del Nord, Turchia, Iran ed Isis affilano le armi per combattere. Allora devo dire che ciò che mi aveva detto quella guida turca era purtroppo la verità. Conosceva molto bene l'Italia per averla percorsa in lungo e largo e le sue parole con fiero piglio nazionalista erano state queste:” noi saremo presto 80 milioni di turchi con una età media tra i 29 e 30 anni, siamo quindi proiettati al futuro al contrario di voi italiani che andate scomparendo e sarete sostituiti dai profughi ed immigrati”. Per quanto quelle parole mi avessero fatto male e mi avessero fatto prendere coscienza di come la cosa fosse vista da gente estera pur tuttavia la mia conclusione era stata che la colpa di tutto ciò è di noi italiani che non facciamo nulla per incentivare la famiglia ed anzi abbiamo creato una società che favorisce l’egocentrismo e lo stordimento di massa beandoci di una libertà ed una democrazia che mi auguro non sia un giorno rimpianta dai nostri figli e nipoti.  
 
16 aprile 2018 Nelle prime ore di sabato14 aprile u.s. e cioè dalle tre alle quattro del mattino 301 missili sono stati lanciati da navi aerei e sommergibili di tre stati occidentali sulla Siria previo avviso ai siti interessati al bombardamento. Avvenimento eclatante ma destabilizzante. Trump ha voluto dare seguito alle minacce per l’uso di gas a Gutha da parte delle truppe Siriane fedeli ad Assad. Ha colpito ed ora parla di ritirare le sue truppe perché ritiene che l’Europa e la Nato se ne debbano occupare direttamente. Una situazione ingarbugliata e squallida con reazioni diverse, l’Inghilterra s’è affiancata a Trump anche per la storia delle spie sovietiche fatte uccidere nel Regno Unito dalla Russia ed ha inviato a bombardare 4 Tornado levatisi in volo da una base a Cipro. Macron ora che l’Inghilterra è uscita dall’Europa e poiché ha ancora degli interessi in Siria essendo stata un suo protettorato ha lanciato i suoi Mirages per dare un’immagine di forza aspirando a divenire il braccio armato dell’Europa con la sua Force de Frappe che i Russi hanno dichiarato di non aver rilevato nell’occasione del bombardamento del 14. E allora?cosa avrà bombardato?, forse quella caserma di soldati Iraniani presenti nel territorio siriano, magari aiutato nell’occasione dagli Israeliani che possono avere atteso quel momento per colpire coloro che rappresentano il loro “nemico numero uno”. Una situazione veramente intricata, l’Italia fortunatamente è presa dalle problematiche relative al nuovo governo e s’è potuta defilare come ha fatto la Germania che approva il fatto senza partecipare.


Lunedì 28 maggio 2018. Siamo tornati ai tempi di manzoniana memoria: “questo matrimonio non s’ha da fare” e così dopo 82 giorni di intese, riflessioni, rinvii, stesura di contratti il Presidente della Repubblica ha ritenuto bene di bocciare il tentativo di effettuare un governo politico da Cinque stelle e Lega. Motivo: un ministro ottantunenne di nome Savona non gradito all’Europa che teme le sue idee. Stiamo parlando di un personaggio che ha già partecipato al governo ai tempi di Ciampi e che di bilanci ed economia ne sa un bel po’. E’ d’un tratto divenuto il “casus belli” o meglio dire il pretesto perché il Presidente della Repubblica bocciasse un matrimonio che non è voluto se non da milioni di votanti italiani che della politica ne hanno le scatole piene ed hanno votato nella speranza di un cambiamento. Il Presidente della Repubblica alla cui “saggezza” si sono appellati tutti i contrari ha sentito il peso della responsabilità e piuttosto di avvallare e sostenere il nuovo che avanza ha preferito glissare a favore dello “status quo ante” così come la storia insegna che dopo il periodo napoleonico ( con tutto ciò che di innovazioni aveva portato la Rivoluzione Francese) al Congresso di Vienna del 1815, dopo tanti incontri, si era ritenuto opportuno ritornare alla situazione precedente. La storia la fanno i popoli che se sono compatti sono come fiumi in piena che vanno al mare inarrestabili e se necessario esondando. Per ora noi poveri italiani che ci sentiamo presuntuosamente figli di geni, Santi, artisti, navigatori e poeti e che vediamo all’Europa come ad una seconda Patria dobbiamo ulteriormente subire ciò che in Europa si pensa di noi, popolo di opportunisti, mafiosi, buffoni, pezzenti e straccioni. Anche se coperti di miseri stracci la nostra dignità non ce la leva nessuno. Il nostro Don Abbondio ha obbiettivamente subito grosse pressioni ed i Don Rodrigo sono stati parecchi quali Macron, Draghi e la BCE, la Merkel e la sfilza di quotidiani esteri che hanno gridato ai nuovi barbari con vignette quali un piatto di pasta con sopra una pistola, un camioncino tipo Ape rivestito con i nostri colori e conduttore italiano che cadono nel baratro e via dicendo ma a proposito di vignette in Francia chi non conosce la democrazia non ha esitato a fare una strage per vignette poco rispettose.

28.6.2018- Macron è andato in visita in Vaticano ed alla fine si è permesso una carezza al Papa. La si può interpretare in vari modi, speriamo non sia di compatimento. Certo se la Chiesa ha adempiuto al suo dovere avrà fatto presente come la Francia predichi bene ma razzoli male. L’esempio più evidente è a Ventimiglia dove la gendarmeria francese è inflessibile nel bloccare chi dall’Italia vuole andare oltralpe. Spesso si dice “ le colpe dei padri ricadono sui figli” ma nei confronti dell’Africa quali sono state le colpe di noi italiani, la nostra colonizzazione non si può certo dire che sia stata di sfruttamento, anzi quando in Libia è stato trovato il petrolio noi ce ne eravamo già andati e quelli che erano rimasti sono stati letteralmente “cacciati a calci in culo” su disposizioni di Gheddafi. Da Etiopia ed Eritrea siamo stati estromessi con una guerra come pure dalla Somalia anche se li (come protettorato affidatoci dall’O.N.U.) siamo rimasti fino al 1960. La stessa cosa non può certo dirla la Francia con la sua Africa Equatoriale francese e con le molte altre colonie come la Tunisia, l’Algeria il Marocco Francese, la Mauritania ecc. Nella prima e seconda guerra mondiale si è abbondantemente servita di truppe coloniali che hanno contribuito alla sua vittoria ed è ancora vivo il ricordo in “ ciociaria” degli stupri e violenze perpetrate da truppe marocchine comandate da ufficiali francesi. Dunque se l’Europa ha sfruttato e non ha saputo creare in quegli stati le condizioni per fare progredire le nazioni la colpa “in primis” è dei francesi e lo dimostrano le lingue parlate dalle varie etnie che si sono messe in viaggio verso quello che ritengono il loro Eldorado. Fino ad ora l’Europa ha “bacchettato” l’Italia invitandola all’accoglienza ma la cosa è diventata insostenibile, in Italia già ci sono sacche di povertà diffusa e si contano 5 milioni di poveri, i nostri ragazzi emigrano per far fortuna, la nostra identità nazionale e le nostre peculiarità si vanno perdendo ed i nostri mercati rionali stanno diventando sempre più dei suk, la panificazione è in mano ad islamici che amano il pane arabo e che prenderà sempre più piede, il Kebab è sempre più diffuso, il cuscus lo stesso. Ma i tanti benpensanti che ci sono in Italia dicono che la novità arricchisce e tutto e l’opposto di tutto, giusto o sbagliato che sia, è la vera democrazia.

10.10.2018- Finalmente la voce del Papa si è sentita chiara e forte in occasione di un suo pronunciamento nei confronti dell'aborto. Il suo intervento era caldeggiato vista la polemica che s'è aperta con la delibera da parte della giunta comunale di Verona contro la legge 194 che ha reso legale l'aborto. Subito erano insorti molti parlamentari di sinistra  dichiarando che si voleva tornare al Medio Evo, sta  di fatto che l'interruzione di gravidanza, che a volte è causata da motivi di comodo (pillola del giorno dopo od interruzione perchè le condizioni di vita sono poco propizie), sono dei veri e propri omicidi. E' inutile lamentarsi che l'indice di natalità è a zero se a chi può nascere non viene data questa opportunità. Lo stato dovrebbe assistere chi si dovesse trovare in questa situazione ed il figlio se non desiderato potrebbe essere adottato dalle tante madri che desiderano figli che non vengono e si rivolgono ad organizzazioni straniere con costi pesanti e liste d'attesa molto lunghe.    

4 novembre 2018
Ieri, tornato a casa dopo una gita, ho acceso la TV facendo un pò di zapping per vedere cosa veniva trasmesso ed al canale 14 di Tele Chiara, dopo averlo velocemente passato, sono ritornato per assistere al bellissimo servizio mandato in onda per commemorare la vittoria di cent'anni fa. Immagini che mi sono risultate in gran parte inedite o di cui in precedenza avevo visto solo degli spezzoni. La continuita e completezza di quel servizio nell' assoluta drammaticità della tragedia della guerra con la morte di tanti giovani immolatisi per l'ideale della Patria mi ha tenuto attento ed interessato. Le azioni eroiche di tanti per giungere ad una vittoria che fosse prima di tutto la fine delle sofferenze sia per coloro che erano al fronte che per le popolazioni oppresse, sfollate e sofferenti sono negli archivi a memoria di ciò che è stato. Le nobili gesta di tanti e di tutti nel loro piccolo, con imprese eclatanti in cielo mare e terra per giungere ad una vittoria liberatrice per tutta la nazione e riassunta nelle immagini delle tante donne Bellunesi che avevano atteso l'evento cucendosi negli abiti, all'altezza del cuore, le coccarde tricolori. La grande festa di tutti quegli italiani per poi passare all'unanime cordoglio  al passaggio di quel treno partito da Aquileia e diretto a Roma con le spoglie del milite ignoto. Tra le varie immagini di quel passaggio  quella di un ragazzino genuflesso ed in preghiera con a fianco si suppone la madre conscia della tragedia vissuta e stimolante verso quel figlio ad un atto di riconoscenza e riverenza. Certo i protagonisti di quelle immagini sono tutti morti sia per il conflitto o per il giro della vita ma sono la  nostra storia e se ora possiamo raccontare questo  nostro presente il merito "in primis" è loro.  

7-11-2018
Notizia bomba per i tifosi del calcio Padova come me. Il presidente Bonetto dopo aver assistito ad uno scambio di parole pesanti all'interno dello spogliatoio con  il coinvolgimento dell' allenatore ed alcuni calciatori, ha deciso di esonerare  mister Bisoli. Velocissimamente è stato trovato il sostituto che si è messo subito al lavoro con la squadra. Si tratta secondo me di una scelta felice perchè ho sempre apprezzato l'operato di Foscarini che ha saputo far giocare le sue squadre ed in particolare il Cittadella con determinazione e carattere. Speriamo che anche il mio Padova diventi una squadra "corsara" .

5-12-2018

Anche quest'anno, come ogni anno, ho allestito il mio presepio. Nel farlo sono stato animato dal desiderio di ripetere ancora una volta una tradizione di religiosità che sento e che vorrei fosse sentita anche dalle generazioni delle mie figlie e dei miei nipoti. Purtroppo  questa semplice dimostrazione di religiosità viene a cozzare contro un mondo di contrarietà sia laiche ma anche ecclesiastiche. Mi riferisco ai tanti istituti scolastici ed anche scuole materne che per la presenza tra i frequentanti di islamici od altre religioni non cattoliche, per non colpirne la sensibilità anziche preparare spettacolini di fine anno improntati al Santo Natale, alla natività ed alla religiosità del momento, ne fanno altri all'insegna di valori laici e materialisti. Mi domando e dico dove andrà a finire questa nostra mancanza di identità, questo nostro modo di sentirci democratici concedendo tutto anche le cose che più sono parte del nostro essere, d'un tratto i valori degli altri assumono importanza mentre i nostri possono andare in archivio od al macero. Ecco che insegnanti qualificate si permettono di togliere i crocifissi dalle aule d'insegnamento o richiedono la non benedizione da parte di ecclesiastici in occasione di riunioni o  convivi di varia natura, quando una benedizione non può far male a nessuno e se non la si vuole la si può facilmemte evitare. Purtroppo da parte del clero non abbiamo esempi  edificanti, è di questi giorni la notizia di un prete che s'è giocato buona parte dei soldi avuti dai parrocchiani perchè affetto da ludopatia o Don Contin che dopo festini a luci rosse ancora voleva tenere la tonaca o quell'altro che stressato per il troppo lavoro aveva deciso di mollare tutto per ritirarsi in pensione. Certo sono uomini e come uomini possono sbagliare ma la ricaduta di tali fatti è ben diversa da quella di un uomo qualsiasi. Una certa ricaduta l'hanno pure avuta le parole di Don Favarin che dichiara che il presepio non può essere allestito da cattolici che non applicano l'accoglienza nel modo evangelico. Ma per come stà andando il mondo cosa si vuole dai cattolici ?.Capisco che le generazioni più anziane possano essere più sensibili al problema dell'accoglienza specie se persone sole con disponibilità economiche e penso sia stato veramente lodevole il lascito fatto da un anziano di Maserà, deceduto, a favore del suo Comune,  ma per coloro che hanno dei famigliari ritengo sia valido quanto detto alla nipote da Madre Teresa di Calcutta. La nipote rivolta alla zia l'aveva lodata per quanto faceva per i poveri e si dichiarava indegna di starle accanto perchè lei non faceva nulla. La risposta della Santa era stata "Non ti preoccupare, fai del tuo meglio per la tua famiglia ed avrai fatto tanto!".

9-12-2018 Purtrtoppo non passa giorno che non ci siano notizie drammatiche ed in modo particolare ci colpiscono i fatti che accadono in Italia e sono particolarmente rattristanti quando coinvolgono le giovani generazioni. Ragazzi partecipanti ad una serata in discoteca hanno perso la vita a seguito di un  fuggi fuggi generale causato da qualcuno che ha spruzzato dello spray al peperoncino. Le masse di persone spaventate, come già successo in Belgio allo stadio Heysel o di recente a Torino, si muovono perdendo la testa perchè terrorizzate e le conseguenze possono diventare disastrose. Per i genitori di quei ragazzi, che sono rimasti vittime,  la vita se non finita è diventata un inferno. Chi organizza certi eventi deve essere particolarmente severo e ligio nell'applicare le norme ed insegnanti, educatori e genitori devono essere particolarmente vigili sull'operato dei ragazzi perchè il pericolo è dietro l'angolo.


1882
Alluvione in Veneto del 1882. Tutto ebbe inizio venerdì 15 settembre quando le tante piogge andarono ad ingrossare i fiumi veneti. Le acque dell’Adige ingrossano venti centimetri l’ora. Sabato 16 da Verona a Rovigo le acque straripano ed il dramma si compie tra sabato 16 e lunedì 18, il Brenta rompe a Fontaniva allagando Piazzola, Limena,San Giorgio in Bosco, vanno sott’acqua le parti basse di Padova, il Prato della Valle è allagato e solcato dalle barche dei soccorritori, le masse d’acqua sembrano concentrarsi su Ponte S.Nicolò, Bovolenta, Piove di Sacco, Campolongo, il Bacchiglione rompe a Bovolenta prima e la massa d’urto arriva a Pontelongo il 17, rompe l’argine sinistro abbatte il ponte in muratura e spazza le case sul fiume. Il giorno dopo rompono la resistenza dell’argine destro ed irrompono all’altezza dei giardini di via Mazzini. Per qualche giorno il Veneto rimane isolato. Non si sa dove alloggiare, i soccorsi militari giunti a Padova, si arrangiano alla meno peggio tra l’addiaccio ed i porticati cittadini.  Il 22 rompe il Po investendo Rovigo, il Re Umberto I° accompagnato dal principe Amedeo d’Aosta e dal ministro dei lavori pubblici Baccarini visita le zone, il 25 settembre è a Bovolenta, la folla lo acclama e lui si inerpica per le scale buie e strette fino alla cima del campanile da dove la vista è sconsolante. A Bovolenta risultano allagati i 4/5 dei terreni ed i senza tetto sono 800. Ricordo questa pagina di storia del territorio padovano perché ha coinvolto anche le generazioni precedenti della mia famiglia e cioè mia bisnonna Carrari Emilia sposatasi con Miglioranza Giuseppe il 2 giugno 1880. Rimasta in stato interessante nei primi mesi del 1882 è ( quando avvengono i fatti di cui sopra) in attesa della nascita della primogenitura che se sarà maschio si chiamerà Cipriano come il padre di Giuseppe e se sarà femmina senza alcun dubbio Domenica essendo il nome di sua madre e della madre del marito. Per Emilia tanti sono i disagi e le paure sopportate dovendo lasciare la casa di residenza invasa dalle acque per cercare rifugio presso il fratello Carrari Antonio che risiede nel Palazzo Martinengo in una zona del paese un po’ più elevata. Alla fine il 6 ottobre 1882 da alla luce una bimba cui viene dato il nome di Domenica. Purtroppo l'8 settembre 1883 muore appena compiuto l'undicesimo mese di vita. Fortunatamente quelle forti generazioni sapevano superare le avversità altrimenti non sarei qui a raccontare.
 




Folclore
Dal Devoto-Oli Folclore è l’insieme delle tradizioni popolari e delle loro manifestazioni, in quanto oggetto di studio o anche di semplice interesse. Il folclore è l’immagine più tipica di una popolazione ed unita ad altri aspetti quali  gli usi e costumi, la culinaria, la giocoleria e gli hobbies in genere fa si che si abbia una piacevole immagine di una zona o di un paese. In Italia il folclore è una parte determinante e caratterizzante così che zone, regioni e città sono etichettate naturalmente e dicendo Siena si pensa al Palio, agli sbandieratori o ai cantucci, se si pensa a Napoli si associa la pizza e la tarantella, se la Puglia l’olio, le orecchiette e la pizzica salentina, se la maremma i Butteri e la natura selvaggia, se la Romagna il ballo ed il Sangiovese, se l’Emilia le lasagne i tortellini ed i prosciutti e così via ogni regione ed a volte ogni paese ha le sue peculiarità. Gli italiani non si accontentano del nostro folclore e per coloro che possono lo ricercano in viaggi per il mondo e penso che la nostra Farnesina sia costantemente impegnata a ricercare i nostri connazionali per portare loro assistenza ed aiuto quando qualche fatto negativo succede nel mondo. Per l’innato spirito di avventura e curiosità molti italiani  li si può trovare dall’estremo nord all’estremo sud del mondo.Il folclore è presente in tutte le popolazioni, le agenzie di viaggio molto presenti in Italia allettano i fruitori anche  con mini viaggi che permettono di vedere molto facendosi un’immagine precisa del luogo. Ho aderito in passato ad una gita in Ungheria dove con i fondi europei è stata rimessa a nuovo Budapest che è ora un gioiellino dove i vecchi palazzi del periodo asburgico si fondono con il nuovo. La popolazione ungherese è di dieci milioni circa di abitanti concentrati tra la capitale ed il lago Balaton, popolazione che ha fatto delle sue tradizioni una fonte di turismo e per i viaggi organizzati il finale è sempre una grande festa magiara all’insegna di pietanze locali, di buon vino e di canzoni magiare e gitane. Come l’Ungheria i quattro milioni di Croati amano i loro usi e costumi, così i Baschi che pur avendo le loro province divise tra Spagna e Francia conservano la loro identità che vediamo nei centri di Pamplona dove permane la tradizione della corsa dei tori od a Bilbao nella grande festa per la ricorrenza della Madonna del Pilar o nel gioco della pelota. Ovunque il folclore è essenziale per individuare l’intrinseca caratteristica di un popolo ed onestamente mi risulta difficile pensare ad un futuro con uno sbandieratore arabo nella città di Siena che dica (come Adriano Celentano in un suo film) “hazzo!…non si sente che sono dell’hoca !”. Nei miei modesti movimenti all’estero sono stato tre giorni in Francia e si sa quando si è all’estero tante cose non si sanno (e qui mi viene in mente la bellissima scenetta di Montesano che imita l’italiano in un aeroporto con comunicati incomprensibili) ma si cerca di muoversi vedendo il più possibile  ciò che già si conosce per mezzo di libri o trasmissioni televisive. Ero in compagnia di mia moglie e pur facendo capo ad un Hotel eravamo liberi di organizzare le nostre giornate come meglio credevamo. Parigi è tutta da vedere e ci eravamo attrezzati con un abbonamento al metrò e andavamo da una parte all’altra della città per vedere i tanti musei, le piazze, le chiese ed un po’ tutto perché tutto era novità. Per il desiderio di vedere si era messo in secondo piano il mangiare anche perché si aveva nell’hotel la mezza pensione serale. In uno di quei pochi giorni, uscendo dal metrò in una zona di Parigi non proprio centrale, avevo sentito del languore allo stomaco per cui mi ero e ci eravamo detti “ andiamo a mangiare qualcosa!”, non si vedevano brasserie e dissi “andiamo in un bar  e lì troveremo certamente qualcosa”. In quel momento avevo pensato ad un bar come lo concepiamo noi e cioè un posto dove si trova sempre la possibilità di fare uno spuntino. Purtroppo nell’entrarvi non mi ero reso conto che era gestito da musulmani per cui pensando ad un toast, che lì non conoscevano, avevo chiesto “di pain avec le jambon” non lo avessi mai fatto, la ragazza mi aveva guardato in malo modo andando nel retrobottega a chiamare un famigliare maschio grande, grosso e con un'espressione in volto poco rassicurante; solo allora avevo realizzato quale involontaria gaffe avevo fatto e dirottai su “avec di fromage”. Non ebbi una buona digestione anche perché ritengo che qualsiasi esercizio pubblico debba essere a disposizione degli avventori .


 La cucaracha- Nel maggio del 1981 un mio primo cugino da parte di padre venne dall'Australia, dove vi era emigrato nei primi anni '50, in Italia per far visita alla sorella rientrata da quel paese da qualche anno ed ai parenti materni e paterni. Si sarebbe trattenuto da noi una sola settimana e fu ospitato da mia madre che gli predispose una stanza. L'ultimo giorno della sua permanenza fu una domenica, si fece una bella festa riunendo tutte le nostre tre famiglie da mia sorella che disponeva di un'abitazione grande ed accogliente. Durante quella settimana  cercammo di rendergli piacevole il soggiorno ed io, avendo sentito da mia madre che  velatamente aveva espresso il desiderio di vedere Venezia, avevo preso una giornata di ferie per portarcelo. Lo andai quindi a prelevare nelle prime ore del mattino ed a bordo della mia A112 partimmo con destinazione Venezia. Non era molto loquace ma attento a tutto ciò che gli girava attorno. In meno di un'ora raggiungemmo la laguna ed il lungo ponte che immette a Venezia. Terminato di percorrere il Ponte della Libertà, mentre giravo a destra verso il posteggio, lo vidi animarsi e guardare con interesse al di la della strada dove stava un banchetto abbastanza precario con sopra della mercanzia; mi chiese di scendere ed io lo rassicurai che vi saremmo ritornati una volta posteggiata la macchina. Così facemmo e come fu davanti a quel venditore intavolò una serie di discorsi ai quali non feci attenzione preso com'ero ad osservare il movimento dei veicoli attorno, avevo solo notato dei materiali vari per auto disposti su quella struttura costituita da due cavalletti ed un'asse sopra. Il cugino levò di tasca il portafoglio pagando 60 mila lire e gli fu consegnata una scatola di media grandezza. Quando gli chiesi conto della cosa mi guardò sorridendo e mi disse:"la cucaracha!!!". Vedendo il suo entusiasmo non replicai pensando invece al problema rappresentato da quella scatola che ora avremmo dovuto portarci dietro e proposi di tornare alla macchina per riporla nel bagagliaio. "No, no!"mi disse "non ti preoccupare, questa la porto io !". Si fece dare dal commerciante un pezzo di spago per chiuderla meglio e creato un laccio per trasportarla a mano mi disse:"possiamo andare!". Ci avviammo quindi a piedi raggiungendo Piazzale Roma ed un imbarcadero sul Canal Grande dove prendemmo il vaporetto per San Marco. La giornata era bellissima e come si sa Venezia sa catturare la tua attenzione per tutto quello che ti fa vedere e le novità e curiosità sono veramente tante. Il cugino poi ne era strabiliato specie quando giungemmo a Rialto con il vicino mercato ortofrutticolo in piena attività. C'era un notevole movimento di barche specie a motore intente a trasportare i prodotti più vari e con numerosi natanti che passavano da una riva all'altra del canale magistralmente condotti (tanto che mi sembrava molto alto il rischio che qualcuno toccasse il vaporetto), gli chiesi un commento anche perchè continuava a guardarsi attorno per non perdersi nulla di tutto quel movimento, mi disse:" fanno tutto sull'acqua!!!" e soggiunse:"quante cose avrò da raccontare ai miei ragazzi e specie al più piccolo che è un curiosone!". Raggiungemmo piazza San Marco che girammo in su e giù tra una modesta cornice di persone e questo era anche per me una novità visto che in tutte le precedenti volte che ero stato a Venezia l'avevo sempre visitata in giornate di festa e trovata piena di gente e di resse.Ora finalmente la potevamo gustare in modo migliore ma per fargli avere una visione più precisa della città salimmo sul campanile di San Marco da dove ammirò ulteriormente quella splendida realtà lagunare. Gli scattai delle fotografie con lo sfondo dei vari monumenti; fu sommerso dai piccioni nella piazza antistante la Basilica; ammirò i Mori che battevano le ore; percorse la Riva degli Schiavoni soffermandosi ad osservare il Ponte dei Sospiri con immancabili accenni da parte mia al Casanova, ai Dogi ed  alla potenza di Venezia, maggiore protagonista della vittoriosa battaglia di Lepanto. Fece tutto ciò che fa un turista beandosi di tutta quella bellezza. Nel passare davanti ad un negozio di souvenir gli chiesi:" vuoi comperare qualcosa per ricordo, una maschera, una gondola, un vetro..?" mi rispose :" Il regalo me lo sono già fatto!", guardando con un sorrisetto malizioso la scatola che teneva in mano. Riprendemmo il vaporetto tornando al Piazzale Roma e quindi alla macchina; erano le prime ore del pomeriggio e qualcosa avremmo mangiato al nostro ritorno a casa. Mi rimaneva comunque una curiosità perchè continuavo ad associare la cucaracha ad una canzone messicana risalente alla rivoluzione di Pancho Villa e quando partimmo per il rientro gli chiesi "ma cos'è questa storia della cucaracha?" e lui mi spiegò dicendo:" Io, come sai, abito a Brisbane che è un grosso centro con più di un milione di abitanti ma l'Australia è molto grande e come esci dalla città ti trovi in zone vastissime desertiche e selvagge. Ci sono animali selvaggi e liberi ma sopratutto canguri che vanno dove vogliono, anche dove corre la strada, senza timore alcuno. Ce ne sono di grandi e grossi come armadi con una forza eccezzionale, se ti vengono addosso ti possono fare dei seri danni ed alcuni miei amici, che avevano avuto con loro dei problemi, per loro esperienza personale mi avevano consigliato di attrezzare la mia macchina con delle trombe che suonate in quelle distese avrebbero annunciato la mia presenza e tenuto lontani gli animali. In Australia, per quanto le avessi cercate, non ero riuscito a trovarle ed a procurarmele. Quando ho intuito che potevano essere vendute in quel banco mi sono detto: questa volta non mi scappano!... e già pregusto le volte che le potrò usare a tutto volume quando uscendo dalla mia città mi ritroverò in zone desertiche". Mentre mi diceva queste cose i suoi occhi erano pieni di gioia ed io lo ascoltavo felice del suo entusiasmo e di aver contribuito ad una giornata di cui senz'altro gli sarebbe rimasto un bel ricordo. Dopo quella volta, quando per le varie reti televisive veniva trasmesso il film "Bello onesto emigrato Australia sposerebbe....ecc..ecc.... con la partecipazione di Alberto Sordi e Claudia Cardinale, non potevo fare a meno di rivederne qualche spezzone pensando a quel mio cugino ed alle sue amate trombe. Il film dà un'immagine precisa della realtà australiana, delle grandi distanze, delle distese di territori desertici e disabitati, ed il cast  di attori che lo hanno interpretato è stato di una grande bravura.

Civetta addio

Era un caldo pomeriggio di maggio del 2012 e dopo aver pranzato mi sono accomodato in una poltrona del salotto di casa per farmi una pennichella. Intorno alle 14,30/15,00 sono stato svegliato da un tonfo di qualcosa che aveva urtato la doppia finestra a ovest della sala, giusto alla mia altezza. Il rumore era stato forte ma nel contempo ovattato così come qualche altra volta avevo sentito per uccelli che andavano a cozzare contro la veranda prospiciente il mio garage di casa. Andato a guardare alla finestra  ho avuto conferma che si trattava di un uccello che giaceva fermo immobile sul pavimento del poggiolo che in quel tratto costeggia la casa. Passato qualche minuto ho intuito che era morto poiché continuava a rimanere fermo in quella posizione. Mi domandavo con che dinamica poteva essere finito contro il vetro visto la posizione della  finestra protetta dallo spiovente del tetto, ma poi mi sono deciso ad uscire e prendendo il badile ho raccolto il pennuto per portarlo in un punto del prato dove seppellirlo. Con mia somma meraviglia mi sono trovato ad osservare un uccello strano, brutto ma bello nella sua bruttezza come avesse un che di regale, con un piumaggio melange alquanto arruffato e con sfumature di grigio, bianco e nero. Dopo averlo sepolto ho continuato a domandarmi di che specie fosse e la sua immagine mi rimaneva nella mente per cui consultai vari libri senza riuscire a trovare qualcosa che gli somigliasse.Durante quell’estate passai un po’ di giorni di vacanza a Jesolo e con mio nipote visitai un museo che aveva come attrattiva degli animali preistorici ma dove era pure presente una vasta raccolta di uccelli che popolavano i dintorni. Con grande curiosità girai quelle sale cercando di rivedere quell'immagine che mi era rimasta nella mente ed alla fine con sollievo risolsi il mio personale mistero trovando la copia imbalsamata che portava la scritta "piccolo di civetta"."" Vuoi vedere" mi dissi " che era il piccolo di quella civetta che per parecchi anni s’era fatta sentire, specie nel mese di agosto, tenendomi  sveglio con il suo particolare verso, chissà ..forse il suo piccolo non vedendola tornare si sarà avventurato da solo fuori dal nido e debilitato o spaventato dalle tante tortore ed uccelli che vivono numerosi nei pressi della mia abitazione  avrà malamente volato e, nel cozzare contro il vetro, si sarà certamente rotto l’osso del collo. Ad avvalorare questa mia tesi furono le successive notti rimaste a tutt'oggi silenziose. Per certi aspetti mi manca; mi manca il suo verso rumoroso ed angosciante frutto di una natura libera e selvaggia. Natura che agli uomini è stata offerta in un vassoio d'argento ma che  continuano a vilipendere e violentare per dare sfogo a quel desiderio di dominio senza limiti ma senza pensare che se si ribella non avremo scampo.

Il pane

Cosa c’è di più buono del pane per chi ha fame?  Nulla ! il pane è l’alimento più completo e soddisfacente. Purtroppo nel tempo si sono cercati e trovati sistemi per sostituirlo utilizzando nell’alimentazione tutta una serie di prodotti surrogati ma accattivanti per morbidezza e profumi o che permettono tempi di panificazione posticipati e lunghi. Ci troviamo quindi a dover consumare pani industriali con baguette e filoncini precotti o pani con crusche e semi i più svariati. Va da se che i consumi sono calati e non è più quell’alimento base che ha fatto crescere molte generazioni. Nell’ Italia meridionale la panificazione fatta nel forno di casa con pagnotte costituite da farine genuine ed uniche hanno fatto crescere in modo sano le genti permettendo varianti come le bruschette ed altri utilizzi che necessitavano di quel pane e che ancora oggi aiutano la sana tradizione. Al nord Italia invece, con l’avvento delle catene alimentari portate dai Supermercati, questo alimento si sta svilendo e non è più quel prodotto tanto amato in passato. Ricordo, per rendere l’idea, un amico che quando erano circa le dieci del mattino e sentiva il profumo di pane fatto nel panificio vicino a casa sua, non poteva fare a meno di comperarsi un panino e mangiarselo così come stava senza farciture anche le più allettanti; voleva gustare appieno quel sapore di pane boccone su boccone. Io ho sempre amato il pane e quello che era fatto negli anni della mia giovinezza era veramente un pane speciale che, anche se vecchio di qualche giorno, manteneva una certa qual morbidezza. Il “ panino” a metà mattina o nel pomeriggio era un obiettivo sentitissimo per chi era in crescita e sentiva gli stimoli della fame. Si lasciavano i giochi con gli amici per correre a casa e se andava bene, si trovava del pane di giornata con un po’ di confettura con cui farcirlo, se andava male un qualche pezzo anche  vecchio che veniva sbocconcellato con avidità e se non poteva essere farcito adeguatamente si ricorreva ad un po’ di burro ed un filo di zucchero. Molte erano le forme di pane che venivano fatte,  dalle mantovane con una mollica interna a sfoglie  ai montasù costituiti da due pezzi facilmente divisibili e con la base dei quali si poteva fare un mezzo panino molto pratico. C’era poi la banana o lunga ed i cornetti con le loro due protuberanze che se un po’ biscottate davano un boccone leggermente amaro ma  saporito e croccante, le “ cioppone” o cornoni che avevano una pasta molto buona ed invitante e poi le piavette anch’esse strutturate in modo solido e particolare. Ma per i panini oltre alle lunghe o banane le più ambite erano le spaccatine tonde con un taglio centrale che le rendeva facilmente divisibili a metà e le rosette che, se in parte svuotate della mollica al loro centro, permettevano una maggiore farcitura con una fetta in più di salame o di burro e confettura. Gli anni fino alla fine dello scorso secolo sono stati anni di sano utilizzo di questo alimento ed un pane che nel tempo ricordo essere rimasto sempre uguale nella forma e nel sapore è stato il pane ferrarese, ottimo da mangiare ma difficile da farcire. Le generazioni passate hanno molto amato questo alimento che era alla base della loro crescita, mio padre era siciliano e nella sua numerosa famiglia veniva attesa con trepidazione la pagnotta di pane che la madre sfornava dal forno a legna posto all’esterno dell’abitazione. Quando era ragazzo veniva inviato al mattino in compagnia di fratelli, cugini ed amici per le raccolte di olive od agrumi che venivano fatte nei dintorni del suo paese e, poiché rimaneva per tutta la giornata fuori casa, la madre gli metteva “in saccoccia” una fetta di pane che lui ben presto si mangiava sperando per il resto della giornata di trovare qualche carruba, qualche fico od agrume con cui riempire il vuoto dello stomaco. Doveva però essere sempre accorto perché i caporali erano inflessibili ed allontanavano malamente e definitivamente dal lavoro chi si appropriava di qualsiasi cosa commestibile. Mio suocero era del 1922 ed aveva partecipato alla seconda guerra mondiale nella Divisione Isonzo impegnata sul fronte balcanico. Quando l’8 settembre del 1943 la guerra sembrava finita, fu rastrellato dalle truppe germaniche ed inviato in un campo di concentramento tedesco. L’alimentazione era carente e costituita da una patata lessa che in ogni modo veniva mangiata con cura ed attenzione rappresentando l’unico pasto della giornata. Si trovava quindi un angolo un po’ tranquillo dove consumare il pasto e tenendo tra le mani la gavetta cominciava con cura  a sbucciare la sua patata mettendo in disparte le bucce. Mangiava poi quel tubero gustandoselo il più possibile e quando lo aveva finito prendeva le bucce,  le appallottolava e ne faceva un boccone;  lo stomaco andava riempito. La fame era tanta e come racconterà poi faceva un sogno ricorrente e si vedeva entrare nel panificio del suo paese per acquistare, come era solito fare da ragazzo perché inviato dalla madre, del pane bianco fragrante e da quella meravigliosa eterea sensazione di benessere si svegliava piombando nella cruda realtà della detenzione. Quando alla fine della guerra i cancelli del campo s’erano aperti, una moltitudine  di ex prigionieri s’era messa in cammino per raggiungere le nazioni da cui provenivano ed un gruppo considerevole s’era messo in cammino verso l’Italia. La debilitazione era tanta ma chi aveva qualche forza in più aiutava gli altri e si nutrivano di tutto ciò che potevano trovare in qualche campo abbandonato, una rapa, una radice, tutto ciò che era commestibile. Giunti in un paese  passarono davanti ad una bottega di fornaio dove era stato da poco panificato ed il profumo di quel pane li aveva inebriati a tal punto che qualcuno si era sentito svenire. Avevano allora cercato di fare una colletta con i marchi in loro possesso ma il fornaio li aveva cacciati in malo modo facendo capire che non avrebbe dato loro il pane nemmeno per marchi. Demoralizzati s’erano convinti di dover rinunciare tirando ulteriormente la cinghia ma uno di loro aveva notato che nelle vicinanze erano presenti delle truppe di occupazione russe per cui, trovato un tenente che conosceva qualche parola d'italiano, aveva fatto capire (anche servendosi della mimica) la necessità che avevano di alimentarsi. L’ufficiale russo li aveva quindi condotti da quel fornaio requisendo tutto il pane presente negli scaffali per farlo consegnare a quegli ex internati che poterono così continuare nella marcia di avvicinamento all’Italia. Mio suocero, nonostante il suo peso fosse sceso a 35 chili, era riuscito a tornare a casa riprendendo l’ottimo rapporto con il pane bianco che il suo fornaio magnificamente sapeva fare e non volendo mai più mangiare patate in qualsiasi modo fossero preparate. Il pane è stato l’alimento base ed i fornai di un tempo erano dei veri e propri maestri panificatori che sacrificavano le ore di sonno pur di dare prodotti sani e nei tempi dovuti ai loro clienti.
                                                                                                                                                                                                                                                             
La poesia

La mia generazione e le generazioni antecedenti ed in parte successive nel frequentare la scuola hanno potuto imparare a memoria molte poesie relative ai poeti del nostro ottocento e novecento. Poesie che possono essere rimaste più o meno nella memoria ma che hanno permesso di aprirci al mondo del bello e della natura con parole di chi le sapeva esprimere in modo sentito e bello. E così, se si ha la fortuna di fare qualche piccolo giro, è piacevole visitare i luoghi dove sono vissuti i nostri tanti poeti riscontrando quei posti dai quali hanno ricevuto l’ispirazione. Anche se si è in parte profani non si può fare a meno di ammirare a Bolgheri il lungo viale di cipressi, un vero spettacolo della natura che  ha ispirato il Carducci che lo avrà  percorso   in vari momenti della sua vita trovandolo stimolante e che continua ad affascinare per la sua struttura particolare dando a Bolgheri un motivo di fama ed interesse in più. Nelle poesie del Pascoli è bello calarsi nella sua realtà agreste così bella e reale come nel suo Arano o ne “Il  Bove” che un po’ tutti abbiamo imparato. Certo quando si studiavano si pensava solamente a memorizzare il testo e non ci si soffermava più di tanto sulla realtà che aveva generato quei versi. Poesie come San Martino, che alcune generazioni conoscono per la canzone di Fiorello, hanno parole importanti per fermare l’immagine di una stagione dell’anno molto bella e particolare. La poesia è intorno a noi solo che loro l’hanno saputa prendere ed esprimere. Se si ha la fortuna di visitare Recanati è bene farlo con in mano un libricino con le opere di quel grande poeta che è stato Giacomo Leopardi. Il paese permette di riscontrare tutto ciò che lo ha ispirato; la torre antica del passero solitario, il palazzo di residenza con i grandi veroni che ti fanno immaginare il poeta dietro quelle finestre intento ad ascoltare i rumori di quella piazzetta dati dalle tante espressioni di vita dei suoi compaesani con il canto delle donne impegnate nei vari lavori, come Silvia intenta al ricamo, od osservare il rientro dai campi della donzelletta o l’ assistere alla furia degli eventi atmosferici in quella stessa piazzetta  prima sconvolta e poi tornata alla normalità dopo la tempesta. Immagini semplici ma essenziali che danno il senso della vita come la dà D’Annunzio nei suoi Pastori vecchi e giovani impegnati in una transumanza piena di scoperte e bellezze per quegli uomini semplici ma ricchi di tanta umanità. Specie a distanza di tempo la rilettura dei classici permette di parteciparli maggiormente ed apprezzarli perché nel tempo si è divenuti più riflessivi e coscenti del loro intrinseco valore. Qualcuno per piani di studio più moderni ha pensato  di mandarli in pensione e l’imparare a memoria i testi una cosa superata. Eppure per chi li ha imparati riaffiorano in momenti della vita impensati e sanno regalare sempre tanto perché l’animo umano può trovarvi stimolo e conforto . Passi come “mi illumino d’immenso” di Ungaretti o “per correr migliori acque alza le vele ormai la navicella del mio ingegno” del Sommo Dante o semplici come in occasione di un tramonto “lo sguardo steso nell’aria aprica mi fere il sol che tra i lontani monti dopo il giorno sereno cadendo si dilegua” del Leopardi o in momenti di tristezza “come sul capo al naufrago l’onda s’avvolve e pesa” del Manzoni o “ognuno sta solo sul cuor della terra…”di Quasimodo o trovandosi in una bella serata, mentre si è intenti a contemplare la luna in un contesto bello e romantico, ci si può affidare a qualche espressione del Leopardi e dei suoi tanti versi dedicati alla luna. E così in tante altre poesie l'estrapolazione di pochi versi possono emergere in momenti strani ma particolari della vita di ognuno ed ingentilire
l’animo ed il pensiero se recitati a se stessi.  

Lezione di vita  

Nei primi anni delle scuole superiori, tra le varie materie, avevo anche "Economia" le cui lezioni  venivano tenute da un professore giovane sulla trentina, fresco di laurea e sposato con due figli di due e quattro anni. In una delle prime lezioni (la sua ora era la prima della mattinata), al suono della campanella non lo avevamo visto entrare. Il capoclasse era sulla porta cercando di vederlo apparire per non essere sorpreso nel dare "l'in piedi" ma invano. Era invece giunto il professore di religione che era Don Ivo e presiedeva un pò tutto il movimento dei professori e ci aveva informati che il professore aveva telefonicamente avvisato del ritardo ma che sarebbe arrivato da li a breve. Passarono quindi una decina di minuti dopo di che il professore giunse, tutto trafelato, scusandosi per il ritardo. La lezione poteva quindi iniziare. "Dunque" disse, " la scorsa lezione abbiamo parlato dei bisogni dell'uomo che si dividono in primari secondari ecc. ecc. ma oltre ai bisogni nella vita e nella civile convivenza sono importanti i diritti ed i doveri che ognuno di noi ha. Prendiamo per esempio me, mi avete visto arrivare tutto agitato per il ritardo e vi sarete chiesti: "chissà cosa gli sarà successo!?", niente di particolare od eclatante, semplicemente i miei due figli al risveglio, questa mattina, avevano voglia di fare i capricci e mia moglie che è molto permissiva ed accomodante non riusciva a prepararli per uscire, come siamo soliti fare ogni giorno. Sono dovuto intervenire io con un pò di fermezza per riuscire ad uscire di casa altrimenti il ritardo sarebbe stato ben maggiore. Una sculacciata sul sedere del più piccolino che porta fortunatamente ancora il pannolino e sono state sistemate le cose, quando ci vuole ci vuole. Vi dico queste cose perchè un domani sarete anche voi genitori e dovete sapere che i doveri che ne derivano sono tantissimi, doveri verso la moglie e doveri verso i figli la cui educazione e formazione dipenderà in gran parte dal vostro operato. I figli sono come degli alberelli che finchè non sono cresciuti abbisognano di un tutore che li faccia rimanere diritti e tutelati. Ci sono ragazzi che maturano in fretta e ragazzi che abbisognano di più tempo prima di essere indipendenti ed il genitore deve sempre avere il polso della situazione senza eccedere nella fiducia o nella sfiducia, pronto ad intervenire ed aiutare ma con la giusta fermezza perchè come dice il proverbio il dottore pietoso fa morire l'ammalato. Non litigate mai con vostra moglie in loro presenza e cercate di essere sempre presenti nella loro vita non in modo assillante "col fià sul coeo" come diciamo noi veneti ma alla giusta distanza che vi permetta di conoscere le cose. I bambini vi osservano e sono come spugne perchè assorbono tutto ciò che avrete da insegnare loro e, se è un dare equilibrato e giusto, avrete  fatto un piacere a loro, che potranno crescere nel modo migliore, a voi stessi che potrete vivere più sereni ed alla nostra nazione che ha bisogno di bravi cittadini come penso siate
voi" . Il suono della campanella aveva posto fine a quella lezione che più che d'Economia era stata di vita.

I ProverbiII(898989888I(II proverbi

"Un beo stà ben co qualsiasi capeo" vecchio proverbio veneto detto in passato sopratutto dai genitori ai figli per fare loro un complimento perchè come si sa, ed un proverbio napoletano lo conferma, "ogni scarafone è bello a mamma soja".I proverbi sono dei brevi motti in forma stringata ed incisiva che esprimono un pensiero od una norma. Molti ci sono stati trasmessi dai romani come "dura lex sed lex" o "verba volant sed scripta manent" o "ubi major minor cessat"o"vox populi vox Dei" o "mater semper certa est, pater numquam"o"risus abundat in ore stultorum" ed altri che vengono regolarmente tradotti in italiano ma che spesso conservano la loro forma latina perchè  usati nei tribunali  da chi nei suoi discorsi legali cerca un appoggio di termini. I proverbi hanno percorso i tempi e la conoscenza universalmente riconosciuta di certe cose ha fatto aumentare il numero di queste perle di saggezza. La civiltà contadina ne ha coniati moltissimi spesso riferiti agli eventi atmosferici dai quali dipendevano il buono o cattivo andamento di semine e raccolti o di altre attività. Ecco allora le espressioni  "rosso di sera bel tempo si spera""rosso di mattina, brutto tempo s'avvicina" "cielo a pecorelle acqua a catinelle" "freddo di gennaio riempie il granaio" "aprile piovoso anno fruttuoso" "un fiore non fa primavera""ogni frutto ha la sua stagione" "il buon giorno si vede dal mattino""l'occhio del padrone ingrassa il cavallo""l'erba del vicino è sempre più verde""la pianta si conosce dal frutto" "al primo colpo non cade l'albero""non cade foglia che Dio non voglia""moglie e buoi dei paesi tuoi""per ogni uccello il suo nido e bello""le braccia sono la ricchezza del povero""il sangue non è acqua""campa cavallo che l'erba cresce" e via dicendo. Servivano sopratutto a genitori ed anziani per dare una informazione precisa su cose e situazioni che si venivano a creare nella vita di ognuno e che abbisognavano di una norma, di una regola, di un punto fermo. Ecco che chi aveva l'esperienza di vita e veniva interpellato, anche se vecchio con qualche difficoltà di espressione, si serviva del proverbio per una risposta chiara,  precisa e concisa. Molti proverbi erano di monito o consigli di vita quali "chi va con lo zoppo, impara a zoppicare""fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio" "chi va piano va sano e va lontano""occhio per occhio, dente per dente""il mondo non è tutto rose e fiori""chi trova un amico trova un tesoro""meglio soli che male accompagnati" "è meglio consumar le scarpe che le lenzuola" "via il dente via il dolore""la lingua batte dove il dente duole""la prima digestione si fa in bocca""poco cibo senza affanno ti fa sano tutto l'anno" "una mela al giorno leva il medico di torno".  I proverbi erano decisamente un buon viatico di vita da viversi nel  modo più giusto possibile. Eccone altri per contrastare i più parsimoniosi "meglio un uovo oggi che una gallina domani", o "chi troppo vuole nulla stringe" "ricchezza non fa gentilezza" "ricchezza poco vale a chi l'usa male" "la superbia va in carrozza e torna a piedi" "tutti i fiumi vanno al mare". Altri proverbi erano di sana informazione "a caval donato non si guarda in bocca""in casa dei ladri non si ruba""cane che abbaia non morde" "cane non mangia cane" "in Paradiso non si va in carrozza" e via dicendo. I proverbi legati al tempo al giorno d'oggi non trovano più spazio visto le tante rubriche televisive di aggiornamento meteorologico, altri invece sono di continuo utilizzo come "chi dorme non piglia pesci" "l'abito non fa il monaco""acqua passata non macina più""aria di fessura porta l'uomo alla sepoltura" "contadino scarpe grosse, cervello fino" "ogni bel gioco dura poco""scherzo di mano scherzo da villano" "l'uomo non vive di solo pane""ride bene chi ride ultimo""tutte le strade portano a Roma""l'unione fa la forza""chi fa da se fa per tre""tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino" e tanti altri proverbi che a volte aiutano  la circostanza come una persona piccola può ricorrere ad un aiuto verbale con "nella botte piccola stà il vino buono"o "donna baffuta sempre piaciuta"o "il vino è il latte dei vecchi". Per come vanno i tempi, penso che qualche proverbio possa ancora farci riflettere e pensare, mi riferisco al proverbio che dice: "chi si fa pecora il lupo se lo mangia". Un proverbio che ritengo debba essere tenuto a mente purchè qualcuno non preferisca tranquillamente pascolare magari infilando la testa sotto la sabbia od invocando altri proverbi come "chi la fa l'aspetti" o "chi di spada colpisce di spada perisce"o"non stuzzicare il cane che dorme"o"occhio non vede, cuore non duole". I lupi ci sono ma speriamo che restino in montagna altrimenti ci resterà: "chi vive sperando muore cantando". Fra i tanti proverbi o motti non citati vorrei ricordare quello di:"una risata allunga la vita".

Roma

Un forziere ripieno di gemme speciali che quando l'apri ti spuntan le ali
e vai viaggiando a ritroso nel tempo da una pittura ad un monumento.
Terme, palazzi, fontane e chiese ovunque si vada si trovan sorprese.
Antico e moderno, sacro e profano si mescolano ovunque in modo sovrano,
geni ed artisti han lasciato nel tempo l'aspetto palese del loro talento.
Marciano impavidi i turisti esaltati dai tanti luoghi che van visitati;
i sanpietrini testimoni del tempo vengon lisciati dal movimento,
ma restano saldi sopportando ogni cosa perchè possa Roma splendere ancora.

Draghi e lanterne

Vola veloce il dragone cinese, al mondo intero riserva sorprese,
per ottant'anni ha affilato la lama ora è pronta ed è una katana.
Panda o Tigre provate a pensare quale animale vorreste trovare,
di certo il primo dolce e domo che della pace faccia un gran dono,
ma potrebbe poi capitare che il numero immenso faccia pensare
ed il ricatto economico e umano ci faccia sfuggire la situazione di mano.
E' già successo e non s'è mosso un dito per il Tibet sovrano che è stato asservito.
Il gran Mogol capo supremo ha detto "il mondo allibiremo"
lo facciano pure al di fuori del mondo o qui sarà il finimondo.
Per ora continuano a filtrare beati senza che nessuno li abbia contati,
nei cimiteri non lasciano traccia come la mafia che non è registrata.
Speriamo che un giorno non siamo costretti ad invocare San Giorgio dai fendenti perfetti.

Lo Stato ed i cittadini

Lo stato italiano è uno stato di diritto perchè regolato da una costituzione che prevede una pluralità di organi dotati di competenze rigidamente distinte e determinate. Come una chioccia raggruppa sotto di se i cittadini con la posizione di ogni individuo rispetto a particolari obblighi e responsabilità specialmente nei confronti della società e della comunità con particolare riferimento all'ordine giuridico, amministrativo e burocratico in cui essa è organizzata. Lo stato si aspetta che ogni cittadino si comporti come definito nel diritto romano da buon "pater familias" rispettando le leggi ed agendo in ogni circostanza"cum grano salis". Se questo sarà diffusamente fatto potrà essere rilevata una elevata e virtuosa condizione sociale perchè "in medio stat virtus". Pur tuttavia esistono molte cause che portano ad un allontanamento da questi sani principi e sono dovute alle lusinghe dell'illegalità che permette facili tornaconti rendendo la coscenza dell'individuo labile. Esiste anche un pericolo subdolo che è quello della manipolazione ideologica e sfruttamento con variazione d'intenti o per meglio dire dello sfruttamento di una massa di persone per progetti idealmente validi ma che sfociano poi in manifestazioni di altro genere. Un esempio lampante lo abbiamo avuto in questi giorni con l'importante manifestazione fatta per sensibilizzare coloro che possono fare qualcosa per bloccare l'inquinamento del mondo. Persone interessate e politicizzate hanno approffittato dell'occasione per colpire chi è attualmente al governo con frasi e slogan che di civile hanno ben poco. Abbiamo in passato avuto un grande Presidente della Repubblica, partigiano ed uomo integerrimo che ci ha lasciato nei suoi discorsi numerose perle di saggezza e tra queste vorrei ricordare:- dico al mio avversario: "io combatto la tua idea che è contraria alla mia, ma sono pronto a battermi  al prezzo della mia vita perchè tu, la tua idea, la possa sempre esprimere liberamente.

Inquinamento

Molto è cambiato nel clima del mondo, l’uomo si adatta ma finirà a fondo.
Molti sono gli atti che vanno alterando clima ed ambienti
con l’unico fine di aumentare i proventi.
Disboscate senza parsimonia le  foreste d’ Amazzonia,
gran polmoni da che mondo è mondo per il clima d’andar tondo.
Per il progresso industriale gas nocivi a tutto andare,
e la Cina in prima fila ha già vinto questa sfida
anche se dovrà pagare per le vite da immolare.
La Corea delirando bombe atomiche va testando
e non sappiamo cosa costa e che succede sotto crosta.
Guerre ovunque ed in ogni dove lacerate vite e cose.
Tutti ormai voglion venire e l’Europa riempire
ma anche il nostro continente finirà miseramente
e verrà demolito da un clima reso ardito.
Si procede a muso duro verso un tempo senza futuro.

Ercolano

Com’è triste vedere quelle ossa,
com’è triste pensare a quei corpi,
di Ercolani dagli eventi sconvolti,
col terrore disegnato sui volti.
Sotto gli archi ammassati ed uniti,
tra lamenti e pianti infiniti,
tutti intenti a fissare quel mare
che era il solo a poterli salvare.
La speranza fu alla fine delusa,
quella storia malamente conclusa,
dà all’uomo la giusta misura
di che potenza può avere natura.

ITALIA

Una bianca corona ti cinge il capo ed il lungo stivale nel mare è infilato.
Hai raccolto nel tempo infiniti tesori che sono dell’uomo i migliori allori.
Il popolo italico sparso in regioni, tra usi costumi e tradizioni,
tramanda nel tempo un valore sano perchè è l’uomo ad esser sovrano.
Sovrano di se stesso permettendo alla mente di potere spaziare liberamente.
Può essere un difetto se male usato, ma certo è un gran pregio se il soggetto è dotato.












 
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